– DI LUCA MULLANU
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Claudio Riccio, classe 1985, è alla sua prima esperienza elettorale, ma da oltre 12 anni è attivo sul territorio e a livello nazionale nell’associazionismo e nei movimenti sociali, candidato nella circoscrizione sud con la lista L’Altra Europa con Tsipras. Insieme a Libero Pensiero delinea anche quello che dovrà essere il futuro della sinistra italiana: “Vogliamo costruire una sinistra nuova, organizzata, radicata sui territori, che viva di partecipazione quotidiana”.
La lista Tsipras è fortemente critica riguardo la gestione della crisi in Europa, le conseguenze dell’austerity sembrano essere sempre più chiare, anche considerando la recente lettera inviata dal Governo Renzi riguardo al non rispetto del pareggio di bilancio. Qual è la proposta della lista Tsipras e quali sono le considerazioni riguardo al Fiscal Compact?

Per L’Altra Europa con Tsipras cancellare il Fiscal Compact e mettere fine alle politiche di austerità è il punto chiave senza il quale ogni altro impegno, annuncio e proposta non è è credibile. La regola aurea del Fiscal Compact, introdotta in Costituzione con un voto bipartisan, impone un piano di rientro del debito a tappe forzate che non può far altro che deprimere l’economia e aggravarne la recessione e, di conseguenza, l’impoverimento di milioni di persone in Europa. L’Altra Europa con Tsipras, invece, vuole rifondare una nuova Europa, fuori dall’ossessione del debito e della subordinazione ai mercati finanziari in cui riavviare politiche espansive e investimenti pubblici, non con spot tesi a racimolare qualche voto, ma per necessità politica e sociale. Per fare questo dobbiamo affrontare con nettezza la questione del debito a livello europeo. Tutta l’Europa ne beneficerebbe se si andasse in questa direzione, invece di continuare ad essere assoggettati alle attuali norme, come fa invece il governo Renzi quando dichiara di voler rispettare il pareggio di bilancio, ma chiede un rinvio per “cause eccezionali”. Quali cause? La sola propaganda elettorale. Noi invece avanziamo l’idea di una Conferenza del Debito Europeo. Con l’europeizzazione di tutto il debito eccedente il 60%, il debito diverrebbe ampiamente sostenibile e motiverebbe solidaristicamente l’esistenza della UE. Non solo, ma permetterebbe anche di affrontare le cause strutturali del debito stesso dedicando ingenti risorse all’armonizzazione condivisa dei fattori di squilibrio e a un aumento strutturale dei redditi ed un nuovo modello sociale europeo. Le risorse per questa operazione, da affidare ad un grande piano di economia solidale e sostenibile europeo, vengono da un ridimensionamento strutturale delle rendite e una nuova politica fiscale redistributiva, da un impiego di quote di surplus produttivi oggi usati a sostegno esportativo dai Paesi forti e da risorse dei Paesi liberati dal debito.

Democrazia in Europa, quali dovrebbero essere i cambiamenti affinché il Parlamento e la Commissione possano funzionare meglio? E, nell’eventualità, non sarebbe un problema a tal fine la contrapposizione dell’ascesa dei populismi e dei no euro?

E’ necessario prima di tutto rafforzare e ampliare i poteri del Parlamento Europeo, unico organismo elettivo europeo esistente, che diventi il luogo del potere legislativo in Europa. Vogliamo il superamento degli organismi non direttamente elettivi come Commissione Europea e Consiglio Europeo. Bisogna poi dare più peso agli strumenti di democrazia diretta esistenti, come l’Iniziativa dei Cittadini Europei, e prevederne di nuovi, come i referendum. In più bisogna aumentare il bilancio europeo che attualmente è veramente irrisorio (poco più dell’1% del PIL) e che è indice della mancanza di volontà di portare avanti una politica comune a livello europeo sui grandi temi dell’economia reale. Portando il bilancio europeo almeno al 5% del PIL dell’Unione, si avrebbe un bilancio frutto di una fiscalità propria, così da non essere più dipendenti da una dinamica intergovernativa e così da avere invece un protagonismo proprio come unione politica e democratica.
Inoltre bisogna lavorare sulla trasparenza e il contrasto alle lobby. Non è possibile che scelte importantissime, come il TTIP, il nuovo trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, che rischia di lanciare una nuova ondata di privatizzazioni, siano discusse in segreto con le multinazionali, senza nessun meccanismo né di controllo né di partecipazione da parte dei cittadini. Il problema non riguarda solo il meccanismo istituzionale, ma anche l’assenza di una vera costituzione e di un processo costituente popolare e partecipato. Senza ciò l’Europa continuerà ad avere istituzioni senz’anima. Più si incentiva la nascita di uno spazio pubblico europeo, in cui parti sociali e politiche, partiti, movimenti, cittadini, si confrontano e partecipano, liberi dalle competizioni tra stati, più passi avanti avremo fatto in vista di una vera democrazia europea.

