– DI CARMELA DAVIDE
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Un capolavoro senza tempo è ritornato nelle sale cinematografiche italiane. A partire dal 31 Marzo fino alla fine di Aprile sarà possibile rivedere e ammirare un grande film che ha segnato la storia del cinema italiano: ‘Roma Città Aperta’ di Rossellini. Una tra le pellicole più rappresentative del neorealismo che è diventato il simbolo della Resistenza e dell’Italia post-bellica, la quale metteva insieme i pezzi dopo il secondo conflitto mondiale. Il film fa parte, infatti, proprio della lista dei cento film italiani da salvare, che è nata con lo scopo di segnalare le “100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978″. Un restauro nato dalla collaborazione dell’Istituto Luce Cinecittà, Fondazione Cineteca di Bologna e Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale.

Roma Città Aperta fu il primo capitolo della Trilogia della guerra – diretta dal regista – poi arrivarono Paisà nel 1946 e Germania anno zero. Emblema di un popolo e di una nazione che si rialzava dalla desolazione della guerra, era stato inizialmente concepito con una struttura a episodi e con il titolo di Storie di ieri, per poi raggiungere la definitiva stesura con l’intreccio delle vicende di personaggi indimenticabili e indimenticati come Pina e Don Pietro Pellegrini. La scena centrale del film – quella in cui Pina rincorre il camion che porta via il marito catturato dai tedeschi – è probabilmente la sequenza che più di ogni altra fa pensare alla potenza del cinema neorealista ed è tra quelle che identificano nel mondo il cinema italiano. Fare un film nella Roma dell’inverno del ’45 fu però soprattutto un grande atto di coraggio. Da un lato c’erano le difficoltà pratiche: reperire la pellicola, trovare il luogo per girare il film e poi c’erano i problemi di natura politica. Il 20 febbraio 1945, a riprese da poco iniziate, scattarono le pressioni del Governo: il Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi – ex presidente del CNL appartenente al partito Democrazia e Lavoro e anche Ministro dell’Interno – ordinò al Ministero di intervenire. Tali pressioni furono accolte tanto che a dare il colpo di grazia a Don Pietro nel film, contro ogni verosimiglianza storica, non è più un ufficiale italiano ma un ufficiale tedesco. Roma Città Aperta non è solo la migliore fonte per ricordare l’Italia antifascista che lotta e resiste, ma anche per evidenziare la rinascita della cultura italiana; in particolare di quel cinema che fece inchinare Hollywood e l’industria culturale di tutto il mondo. Le nuove generazioni soprattutto devono saper cogliere quest’opportunità per approfondire le pagine di una cultura che, il più delle volte, viene oscurata dai registi odierni. Quello che servirebbe all’Italia ora, soprattutto dopo la vincita di Sorrentino, è poter prendere ancora di più esempio da grandi registi – come Fellini, Visconti, Tarantino – per rappresentare i problemi della società con più realismo e forza d’espressione.

“Come un corpo può presentarsi allo stato amorfo o cristallizzato, l’arte di Rossellini sa dare agli atti, di volta in volta, la loro struttura più densa e più elegante: non la più gradita o ‘bella’ ma la più acuta, la più diretta o la più tagliente. Con lui il neorealismo ritrova naturalmente lo stile e le risorse dell’astrazione. Rispettare il reale non significa, in effetti accumulare le apparenze, ma al contrario spogliarle di tutto ciò che non è l’essenziale, pervenire alla totalità nella semplicità. L’arte di Rossellini è lineare e melodica. È vero che parecchi suoi film fan pensare ad uno schizzo, in cui il tratto suggerisce più che dipingere compiutamente. Ma non bisogna confondere questa sicurezza di tratto per povertà o pigrizia; tanto varrebbe rimproverarla a Matisse! Forse Rossellini è davvero più disegnatore che pittore, più narratore che romanziere, ma la gerarchia dei valori non sta nei ‘generi’, sta negli artisti!”

André Bazin, Difesa di Rossellini, “Cinema nuovo”, n.65, 1955.