– DI SUNDRA SORRENTINO
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Esco dal cinema e sento il magone alla gola. Forse perché ho provato a trattenere le lacrime di nostalgia mista a tenerezza che sgorgavano dal mio cuore come un fiume in piena, inarrestabile. Forse perché la storia della bambina sul grande schermo ha evocato in me tanti ricordi che credevo perduti. O, forse, semplicemente perché quella storia è piena di bellezza pura. “Storia di una ladra di libri” racconta il mondo infantile da una prospettiva nuova, non è il solito film su un enfant prodige, è molto di più. Sono flussi di parole alla ricerca di qualcuno che le trovi e le renda immortali. Perché è questo il compito della letteratura, darci l’immortalità che non abbiamo. Mentre viviamo ce ne dà l’illusione, un breve, ma intenso assaggio.  E così, negli attimi finiti in cui leggiamo, il tempo scorre così lento da farci dimenticare che la vita fugge, e che mentre noi la rincorriamo, rallentati da mille ostacoli, essa è già altrove. Essa è sempre altrove. Ma, per un attimo, quando leggiamo, noi accarezziamo la vita, abbiamo la sensazione d’averla in pugno, finalmente. Liesel, la protagonista del film, è una ragazzina analfabeta adottata da Hans e Rosa Hubermann durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale in Germania. Comincia a frequentare la scuola, fra le crudeli prese in giro dei coetanei. Eppure c’è qualcuno che la apprezza già, che ne è segretamente innamorato, Rudy, che diventerà il suo migliore amico. Lo scoppio della guerra sconvolgerà l’idillio iniziale. La storia, da questo momento, sarà segnata da due eventi fondamentali. La Germania nazista brucia i libri considerati colpevoli di fuorviare le menti tedesche, la famiglia Hubermann ospita Max, un giovane ebreo in pericolo di vita. I due eventi scatenano una serie di conseguenze che diventano facce della stessa medaglia. I libri sono un bene prezioso. Salvano. E vanno salvati. Liesel ne raccoglie uno dall’incendio. Hans, il padre adottivo, trascorre interi pomeriggi con Liesel in cantina, trasformata, per l’occorrenza, in un’enorme rubrica dove registrare tutte le nuove parole che la bambina impara a leggere. Liesel impara così a leggere, si innamora delle parole, dei segreti che i libri contengono e della loro disponibilità a svelarli ai lettori pazienti. Sarà la stessa cantina ad ospitare Max, che, proprio come il libro dell’incendio, dev’essere salvato. Nel buio della cantina, Max, può vivere solo di speranza, di immaginazione. La scena emblematica del film è quella in cui Max chiede a Liesel di dirgli com’è il tempo fuori, anzi, di raccontargli com’è il tempo fuori, perché lui vuole immaginarlo. Raccontare vuol dire sostituire l’immaginazione ai sensi, le parole alla realtà tridimensionale che ci circonda. La cantina racchiude tutto questo. La capacità di raccontare che la purezza infantile può salvare, la capacità di immaginare che può salvare la vita di chi sembra non avere altro che un’esistenza. E così, la cantina, da luogo angusto e sotterraneo, diviene la più luminosa finestra sull’infinito. Prima un dizionario, poi luogo d’incontri, d’amicizia, di sogni. “Ma alla fine non c’erano parole, solo pace… “.