Fondi europei, questione centrale rispetto ad una situazione in cui le amministrazioni non riescono a spendere perché incompetenti nel costruire un progetto che possa servire allo sviluppo economico e non solo. Quali sono le proposte della lista Tsipras in tal senso? E come potrebbero aiutare lo sviluppo del Mezzogiorno?

Fuori da ogni logica di assistenzialismo spesso perpetrata, bisogna continuare su un processo di investimento tramite i fondi strutturali nel Mezzogiorno, senza però permettere che si perpetui una contrapposizione tra le aree più deboli dell’Europa, dopo che con l’allargamento a Est dell’Unione si è creato uno scontro per l’attribuzione dei fondi.
Invece della guerra tra poveri per accaparrarsi questi fondi, servono politiche armoniche europee per lo sviluppo del continente. E servono programmazione, pianificazione, controllo e trasparenza nella gestione di questi fondi – tema quest’ultimo che riguarda più in generale la burocrazia e la classe politica tutta e non soltanto l’utilizzo dei fondi europei. Anche per questo serve un profondo rinnovamento della politica.

Questione nodale è il futuro della sinistra italiana, che negli anni non è mai riuscita a costruire un progetto unitario e di prospettiva. Il 26 maggio, cosa si farà? Ognuno per conto suo, riproponendo gli stessi errori politici, oppure ci sarà una discussione su come rilanciare la sinistra?

Non ci basta una lista nuova come L’Altra Europa per Tsipras, che pur sta creando tanto interesse, curiosità ed entusiasmo. Vogliamo costruire una sinistra nuova, organizzata, radicata sui territori, che viva di partecipazione quotidiana, elaborazione e azione collettiva, non basata sui leader, ma su chi si impegna, propone, costruisce. Non ci basta una sinistra unita, vogliamo costruire una sinistra che unisca; una sinistra che unisca le solitudini, gli sfruttati, chi si trova da solo ad affrontare le intemperie della crisi. Come ha detto Tsipras, se il neoliberismo ci vuole divisi, in competizione l’uno con l’altro, spesso incapaci di reagire, la sinistra alternativa, popolare, di massa e non minoritaria che dobbiamo costruire è una sinistra che metta insieme proprio ciò che il neoliberismo ha diviso, non ceti politici, ma popolo. Non è semplice, ma è necessario
Oggi questa lista nasce a partire dai limiti della sinistra di questi anni, ma anche in discontinuità con quei limiti. Non siamo disposti a fare un passo indietro rispetto alla costruzione di una nuova sinistra radicalmente alternativa, ma non minoritaria di cui c’è tanto bisogno in Italia ed Europa per cambiare gli attuali rapporti di forza.

Avendo molta esperienza nel campo dell’istruzione, dal tuo punto di vista, quali potrebbero essere i punti forti della lista Tsipras riguardo proprio la formazione in Italia e chiaramente in Europa. Come possiamo immaginare un percorso di integrazione lavorativa se i titoli di studio italiani in Europa non sono considerati, nonostante i trattati europei lo prevedano?

Già in passato noi criticavamo la strategia di Lisbona, che proponeva l’idea che l’Europa dovesse diventare la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010. La criticavamo, nei movimenti studenteschi, perché piegava la formazione a logiche ed esigenze di mercato. Qualche anno dopo appare evidente che il lato oscuro di quei processi di riforma, quello dell’aziendalizzazione e della privatizzazione, è stato realizzato, mentre di investimenti sul futuro, in particolare in Italia, non c’è traccia. Invece di fare l’economia della conoscenza i governi italiani degli ultimi 15 anni hanno fatto economia sulla conoscenza. Da questo punto di vista l’Italia è fanalino di coda in Europa, unico Paese ad aver tagliato i fondi all’istruzione in percentuale e anche dal punto di vista delle cifre reali (nominali). Serve invece una radicale inversione di tendenza per quanto riguarda gli investimenti in istruzione: una inversione possibile solo se si esce dai vincoli imposti dall’austerità. Oltre al tema del finanziamento, dal processo di Bologna in poi si è acuito il processo di liceizzazione, dequalificazione e ipersettorializzazione dei percorsi formativi. Questo ha portato a una minor efficacia in termini di capacità di produrre competenze e pensiero critico e ha così danneggiato le basi culturali del nostro continente e la capacità di produrre innovazione.