– DI DAVIDE GORGA
stellenelblu74@hotmail.it

 

Se la parola poetica può essere spinta ai limiti dell’inesprimibile, rifuggendo i temi consueti e abusati per dedicarsi unicamente alla tensione trascendente, l’opera e la vita di Stéphane Mallarmé (Parigi, 1842 – Valvins, 1898) ne sono un esempio al contempo estremo e disperato.
È possibile tracciare una linea ideale che, partendo da Charles Baudelaire, attraverso Verlaine e Rimbaud, rappresenti il progressivo allontanamento dalle figurazioni (e dalle tematiche) usuali per addivenire, infine, ad una funzione metafisica dell’arte. All’indagine sull’Essere. Questa tensione, culminata nella fecondità delle «Illuminazioni» rimbaldiane, s’inasprisce e si esaspera nei canti di Mallarmé, poeta del pari tormentato – e “maledetto”, scriverà Verlaine – eppure condannato alla sterilità poetica ed esistenziale, di cui “Il Cigno” (titolo attribuito comunemente alla poesia più nota, un sonetto del 1885 che l’autore designa tuttavia unicamente con un numero progressivo all’interno della raccolta poetica in cui compare) è il più rappresentativo manifesto. La crisi esistenziale dell’autore inizia con la perdita della fede cattolica da cui, tuttavia, non procede un banale materialismo quanto un lucido, sensibile, consapevole anelito all’infinito, alla trascendenza, la cui esistenza quasi crudele opprime l’uomo come la volta celeste che gravi – pur restando indifferente e lontana – sulla terra con il peso dell’eterno. Questa dicotomia tra i due piani dell’esistenza è origine del linguaggio poetico e, nel medesimo tempo, ne tarpa le ali, dando luogo alla dinamica poetica propriamente mallarmeana.

“La primavera malata ha scacciato tristemente
L’inverno, stagione dell’arte serena, l’inverno polito,”

(“Renouveau”)

Quanto più l’uomo si affanna e s’immerge nella materia, nella fertilità della terra (simboleggiata dalla primavera “malata” o dall’estate rigogliosa) tanto più è tormentato dalla precarietà, dalla mancanza di senso, dalla caducità. L’inverno, per contrasto, è la stagione dello Spirito, in cui il Cigno potrebbe ritrovare la sua patria, il proprio luogo naturale. Eppure, nella contemplazione dell’Infinito, egli non spicca il volo: resta imprigionato nel ghiaccio che sublima il suolo di cui ha peraltro orrore, ed immobile e inerte continua ad anelare al cielo.

“Un cigno d’altri tempi si rammenta di sé
Magnifico ma che senza speranza si libra
Per non aver cantato la regione in cui vivere
Quando dello sterile inverno splendette il tormento.
(…)
Fantasma che dona a questo luogo il suo puro splendore,
S’immobilizza al sogno freddo del disprezzo
Che riveste nell’esilio inutile il Cigno.”

(“Le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui”)

Al contrario dell’Albatro baudeleriano, il Cigno non è prigioniero al suolo per l’incomprensione degli uomini; non ha “ali da gigante” con cui solcare i cieli o, meglio, pur possedendole, sceglie deliberatamente di non utilizzarle: è nella sua stessa purezza e, quindi, nella sua ragione d’essere il motivo del suo “inutile esilio”. Contraddizione non più risolta nella Croce, quasi che l’abbandono del Cristianesimo abbia fatto tramontare sull’orizzonte dell’autore anche la Croce del Nord(1); condizione dolente ed unica in cui il poeta trova la parola non più creatrice (come in Rimbaud) ma rivelatrice di un Oltre impossibile da raggiungere, sperimentare, gioire. L’esistenza diviene contemplazione di un Assoluto per sempre perduto.
Del pari, la perfezione formale, minuziosa, ricercata, della produzione mallarmeana, che spesso non a caso si rivolge a vocaboli desueti ed a costruzioni sintattiche ardite, specchia perfettamente la Realtà superiore, intangibile e inattingibile. È lo stallo e l’impossibilità di distruggere per ricostruire (“Una sera, feci sedere la Bellezza sulle mie ginocchia – E la trovai amara – E l’ingiuriai” aveva scritto Rimbaud in «Una Stagione all’inferno»), l’immobilità della purezza, la cifra intera di Mallarmé.

Nella lirica “L’Azur”, in un breve, lancinante grido, l’autore invoca il sonno del peccato, “lo strame ove il gregge degli uomini si corica beato” (con un’eco guinizzelliana “e vive come pecora nel prato), la riduzione alla schiavitù imposta dal corpo e, tuttavia, è continuamente trafitto dall’acuta consapevolezza del Divino che ruscella in suoni di campane e di cui è ineluttabilmente scintilla e parte.

“Invano! L’Azzurro trionfa, e lo sento cantare
Nelle campane. L’anima si fa voce per meglio
Atterrirci con la sua crudele vittoria,
E dal metallo vivo sorge in celesti angelus!”

(“L’Azur”)

Provato duramente dalla vita (gli morrà un figlio in tenera età) e tuttavia amato ed ammirato da molti giovani artisti – che si riuniranno settimanalmente presso di lui nei “Mardis de la rue Rome” – introdotto nel circolo dei pittori impressionisti, stimato da Verlaine (che lo inserirà tra i “Poeti maledetti”) e da Debussy, che compose il celebre “Prélude à l’Après-midi d’un Faune” ispirato al poema(2) cui aveva duramente lavorato, Mallarmé lascerà un’impronta duratura nella poesia francese, cui si dedicherà sino alla morte, soggiunta il 9 settembre 1898.
(1) La Croce del Nord è la parte centrale della costellazione del Cigno.
(2) Appunto “L’après-midi d’un faune”, che raggiunse la forma definitiva nel 1876, la cui edizione conteneva illustrazioni di Édouard Manet.

CONDIVIDI
Articolo precedentePassaggio
Articolo successivoVinciamo noi…e poi?
La redazione di Libero Pensiero News è composta da più di 70 redattori sparsi per l'Italia e l'Europa che, generalmente parlando, ti vogliono bene.