– DI RAFFAELE RUSSO
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Pulp Fiction, il capolavoro che consacrò Quentin Tarantino nell’Olimpo di Hollywood ha compiuto 20 anni. Uscito nelle sale americane nel 1994, ebbe un enorme successo aggiudicandosi la Palma d’Oro come miglior film, e riuscendo ad incassare un totale di oltre duecento milioni di dollari in tutto il mondo. Nel ’95, con 7 nomination, permise al 31enne regista di Knoxville di vincere insieme al collaboratore Roger Avary il premio Oscar come migliore sceneggiatura originale.

Il film vede il rilancio sul grande schermo di John Travolta, in un personaggio che si potrebbe definire un undead (non morto), che vaga nello spazio-tempo di Tarantino tra droghe e omicidi. Inoltre troviamo anche la giovane ma già apprezzata Uma Thurman, che divenne il volto di questo film, Samuel L. Jackson nominato agli Oscar come miglior attore non protagonista, Bruce Willis, un omone senza pietà docile solo nei confronti della sua amata, Tim Roth, Steve Buscemi (presente anche nelle Iene, primo lungometraggio di Tarantino) e altri grandi attori.

Il film non segue un ordine cronologico ma si snoda in tre capitoli diversi:

  1. Vincent Vega e la moglie di Marcellus Wallace
  2. L’orologio d’oro
  3. La situazione di Bonnie

Ogni capitolo possiede un proprio climax interno, ma permette allo spettatore di creare un “montaggio” mentale colmando i vuoti tra i vari stacchi. L’azione nasce da un MacGuffin, ovvero la valigetta che i due sicari di Wallace devono recuperare, o da un episodio chiave che Tarantino omette nel film, come l’incontro di pugilato.

La regia e il montaggio di Tarantino non hanno sbavature, nella loro deframmentazione creano una perfetta armonia di continuità grazie ad un movimento circolare della storia. Le sue inquadrature, nella loro “semplicità” sono devastanti, creando un vero e proprio marchio di fabbrica firmato Q.T., che riesce a  far penetrare e riecheggiare nella mente dello spettatore immagini e scene forti, come il sangue sul parabrezza, la siringa di adrenalina o anche l’inquadratura dei piedi di Mia Wallace (e questo non solo per i feticisti).

Ma cosa ha creato Tarantino unendo la sua grande passione per letteratura pulp, per i gangsters e per il noir?

Un capolavoro del postmoderno.

Non potremmo definirlo diversamente. Tarantino destruttura completamente il tempo e le sequenze narrative, così come accadde in letteratura con Svevo, successivamente destruttura il senso proprio della storia, mescolando il tragico con il comico. Ma non sempre questi due elementi sono due cose separate e distinte, infatti attraverso un iperrealismo, a volte accompagnato da dialoghi di impronta surreale (come la citazione dal libro di Ezechiele) e la destrutturazione portata fino ai limiti possibili (almeno per questo film), in alcuni episodi il tragico diventa comico e viceversa. Ne è un esempio la scena dell’omicidio involontario nell’auto, nel quale dietro la “comicità” si nasconde un canone del non canone, e proprio con l’idea che non esista una misura delle cose, Tarantino nel suo film riesce ad abolire ogni codice morale, arrivando al punto di distruggere anche il significato deontologico dell’arte.