– DI DAVIDE GORGA
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Icona della poesia moderna, Charles Baudelaire (Parigi, 1821 – 1867) gode ad oggi di una notorietà immensa – al pari della sua opera maggiore, «I fiori del male» (edita per la prima volta nel 1857).

Figlio di un funzionario amministrativo, rimarrà presto orfano e sua madre, risposatasi con un alto ufficiale dell’esercito, costituirà per lui un costante punto di riferimento, un affetto incrollabile con cui coltiverà un rapporto intenso, di amore e, al contempo, risentimento per il mai perdonato “tradimento” nei confronti del primo marito.

Frequentatore della Parigi intellettuale, conosce Honoré de Balzac e Gérard de Nerval. Ben presto, il suo tenore di vita superiore alle sue possibilità lo costringe a contrarre debiti sempre più consistenti. Il suo patrigno lo fa imbarcare su una nave per l’India, ma il giovane, giunto all’isola di Mauritius, fa ritorno in patria. Sarà solo il primo dei tanti viaggi (non tanto fisici quanto spirituali) che non porterà mai a termine.

Nuovamente in Francia, si lega sentimentalmente ad un’attrice di teatro, Jeanne Duval; lavora dapprima come saggista, quindi come traduttore, soprattutto di Edgar Allan Poe. Nel febbraio 1848 partecipa all’insurrezione di Parigi che porterà alla fine della monarchia ed all’instaurazione della repubblica; di questi giorni avrà sempre un ricordo amaro, deluso dal fallimento degli ideali rivoluzionari che non troveranno uno sbocco politico.

Inizia a pubblicare con una certa costanza poesie e, nel 1857 dà alle stampe «I fiori del male». L’opera è incriminata per oltraggio alla morale e Baudelaire e l’editore sono multati e condannati alla rimozione di sei poesie. Nel 1861 vedrà la luce la seconda edizione, di 127 poesie.

Compimento della poetica dell’autore, che vi ha lavorato per anni con accanimento e sforzo, «I fiori del male» rappresentano una progressione che “ha un inizio e una fine”. La prima sezione introduce il concetto di “spleen”, termine ereditato dal Romanticismo, che in Francese designa una angoscia profonda, esistenziale, metafisica. Ne “L’albatro”, il cui tema peraltro riecheggia «La ballata del vecchio marinaio» di Coleridge, è rappresentata simbolicamente la condizione del poeta, chiamato a solcare gli spazi infiniti, le regioni incontaminate dello spirito, della condizione divina, sua dimora naturale; incompreso e deriso dagli uomini, non riesce ad avanzare nel mondo e la sua aspirazione all’ideale diviene un fardello insopportabile.

 

“Sovente, per divertirsi, gli uomini d’equipaggio

Prendono degli albatri, vasti uccelli marini,

Che seguono, indolenti compagni di viaggio,

Il vascello che scivola sugli abissi amari.

 

(…)

 

Il Poeta è simile al principe dei nembi

Che abita la tempesta e irride l’arciere;

Esiliato al suolo tra risa di scherno,

Le sue ali di gigante gli impediscono il cammino.”

 

Altrettanto famosa è “Corrispondenze”, in cui, riprendendo un tema caro ai romantici, Baudelaire intravede la possibilità di giungere al sovrannaturale attraverso il Simbolo, l’analogia perenne accessibile grazie all’immaginazione, una facoltà “quasi divina che percepisce (…) i rapporti intimi e segreti delle cose”.

 

“La Natura è un tempio in cui pilastri viventi

Sussurrano talvolta oscure parole;

L’uomo vi passa tra foreste di simboli

Che l’osservano con sguardi familiari.”

 

È in questa lirica che, peraltro, intuisce la “tenebrosa e profonda unità / vasta come la notte e come la luce” in cui “i profumi, i colori e i suoni si rispondono”, senza tuttavia dedicarsi oltre a questa ricerca, arrestando il viaggio sulle soglie dell’infinito, dell’ignoto[1].

Lo spleen uccide l’ideale e, benché l’opera nel suo complesso non sia prettamente autobiografica, è esplicito il cammino interiore dell’autore:

 

“La mia anima è incrinata e quando nell’angoscia

Vuole popolare di canti l’aria fredda della notte

Spesso la sua voce si affievolisce

 

Sembra il rantolo sordo del ferito dimenticato

Presso un lago di sangue, sotto un cumulo di cadaveri,

Che muore, immobile, tra immensi sforzi.”

 

(“La campana crepata”)

 

È l’abbandono di ogni aspirazione ideale, la disperazione cui sfuggire ad ogni costo: nella città, nel vino (cui dedica una bella lirica dal sapore quasi medievale ma che presto si trasforma nel “vino dell’assassino”), nei “Fiori del male”, in cui le estasi delle droghe o dei sensi in cui cercare oblio sono marchiate a fuoco dalla disperazione.

