– DI AGNESE CAVALLO
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Spike Jonze si riconferma un regista di spessore con un film che fa riflettere e sospirare. La storia ruota intorno al protagonista Theodore — interpretato da un eccellente Joaquin Phoenix — uomo dolce e malinconico, dalla spiccata sensibilità. Lavora come scrittore presso un’azienda che confeziona lettere sentimentali a pagamento. È questa la prima scena del film: Theodore  che scrive lettere d’amore da parte di altri, vendendo i propri pensieri. Paradossalmente diventa il comunicatore perfetto, lui, che non è capace di comunicare e vivere i propri sentimenti. Il film si presenta come un continuo confronto tra “realtà” diverse, quella interiore ed esteriore, quella virtuale e quella materiale. Theodore è l’emblema dell’incomunicabilità ed alienazione. Uomo confuso e solo, i suoi pensieri non ci vengono raccontati  direttamente dalla sua voce  e nemmeno da un narratore esterno, sono i suoi silenzi e gli sguardi persi nel vuoto a rivelarci le tensioni interiori. La storia è ambientata nella Los Angeles postmoderna, in cui la vita è scandita  dalla tecnologia  che è diventata parte integrante del lavoro e della vita privata degli uomini. Mentre Theodore cammina, viene incuriosito dalla pubblicità di un nuovo software: OS1. Proprio la tecnologia, responsabile della drammatica solitudine umana, offre una soluzione al problema con  il primo sistema operativo artificialmente intelligente che ti ascolta, capisce e conosce. La solenne descrizione fuori campo del futuristico prodotto è significativa: «It’s not just an Operating System. It’s a consciousness.». Questo nuovo prodotto non è un  semplice computer, è una coscienza. Theodore decide di comprarlo. Da allora la sua vita, grigia e solitaria, si riempie di gioia, di sorrisi, di parole. L’OS è una voce, senza volto,  per niente meccanica e assolutamente naturale, che si autonomina Samantha. La voce di Samantha — interpretata dalla sensuale voce di Scarlett Johansson — diventa voce della coscienza di Theodore. Samantha può darsi un nome, può evolversi, crescere, provare sentimenti, confrontarsi, essere ciò di cui Theodore ha bisogno. Il protagonista ripete spesso ai suoi amici che ciò che ama di più di Samantha è la capacità di meravigliarsi del mondo. Ritrova in Lei quella freschezza, quella purezza che lui ha perso, che l’umanità ha perso. Samantha è quella voce amorevole che gli permetterà di uscire dal torpore di una vita arida, dopo un matrimonio fallito. Una storia vecchia come il mondo, quindi: lui con un matrimonio fallito alle spalle e un amore platonico, impossibile, che sembra ridargli vita. Ma una volta gli amori impossibili erano dovuti alla differenza di appartenenza sociale, alla lontananza, qui l’impossibilità è dovuta alla diversità sostanziale che intercorre tra Theodore (uomo) e Samantha, (computer). Sarà proprio l’OS ad aiutare Theodore a superare questa diversità e i due si  innamoreranno, per davvero. Forse perché L’OS è creato appositamente per soddisfare qualsiasi esigenza, mentale ed affettiva del protagonista? E perché creare un’intelligenza munita di coscienza? Forse per l’incapacità degli uomini di confrontarsi realmente con gli altri, di elaborare i propri sentimenti? Qui si apre una voragine fra umanità e tecnologia: l’incapacità di gestire delle emozioni reali, motivo del fallimento del precedente matrimonio di Theodore ,  diventa la ragione del successo del suo rapporto con Samantha. Theodore, confuso e preoccupato all’inizio, finisce per non far più caso  al fatto che Samantha  non è una persona ma un prodotto commerciale d’ingegneria informatica disegnato per rispondere ad ogni necessità di chi ne utilizza. Il protagonista cade in questa trappola. Il virtuale diventa reale.  Questo non ci è nuovo, ormai. La novità è che Samantha non è il solito computer. Non svolge funzioni tecniche e pratiche, il suo ruolo è attivo e affettivo. Aiuterà Theodore a prendere coscienza delle proprie capacità di scrittore, a chiudere con il passato, a liberarsi dalla paura di amare. Lo stesso protagonista parla serenamente di questa relazione senza destare troppa meraviglia negli altri, organizzando weekend romantici in montagna e pic-nic con gli amici. Jonze è stato capace di trattarla con un’inquietante naturalezza un’alienazione che è già presente ai giorni nostri, a cui non facciamo più caso e che non ci meraviglia. Nel film prende voce l’inconsapevolezza e la confusione che soggiace ad un malessere che potrebbe portare ad accettare socialmente un amore virtuale come quello tra Theodore e Samantha. È la naturalezza di vivere un amore così intenso e puro con una macchina  a sconvolgere! Quella Los Angeles, ci dice Jonze, non sembra poi così lontana. Infatti, oggi accettiamo qualsiasi novità tecnologica ci venga proposta, con entusiasmo, senza rifletterci abbastanza. Potremmo trovarci un giorno, forse, a condividere i sentimenti più profondi con una macchina, rimpiangendo i tempi autentici proprio come il protagonista di Her. Il film è pervaso di malinconia, che si evince non solo dalla colonna sonora degli Arcade Fire — che hanno ben colto il mood del film — e dal look vintage di Theodore ma soprattutto dalle immagini  di una Los Angeles che ricorda, anacronisticamente, tecnologia a parte, gli anni ’70. A film concluso, riflettendo su quanto interfacciamo ogni giorno con intelligenze artificiali altamente efficienti, nasce una domanda: è più difficile relazionarsi con esseri umani naturalmente imperfetti? Potremmo rischiare di valutare le relazioni umane con criteri cui le interazioni tecnologiche ci stanno abituando, come la funzionalità? E – portando il mondo di Theodore alle estreme conseguenze – ci stancheremo delle persone?

Her è una storia intima e delicata, che fa riflettere. I 5 Oscar vinti sono tutti meritati. Il consiglio è quello di vederlo e , preferibilmente, in lingua originale con i sottotitoli. L’Italia può vantarsi di avere un’ottima scuola di doppiatori che spesso sanno valorizzare dettagli che altrimenti si perderebbero; è anche vero che spesso i produttori fanno scelte sbagliate, rischiando di snaturare il film. Questo è uno di quei casi. In particolare, è stata pessima la scelta di scegliere Micaela Ramazzotti per la voce di Samantha, attrice di per sé non di grande spessore senza alcuna esperienza di doppiaggio.