– DI SUNDRA SORRENTINO
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Il romanzo che ho appena finito di leggere mi ha lasciato una sola sensazione. Inconsistenza. Eppure, tale sensazione, nel suo essere a metà fra la realtà e l’irrealtà, la sento così forte da non poter lasciare spazio ad altro. C’è posto solo per l’insicurezza, per mille dubbi che confermano che la loro stessa esistenza e insistenza, sia l’unica vera certezza.
“Il cavaliere inesistente” viene pubblicato nel novembre del 1959, quando Calvino era partito da poco per gli Stati Uniti d’America. L’inconsistenza che trasmette è il vero tema del romanzo. La trama ingarbugliata, i numerosi personaggi e le loro caratterizzazioni, perdono d’importanza di fronte ad un messaggio costruito pagina dopo pagina nell’infinita pienezza della semplicità con cui viene trasmesso. Ecco che “inconsistente” diviene un aggettivo dall’accezione positiva. Non si tratta di pochezza, mediocrità, non è assenza di robustezza. E’ consapevolezza. E’ il “So di non sapere” di Socrate. Questo libro è vento che spazza via le regole ferree, che, con il nostro massimo rispetto, non fanno che impedirci di pensare. Ci risparmiano una dura fatica. Dura, ma necessaria. Ma l’uomo è pigro, mostrerà sempre riverenza a chi gli impedisce di lavorare. Eppure questo libro dice il contrario. Dice che un uomo può esistere pur non esistendo, purché ne esista la volontà. Quel cavaliere non è altro che forma, un’armatura immacolata, ma vuota. Priva di macchie perché priva di un uomo che possa procurarsele. Tirato su l’elmo, non c’è niente. Agilulfo è solo un nome, un’armatura. Eppure, è il nostro antenato più rappresentativo. Semplicemente perché non esiste, e, pur non esistendo, si muove e muove tutto intorno a lui grazie alla volontà che lo anima, che lo rende, anche a detta degli altri personaggi, (e, in particolare di Bradamante, la donna che lo ama) più uomo degli uomini, nella sua inesistente perfezione. E così, non c’interessa sapere chi è o cosa fa, ma cosa c’è dietro questa storia. Tutto combacia. Se il cavaliere esistesse, la sua armatura non potrebbe essere immacolata. Se esistesse, Bradamante non lo amerebbe. Se marcasse orme camminando sulla terra, non potrebbe sconvolgere le certezze di tutti sul campo di battaglia, instillando negli altri cavalieri il dubbio, la realtà più vera. Ad un certo punto tutti cominciano a chiedersi se esistono davvero. Cosa vuol dire esistere, essere uomini? Non lo si sa più, una volta letto il libro. Più probabilmente, è una risposta che non abbiamo mai avuto. Ma, ora, sappiamo di non sapere.
Un volto scolpito nel vuoto, l’impossibilità di conoscere la condizione umana, perché conoscerla vuol dire limitarla, la consapevolezza che la sospensione sia l’unico stato degno di verità, la ricerca infinita di un senso destinato a nascondersi da noi troppo a lungo per poterci dire vittoriosi, gli interrogativi che il nostro ego raccoglie ogni giorno, l’abitudine all’accettazione che accomuna gli esseri umani e li rende tutti ugualmente schiavi padroni di sé stessi. Riavvolgete tali fili, e avrete “Il cavaliere inesistente”.
Ad un lettore superficiale, il capolavoro calviniano, potrà apparire una strana trasposizione in prosa di un poema cavalleresco medievale. La storia e i personaggi dicono questo. Ecco perché mi astengo dal raccontarli.