– DI GENNARO DEZIO
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Le serie televisive (non quelle italiane, ad esclusione dell’ottima Romanzo Criminale e si spera della prossima “Gomorra” che andrà in onda su Sky) in questi ultimi anni, hanno saputo più del cinema, soddisfare i “palati” dei telespettatori e “cinecultori” più esigenti. L’hanno fatto toccando le tematiche più disparate: la vita e la morte in Six Feet Under, la malattia e la cura, i rapporti umani in dr. House, la criminalità, le sue metastasi ad ogni livello in The Wire, la mafia ne I Soprano.

Abbiamo assistito alla trasfigurazione unica, esasperata di Walter White in Breaking Bad. Ci siamo appassionati alle vicende di Don Draper. Attraverso il suo lavoro, la pubblicità, siamo piombati nella New York degli anni ‘60 con un posto in prima fila nell’osservare i cambiamenti, le trasformazioni e anche le contraddizioni della società americana dell’epoca.

Ciascuna di queste serie, e non ne cito altre, molte altre, può essere considerata un piccolo o grande capolavoro, a seconda dei gusti, a seconda di quello che si cerca in prodotti di questo tipo, come accade, allo stesso modo, per un libro od una canzone.

 

House of Cards è una serie televisiva americana, in onda da qualche settimana sulla piattaforma Sky, che negli USA è arrivata alla seconda stagione, già rinnovata per una terza. Premetto che, pur conscio che i più non vi sono abituati e che potrebbe per molti risultare scomodo, la serie sarebbe assolutamente da vedere in lingua originale, chiaramente sottotitolata per chi non mastichi in maniera più che buona l’inglese. Ciò per poter apprezzare davvero a 360 gradi le performances eccezionali di Kevin Spacey & co.

 

Andando con ordine, questa serie è una trasposizione USA in salsa Netflix (sinonimo di qualità alta, molto alta) dell’omonima serie TV inglese trasmessa agli inizi degli anni ‘90 nel Regno Unito, tratta dal romanzo House of Cards, primo di una trilogia scritta da Michael Dobbs, che sotto la Thatcher è stato il capo dello staff del Partito Conservatore dal 1986 al 1987, e più tardi vicepresidente del partito, dal 1994 al 1995.

 

Le vicende narrate prendono inizio coi festeggiamenti per la vittoria del Presidente Democratico Walker, che dopo aver promesso durante la campagna elettorale per le Presidenziali, al nostro protagonista Frank Underwood, la nomina a Segretario di Stato (il ruolo ora ricoperto da John Kerry e precedentemente da Hillary Clinton, per capirci) in caso di vittoria, lo fa avvisare, del tutto inconscio della drammatica spirale che questa scelta innescherà, di non voler più mantenere la promessa, ritenendo che Frank sarà più utile nel ruolo che già ricopre, quello di capogruppo dei Democratici al Congresso.

Da questo momento Frank, con l’aiuto della moglie Claire (Robin Wright) algida, inquietante, calcolatrice forse anche più dello stesso marito, e di pedine che muoverà con agghiacciante disinvoltura nella scacchiera del potere, mirerà non solo alla vendetta ma ad ottenere tutto ciò di cui ritiene essere stato ingiustamente privato. Lo farà in modo cruento, ammaliando, usando e poi distruggendo a suo piacimento chiunque ritenga possa essere utile al raggiungimento del suo obiettivo. Ecco, questa forse è l’unica critica che si potrebbe muovere alla serie. Frank spesso si muove come un gigante tra nani. Nessuno, almeno in queste due serie riesce a contrapporsi in maniera paritaria al nostro protagonista. La realtà è invece spesso popolata da tanti Underwood, come le vicende italiane e non ci dimostrano quotidianamente. Il politichese c’è, inutile negarlo, ma anche chi non apprezza prodotti con queste caratteristiche riterrà quest’ultimo aspetto sfumato rispetto alla grandezza ma anche all’abisso e alla miseria dei rapporti e dell’animo umano in cui la serie ci conduce, puntata dopo puntata.

 

Kevin Spacey, straordinario nella sua interpretazione, vale da solo probabilmente la visione dell’”opera”. I suoi aforismi destinati ad entrare nella storia dei drama televisivi, il suo confrontarsi in maniera esplicita e diretta col telespettatore, guardando direttamente nella macchina da presa aumentano il fascino di un personaggio machiavellico e per certi versi inafferrabile e spiazzante nei suoi vizi (anche sessuali), nelle sue manie (il battere superfici con l’anello) e debolezze (costolette di maiale e non…). Egli troneggia chiaramente in quanto protagonista nell’ambito comunque di tutta una serie di personaggi, anche secondari, caratterizzati ed approfonditi in maniera egregia. Ancora una volta si dimostra eccezionale come in Seven (1995) il binomio con David Fincher, che cura in questa serie una regia superlativa, donandoci atmosfere cupe, incalzanti, senza momenti di stanca. Le puntate sono costruite e si intersecano perfettamente senza mai dare l’impressione di essere state girate per “allungare il brodo”, come sovente purtroppo accade. Anche le vicende che più direttamente ci fanno conoscere il funzionamento del sistema legislativo, del Congresso e dei protocolli della Casa Bianca non sono mai pesanti, il taglio risulta essere sempre avvincente e interessante.  Il profilo prettamente “legal” seppure in certi casi solo accennato è sufficientemente curato e riesce a far capire a larghe linee quelle che sono le differenze dal punto di vista costituzionalistico (per l’istituto dell’impeachment ad esempio, cui si fa riferimento nella seconda stagione), dell’architettura statale e delle competenze Governo Federale-Statale rispetto al nostro Paese. Un plauso agli sceneggiatori va fatto di certo per quanto sapientemente abbiano ricostruito l’enigmaticità totalizzante e in certi casi cruda e disturbante del rapporto e degli stessi sentimenti moglie-marito, lontanissima dagli edulcorati stereotipi televisivi cui siamo abituati.

House of Cards non è consigliabile solo a chi vuole assistere ad una spettacolare scalata al potere (fragorosa e inarrestabile quanto la probabile caduta sarà poi, alla fine), priva di rimorsi e di compassione, ma anche a chi vuole guardare senza pregiudizi e moralismi a quella che è una rappresentazione della vita e non solo certo della politica, dell’appartenenza stessa al genere umano, egoista, spietato in quanto tale.