 

“Senza tregua al mio fianco si agita il Demonio;

Mi attornia come un’aria impalpabile;

Lo inghiotto e lo sento bruciare i miei polmoni”

 

(“La Distruzione”)

 

È il preludio a “La rivolta”, sezione di tre poesie sataniste, in cui il Dio anelato è rinnegato in una forma non paganeggiante ma di chiara devozione infernale. Ne “Il rinnegamento di San Pietro” la figura di Gesù è dileggiata, “Caino e Abele” – forse su influenza di Nerval – è la promessa di una futura vittoria della violenza e della stirpe di Caino:

 

“Razza di Caino, sali al cielo

E scaglia Dio sulla terra.”

 

Le “Litanie di Satana” sono l’inversione delle preghiere cristiane, lodi a Lucifero, “il più bello e il più saggio” degli Angeli, cui il recitante si vota come in una professione di fede.

E tuttavia, anche l’apologia dell’inferno resta sterile e vana, inconsistente, vuota e incapace di liberare l’uomo dal male esistenziale di esistere. L’ultima sezione, “La morte”, apre quindi l’unica via ancora possibile.

 

“Morte, vecchio capitano, è tempo! Leviamo l’ancora!

Questo paese ci angoscia, Morte! Partiamo!

Se cielo e mare sono neri come inchiostro

I nostri cuori che conosci sono pieni di luci!”

 

(…)

 

“Cadere al fondo dell’abisso, Inferno o Cielo che importa?

In fondo all’Ignoto per trovare del nuovo!”

 

(“Il viaggio”)

 

Il tema e il titolo riprendono il ricordo dell’imbarco per l’India, mai raggiunta, meta sempre anelata e qui identificata con la morte, l’unica che, in grado di creare, al contrario dell’uomo, possa portare ad una liberazione. La poesia descrive la partenza, l’incapacità ed infine la dichiarazione di nullità degli sforzi dell’uomo d’intraprendere una via che lo conduca ad una rivelazione: il viaggio – ancora una volta –  è solo indicato ma non compiuto. Nel 1866 e 1867, malato e paralizzato, Baudelaire comporrà altre poesie che saranno incluse nella terza edizione, postuma, de «I fiori del male», senza modificarne la struttura o la poetica complessiva.

Su diverse riviste poetiche pubblicherà, inoltre, cinquanta “poemi in prosa”, raccolti anch’essi in edizione postuma col titolo «Piccoli poemi in prosa – Lo Spleen di Parigi».

 

La modernità di Baudelaire è nel superamento del Romanticismo, verso una dimensione personale, intima della poesia, sviscerando i temi più scabrosi e mettendo a nudo le angosce esistenziali che saranno a fondamento della poetica metafisica. Dal punto di vista formale, tuttavia, non vi è alcun rinnovamento: versi e rime sono scrupolosamente rispettati secondo i dettami della scuola più classica – non importa quanto sforzo questo costi al poeta – e, forse, anche questo è un segno della volontà di non cercare il cambiamento. Baudelaire intravede la realtà sovrasensibile (“Corrispondenze”) ma non la insegue; conosce le vette dell’elevazione spirituale (“Elevazione”) ma, ferito dal disprezzo degli uomini, si sente incapace di camminare (“L’albatro”); intuisce l’infinito ma si ferma un passo prima di varcarne le soglie.

In questo, tutto il tormento, non lenito né dalle ebbrezze né dalla rivolta morale. Anticipatore dei grandi temi del rapporto tra finito e trascendenza (cui Mallarmé dedicherà tutta la vita), della funzione metafisica della poesia e dell’arte (via percorsa con slancio folgorante e dedizione totale da Rimbaud), conoscitore dell’intuizione, della musicalità e del Simbolo di cui Verlaine sarà maestro, Baudelaire resta il precorritore, la chiave di volta delle principali correnti poetiche, senza averne tuttavia percorsa alcuna.

 

Nel 1865 Verlaine e Mallarmé gli tributeranno versi di lode sulla rivista «L’Artiste», da cui tuttavia prenderà le distanze, rivendicando la propria unicità.

Charles Baudelaire morirà al termine di una lunga malattia, assistito dalla madre, il 31 agosto 1867.

 

[1] Anni dopo, il 15 maggio 1871, un adolescente, Arthur Rimbaud, deciderà di dedicarsi anima e corpo all’impresa di “trovare una lingua” che riassumerà tutto, “profumi, suoni, colori, del pensiero che aggancia il pensiero e che tira.” (“Lettera del Veggente” a Paul Demeny)