– DI LUCIANA TRANCHESE
luciana.tranchese@liberopensiero.eu

 

«La lacrime del mondo sono immutabili. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove, smette».

[Aspettando Godot]

 

Quando nel gennaio del 1953 il Theatre de Babylone di Parigi, un vecchio bazar restaurato come sala pubblica in cui erano stati allestiti un palco e una platea con poche sedie, ospitò la prima storica rappresentazione di En Attendant Godot dello scrittore irlandese Samuel Beckett, per la maggior parte degli spettatori presenti non fu cosa facile prevedere quanto quella stravagante pièce teatrale avrebbe, di lì a poco, rivoluzionato completamente il teatro contemporaneo, operando un’autentica demolizione di quei limiti invalicabili posti da trama, azione e significato.

Scrive Deirdre Bair, biografa di Beckett, che tutto di quel primo allestimento scenico fu realizzato con materiali di risulta: “l’albero era un lungo appendiabiti coperto con carta crespata […].” “La base dell’albero era nascosta da un pezzo di gommapiuma trovato per strada”. Con tre grandi bidoni contenenti lampadine elettriche furono costruiti i proiettori”.
L’esito della rappresentazione fu talmente discusso che in quel periodo assistere allo spettacolo scritto da Beckett divenne parte di un vero e proprio fenomeno culturale, attorno al quale si rincorrevano pareri di pubblico e di critica controversi. Intanto, tradotta dallo stesso autore l’anno successivo dal francese all’inglese, Waiting For Godot conobbe una crescente diffusione nei teatri di varie parti del mondo, raggiungendo il posto che ancora oggi gli spetta tra le opere più complesse e significative non solo nell’ambito del Teatro dell’assurdo, ma di tutta la letteratura del Novecento.

Il capolavoro di Beckett nacque inaspettatamente, alla fine degli anni quaranta, in un momento di svago e di pausa dalla lavorazione alla trilogia romanzesca MolloyMalone muore L’innominabile, pubblicata tra il 1951 e il 1953.

Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte“; fu il celebre commento critico di Vivian Mercier, che lapidariamente colse una caratteristica centrale dei due atti in cui è divisa l’opera.

In una strada di campagna, due uomini dall’aspetto malandato, Vladimir ed Estragon, attendono l’arrivo di un certo Godot senza una precisa motivazione.

I due ne parlano tra loro come di un possibile benefattore, ma in realtà non ne conoscono l’identità, né ricordano in che giorno o luogo devono aspettarlo. Ogni sera un messo annuncia loro che Godot non si presenterà all’incontro, ma che verrà il giorno successivo. A parte questo, nella rappresentazione accade poco altro.

Un’attesa definita dall’incertezza sin da subito, resa appena sopportabile dal legame che vincola reciprocamente Vladimir ed Estragon, diversi ma complementari, e li pone nella medesima condizione.  Dicono più volte di volersi suicidare, ma non lo fanno adducendo qualche strana scusa; litigano, si abbracciano, si chiedono cosa farebbero l’uno senza l’altro, si domandano se non sarebbe stato meglio separarsi, vivono nell’incomunicabilità sociale che li circonda, e intanto aspettano per aspettare un cambiamento che non arriva mai.

Le azioni ridotte ai minimi termini, le elucubrazioni e i dialoghi apparentemente privi di senso, sono parte di un tempo percepito come immutabile, statico, scandito solo da scarni elementi scenici, e fatto di pause, silenzi e grottesche ripetizioni.

L’attesa di uno sconosciuto Godot passa dall’essere un’astratta premessa filosofica a una concreta quanto angosciante caratteristica dell’esistenza umana; la sua fondamentale insensatezza.

Se avessi saputo chi è Godot l’avrei scritto nel copione“, dichiarò Beckett, eppure i tentativi di trovare una soluzione all’enigma della sua identità sembrano non essersi mai esauriti: un susseguirsi di chiavi di lettura che oscillano tra le interpretazioni di carattere religioso e metafisico, a quelle più aneddotiche.

C’è chi ha ipotizzato che i personaggi sulla scena aspettino Dio, la morte o una vita migliore, ma l’unica certezza che l’opera di Beckett sembra poter comunicare è l’imminenza di un avvenimento non prorogabile, che resta lontano, senza mai compiersi del tutto. Non si tratterebbe tanto di rivestire Godot di un’identità specifica, quanto di attribuire un significato all’attesa del suo arrivo, considerandola una condizione umana universale. Godot è forse la somma di tutte le attese possibili. È il movente e il fine di tutte le azioni umane, di qualunque natura lo si voglia ammantare, materialistica o spirituale che sia. Può essere un tutto o un nulla inventato su cui riporre le proprie speranze di cambiamento, anche se vane.

Per uscire dall’impasse dell’esistenza bisognerebbe, forse, alzarsi e andare incontro a quel  Godot tanto atteso.