– DI CRISTIANO CAPUANO

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La linea, il colore, il tratto del genio: “Matisse, la figura” e il ritratto di un colosso dell’arte del Novecento.

Fondazione Ferrara Arte propone a Palazzo dei Diamanti un particolare sguardo su Henri Matisse, una mostra che, attraverso un’ampia serie di opere, ci introduce al modo in cui il grande maestro francese trattò, esplorò e tematizzò la figura durante tutto il corso della sua carriera.
“Matisse, la figura”, curata da Isabelle Monod-Fontaine, ex-vicedirettrice del Centre Pompidou, è stata inaugurata il 22 febbraio scorso, e proseguirà fino al 15 giugno.
Il percorso attraverso cui Matisse esplora le possibilità di modellare la figura, si snoda lungo tutto il corso della sua carriera, dall’inizio del Novecento fino agli anni ’50 e attraverso svariate forme d’espressione: dalla pittura alla scultura, dal disegno a carboncino alla litografia, passando per l’incisione, la xilografia e i suoi celebri gouaches découpés.

L’esposizione si apre con alcune opere realizzate a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, in cui un Matisse ancora giovane e acerbo sperimenta le prime forme di raffigurazione evidenziando il suo legame formativo con i postimpressionisti e in particolar modo con Cézanne.
La svolta storica è però vicina: il Salon d’Automne del 1905 determina la ribalta dell’espressionismo fauve e lancia Matisse verso la piena maturità artistica; è questo l’anno in cui raffigurerà André Derain in uno dei ritratti più rappresentativi presenti in mostra.
La rivoluzione del colore è scoppiata e, nel 1907, Matisse dipingerà la sua energica risposta a Les Demoiselles d’Avignone dell’amico-rivale Picasso: Nudo Blu (Ricordo di Biskra), di cui scolpisce, nello stesso anno, una riproposizione in bronzo della figura femminile in Nudo Disteso (Aurora), uno dei primi pezzi scultorei che Palazzo dei Diamanti propone.
Di questi stessi anni è, invece, il principale capolavoro scultoreo della mostra, la Serpentina, un bronzo datato 1909 che proietta la figura umana verso una verticalità filiforme e flessuosa che, se da un lato contiene un’allusione ai ritmi fitomorfi dell’Art Nouveau, dall’altro guarda verso il futuro alla scultura surrealista.
Il percorso prosegue presentandoci una serie di intensi ritratti che instaurano un nuovo dialogo con l’estetica cézanniana (Le due sorelle, 1917) e testimoniano la tendenza modernista al confronto con l’arte tribale (Joaquina, 1911), quest’ultimo vagamente inteso anche nella serie di bronzi Jeannette, realizzate tra il 1910 e il 1913, in cui Matisse farà esercizio di primitivismo modellando e stravolgendo la fisionomia femminile.
Gli anni ’10 si chiudono con l’inaugurarsi del cosiddetto “periodo nizzardo”, in cui Matisse, trasferitosi in Costa Azzurra, comincerà a sondare le atmosfere del sud rielaborandole in uno studio sull’intensa e calda luce della Provenza, come Van Gogh, Gaugin e altri avevano fatto prima di lui.
Sono di questo periodo diversi lavori, concentrati su nudi e odalische, che dialogano con un passato dal sapore esotico e che ricordano le fascinazioni lontane di Ingres e Delacroix.
Il Matisse che strizza l’occhio all’esotismo è anche quello che dialoga con le decorazione di interni e in Odalisca con i pantaloni grigi (1926-27) gli arabeschi e le linee ornamentali tornano ad invadere uno spazio ridotto a pura convenzione, come egli aveva già sperimentato in La stanza rossa del 1908. Degli anni ’20 è una parentesi particolare della carriera del maestro francese, il quale curerà i costumi del corpo di ballo di Sergej Diaghilev impegnato ne Le chant du Rossignol di Igor Stravinskij, di cui Matisse dipingerà anche le decorazioni dei fondali e di cui la mostra offre una riproposizione in video, oltre alla presenza di uno degli originali costumi di scena.
Attorno al 1935, dopo aver realizzato a Filadelfia il grande murale La danza II per la Barnes Foundation, Matisse affronterà tematiche bucoliche in opere come Ninfa e fauno rosso e la grande Ninfa nella foresta (ultimato nel ’42).
All’inizio degli anni ’40, dopo aver strenuamente deciso di non emigrare e restare in un’Europa messa in ginocchio dalla guerra, la carriera di Matisse subirà un altro brutto colpo: nel 1941 gli viene diagnosticato un cancro all’intestino che lo costringerà, dopo un intervento chirurgico, a svolgere la sua attività artistica nel suo letto e con l’aiuto di assistenti.
Il maestro comincia in questo periodo a lavorare sui suoi gouaches découpés, collage che inserirà nelle tavole del suo grande libro Jazz del 1947, monumentale opera riassuntiva in cui le figure si sintetizzano facendosi essenziali e riducendosi ad una baraonda di improvvisazioni ritmiche e cromatiche. La mostra si chiude con un’opera particolarmente indicativa di questo stesso processo di sintesi, L’Acrobata del 1952, in cui l’espressività pura e lineare fa della figura un misurato segno spaziale in aperto dialogo con la neutralità dello sfondo.

Il percorso di Palazzo dei Diamanti esplora dunque l’intera carriera di Henri Matisse attraverso il tema a lui sempre caro, della figura; un tratto peculiare di un grande genio del Novecento che ha fatto dell’autonomia e della ricerca sperimentale i suoi marchi di autenticità, ispirando, modellando e attraversando l’intera storia del modernismo europeo.
“Matisse, la figura”. In mostra a Palazzo dei Diamanti, Ferrara, dal 22 febbraio al 15 giugno 2014.