– DI MARCO DI DOMENICO
marco.didomenico@liberopensiero.eu

 

Il voto del 6 Aprile ha premiato il presidente uscente, Viktor Orbán, e il suo partito di destra, Fidesz. Con il 47% delle preferenze, la destra si conferma saldamente alla guida di Budapest.

Balzo in avanti dell’estrema destra di Jobbik, dichiaratamente antisemita e neonazista. Nulla da fare per la coalizione di centrosinistra, Kormányváltás, ferma al 25%. Superano lo sbarramento del 5% gli ambientalisti verdi.

Con 133 seggi su 199 disponibili, il partito di Orbán sarà in grado di portare modifiche alla Costituzione, avendo la maggioranza dei due terzi.

 

Analizzando il dato elettorale, sembra che il partito Fidesz goda di un diffuso e incontrastato consenso, ma, rispetto a 4 anni fa, la destra ha perso ben 600mila voti, mentre la sinistra ne ha guadagnati 250mila. Come si spiega, allora, una vittoria così netta?

La riforma elettorale desiderata da Orbán: il diritto di voto è stato esteso alle persone di etnia ungherese che vivono nei paesi confinati; le circoscrizioni uninominali sono state ridisegnate in modo tale da far disperdere i voti al centrosinistra (classico esempio di gerrymandering); il numero dei deputati è sceso da 386 a 199.

Grazie ad una campagna di basso profilo, ma diretta su pochi temi centrali (Europa, sviluppo economico e riforme costituzionali), la partecipazione è stata bassa, evitando, così, che le masse deluse dal governo votassero per l’opposizione.

Ovviamente, anche la coalizione di centrosinistra ha le sue colpe: sconta il cambio della leadership durante la campagna elettorale e l’incapacità di proporre soluzioni credibili all’euroscettismo e all’autoritarismo di Orbán.

Sorpresa, ma non troppo, è la crescita dell’estrema destra di Jobbik, soprattutto nelle zone rurali, in cui è arrivata a superare il centrosinistra, attestandosi come seconda forza. Il 20% di Jobbik preoccupa in vista delle elezioni europee del prossimo 25 maggio: con una campagna elettorale puntata sull’uscita dall’Unione Europea, potrà guadagnare ulteriori consensi andando a rinforzare le fila degli euroscettici.

 

Molti analisti sostengono che il trionfo di Orbán sia dovuto alla sue riforme socioeconomiche: il premier ha imposto una tassazione straordinaria a banche ed investitori stranieri e ha imposto alle aziende di elettricità e gas di bloccare i prezzi. In più, il PIL è aumentato (anche se non ai livelli pre crisi), la disoccupazione è diminuita, grazie ai fondi di coesione dell’Unione Europea e agli investimenti di aziende tedesche (Audi, Mercedes e Siemens).

Ma, questa strategia, per quanto possa aver evitato l’abbraccio mortale con il Fondo Monetario Internazionale, non è sostenibile nel lungo periodo. Il maximum imposto all’energia e al gas non potrà essere mantenuto per sempre: i prezzi sono destinati a crescere, determinando un grave aumento dell’inflazione. Ancora, il PIL, anche se cresciuto negli ultimi anni, è ai minimi livelli, non paragonabili agli altri paesi della regione (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia).

I poteri di vigilanza della Corte Costituzionale sulle leggi in materia di fisco e bilancio sono stati ridotti a causa di uno stato di emergenza (rimarrà in vigore fin quando il debito pubblico non scenderà sotto il 50%). La maggior parte delle istituzioni indipendenti sono amministrate da persone nominate direttamente dal primo ministro e il governo ha posto restrizioni alla libera informazione.

Infine, la moneta ungherese (il fiorino) continua a svalutarsi, aumentando così il numero di persone che hanno difficoltà a ripagare i debiti, mentre le banche non riescono a ripulire i propri titoli dai crediti tossici.

 

Il fil rouge della politica di Orbán, che piace molto a Jobbik, è difendere “l’intera nazione ungherese”: il nazionalismo è tornato in voga. La nazione ungherese, secondo Fidesz e Jobbik, deve essere protetta dalla NATO e dall’Europa. Quella stessa Europa che costituisce il primo partner commerciale per il paese (85% delle esportazioni totali) e l’unica istituzione internazionale che sposta fondi di coesione e sviluppo locale.

 

In tempo di crisi, le dichiarazioni paternalistiche del nazionalismo soddisfano di più dei risultati economici: gli ungheresi hanno sostenuto a larga maggioranza il progetto di Fidesz, sebbene i tagli alla sanità e all’istruzione pubblica abbiano determinato un forte fuga di cervelli e il conseguente abbassamento del livello qualitativo dei servizi pubblici.

Eppure, il centrosinistra non è stato capace di sfruttare i disastri delle riforme socioeconomiche e costituzionali  per mettere in discussione la leadership di Orbán.

Le forze progressiste e gli organi decisionali dell’Unione Europea devono interrogarsi sul futuro politico dell’Europa: bisogna prendere seri provvedimenti per invertire la rotta e far ripartire l’economia, puntando sui diritti sociali, economici e politici, altrimenti, i nazionalismi (nell’europa balcanica ed orientale) e i partiti euroscettici (nel resto d’Europa) faranno la voce grossa nel prossimo Parlamento Europeo.