– DI CLAUDIA POLO
claudia.polo@liberopensiero.eu

 

“Tryna fix something
But you can’t fix what you can’t see
It’s the soul that needs the surgery”

E’ così che canta Beyoncé in una delle strofe del suo nuovissimo singolo intitolato “Pretty Hurts”. La canzone, scritta dalla cantante Sia Furler, è stata dapprima presentata dalla stressa alle colleghe Katy Perry e Rihanna, le quali non hanno individuato il reale messaggio di questo brano ed il potenziale che avrebbe potuto avere.
“Provando a sistemare qualcosa, non puoi aggiustare qualcosa che non vedi, è l’anima ad aver bisogno della chirurgia”.
Parole forti, cariche di significato, accompagnate da un video di cotanto impatto visivo, presentato il 24 Aprile, hanno fatto sì che Beyoncé scalasse le classifiche di tutto il mondo arrivando alla vetta e raggiungendo in pochi giorni 4 milioni di visualizzazioni su youtube  (a fine articolo il video).
Insieme al brano, è stata lanciata anche la campagna What Is Pretty? in cui si invitano i fan della cantante a scattare una foto su Instagram con l’hashtag #WhatisPretty che rappresenti il proprio ideale di “Pretty”.
La canzone affronta un tema scottante e molto attuale, quello della bellezza.
Nel tempo in cui non si fa altro che parlare di bambole di gomma, siliconate e piene di botox, ciò che dovremmo imparare ad “aggiustare” e ritoccare è il nostro modo di pensare.

I canoni di bellezza, certo, sono sempre esistiti ed è a partire dai Greci che esisteva il culto della bellezza fisica.
Questo concetto, profondamente radicato, faceva sì che i greci considerassero una persona dotata di particolare avvenenza come “cara agli Dei” cioè un essere privilegiato, che gli Dei amavano e proteggevano.
Tutt’oggi si usa dire, per complimentarsi con una donna, “sei bella come la venere di Milo”, quindi c’è poco da stupirsi se la società non fa altro che inglobare modelli e canoni di bellezza sempre più selettivi, capaci di emarginare gran parte della popolazione.
Ma che la bellezza stia negli occhi di chi guarda è un fatto ormai generalmente accettato. Quello che, però, non sempre siamo in grado di riconoscere, è la misura in cui la nostra percezione di ciò che è bello e ciò che non lo è, sia condizionata da fattori esterni legati ad ambiti sociali, economici e, soprattutto, mediatici.

Se facessimo un breve excursus ci accorgeremmo che i modelli di bellezza sono talmente tanti e vasti da un’epoca all’altra che non si potrebbe dire cosa è bello davvero.
Nei ’70, anni delle bellissime Sofia Loren e Gina Lollobrigida, andava in voga la donna prosperosa, le forme, i fianchi grossi ed il seno grosso… donne che sprigionavano vera e propria sensualità.
Ma oggi, per esempio, piacerebbero davvero delle Miss con i fianchi prorompenti, le forme prosperose ed i peli sotto le ascelle?
Negli anni ’80 si è passati ad ammirare e desiderare una donna-bambina dalle forme infantili e dal viso pulito e fanciullesco, come Ornella Muti e la maliziosa Brigitte Bardot.
Lentamente ma inesorabilmente, si è passati dall’ammirare una donna formosa, rotondeggiante e cicciottella ad invidiare i corpi scheletrici delle attrici e delle modelle degli anni ’90.
Ed oggi, in che direzione vanno le bellezze standardizzate?
Certo, ancora ci sono dei modelli di perfezione estetica ma pare che con l’avvento dei media, del web 2.0 e delle nuove tecnologie che ci permettono di entrare a far parte, attraverso uno schermo, di nuove culture, dimensioni e modi di pensare lontani fisicamente da noi ma vicini virtualmente, ci si avvicini ad una bellezza più genuina e meno standardizzata.
Quello che oggi stuzzica e attrae è una donna che, anche se non bellissima, abbia una forte personalità e si spera che si continui su questa lunghezza d’onda.
Forse c’è ancora una speranza per il “bello dentro”!