– DI LUCIANA TRANCHESE
luciana.tranchese@liberopensiero.eu

 

“Antonio Pigafetta, un marinaio fiorentino che accompagnò Magellano nel primo viaggio attorno al mondo, durante il suo passaggio attraverso la nostra America meridionale scrisse un resoconto rigoroso che tuttavia sembra un’avventura dell’immaginazione. Raccontò di avere visto maiali con l’ombelico sulla schiena e uccelli privi di zampe, le cui femmine covavano le uova sul dorso del maschio, e altri come pellicani senza lingua, i cui becchi sembravano cucchiai. Raccontò di avere visto un mostruoso animale con testa e orecchie di mulo, corpo di cammello, zampe di cervo e nitrito di cavallo. Raccontò che il primo nativo incontrato in Patagonia fu messo davanti a uno specchio, e che quel gigante esagitato perse l’uso della ragione per paura della propria immagine. Questo libro breve e affascinante, nel quale già si intravedono i germi dei nostri attuali romanzi, non è affatto la testimonianza più stupefacente sulla nostra realtà di quei tempi. I cronisti delle Indie ce ne lasciarono innumerevoli altre. L’Eldorado, il nostro illusorio paese tanto conteso, figurò in numerose mappe per lunghi anni, cambiando luogo e forma secondo la fantasia dei cartografi […].

 

“La solitudine dell’America Latina” è il titolo del memorabile discorso che lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez tenne durante la cerimonia di consegna dei premi Nobel a Stoccolma, nel dicembre del 1982, e di cui sopra riportiamo un breve stralcio iniziale (qui per leggerne la versione integrale).

Gabo, come affettuosamente era soprannominato García Márquez, in occasione del conferimento del Nobel per la letteratura, ricordò la singolare e atavica grandiosità del continente sudamericano soffermandosi in particolare sulle descrizioni straordinarie riportate dai primi esploratori di quelle terre ancora sconosciute, passando poi in rassegna alcune delle vicende più cruente e sanguinarie che hanno visto protagonista il Sud America nel secolo scorso; dalle guerre civili ai colpi di stato che ne hanno minato i tentativi di democrazia e di giustizia sociale.

L’amore profondo che legò Gabo alla sua terra lo spinse a fare del sogno di libertà del popolo latinoamericano e della difesa dei diritti del continente, il principio di ogni suo impegno intellettuale come scrittore e giornalista.

La solitudine, considerata una costante primordiale nella storia del Sud America, ha radici storiche profonde.

 

“L’interpretazione della nostra realtà con schemi che non ci appartengono contribuisce soltanto a renderci sempre più sconosciuti, sempre meno liberi, sempre più solitari. Forse la venerabile Europa sarebbe più comprensiva se tentasse di vederci nel suo stesso passato[…]”.

 

Fu l’invito che García Márquez rivolse all’Europa a non interpretare l’America Latina secondo criteri propriamente europei che ne ostacolano la comprensione, ma a considerarla come parte di una storia più grande e più umana, rivendicandone sempre la libertà d’arbitrio e quell’originalità che gli andrebbe riconosciuta non solo in ambito artistico, ma soprattutto nel tentativo di cambiamento.

Protagonista della felice stagione della narrativa sudamericana negli anni Sessanta e Settanta, insieme a  Mario Vargas Llosa (premio Nobel per la letteratura nel 2010), all’argentino Julio Cortázar e al messicano Carlos Fuentes, García Márquez ottenne la fama internazionale come romanziere del movimento magico realista nel 1967, con la pubblicazione del celeberrimo Cien años de soledad”, in cui dimensione reale e fantastica si mescolano con fluida naturalezza, condensando il patrimonio di valori culturali di un intero continente. Gabo arriverà a scrivere il proprio capolavoro attraverso un percorso letterario e umano ricco di esperienze personali, molte delle quali costituirono una primaria fonte di ispirazione.

Sostenendo l’equilibrio tra allegoria, realtà e mito, Cent’anni di solitudine è la storia dell’ascesa e della caduta della città di Macondo, che il capostipite della famiglia Buendía, Josè Arcadio, fonda in una foresta impenetrabile prima che una tribù di girovaghi trovi la strada per arrivarvi, rompendo il suo isolamento e portando in città una forma di civilizzazione.

 

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava

indicarle col dito”.

 

È allora che Macondo inizia a conoscere la violenza, la corruzione e i grandi poteri economici, il colonialismo, lo sfruttamento e la miseria, ma mai la salvezza totale, mentre la scienza dello zingaro Melquiades, presenza misteriosa e costante che accompagnerà i Buendía  fino alla fine e che portò a Macondo il ghiaccio e la calamita, svanisce pian piano. Macondo è il paradigma di una solitudine che nemmeno l’avvento della civiltà può rompere e così, la stirpe dei Buendía, generazione dopo generazione, è predestinata alla sconfitta, alla condanna in un eterno presente e in  una  solitudine ancora più irrimediabile, segnata dall’incapacità di evolversi.

Il fato tragico e ineluttabile di questa famiglia, che si rinnova negli anni con nuove nascite, ma medesimi nomi, rispecchia in un microcosmo un destino comune.

La solitudine è un fil rouge che attraversa altre opere di Gabo.

Ne “L’Autunno del patriarca” l’anonimo caudillo di una imprecisata isola caraibica giunto alla fine dei suoi giorni svelerà l’umano e allo stesso tempo mostruoso volto del Potere. Un viaggio a ritroso tra le sue nefandezze prima di giungere alla costatazione di un’ esistenza resa drammaticamente solitaria dalla sua stessa bramosia.

Anche qui è evidente nelle intenzioni di García Márquez la denuncia della inquieta situazione politica dell’America Latina e dei regimi dittatoriali basati sul paternalismo e sul culto della personalità.

Subito dopo la notizia della scomparsa di Gabo, il 17 Aprile scorso, sono state divulgate importanti notizie riguardanti il suo impegno letterario. L’autore, colpito dal morbo di Alzheimer, non si dedicò molto alla scrittura negli ultimi anni della sua vita, e nel 2005 dichiarò di non avere più intenzione di continuare a scrivere.

Secondo quanto raccontato da Cristobal Pera, direttore della casa editrice Penguin Random House Mexico, esisterebbe un manoscritto che Gabo avrebbe deciso di non pubblicare mentre era in vita, con ben due finali alternativi di cui non fu mai pienamente soddisfatto.

Il manoscritto ha già un titolo piuttosto evocativo: En Agosto nos vemos” e farebbe parte di un progetto più ampio comprendente altri quattro racconti aventi per tema principale l’amore in età matura, andandosi idealmente a porre in continuità con i romanzi L’amore ai tempi del colera” e “Dell’amore e di altri demoni”, chiudendone in qualche modo il ciclo.

Il romanzo è la storia di Ana Magdalena Bach, una cinquantenne sposata che, da vent’anni, si reca in viaggio da sola per visitare la tomba della madre su un’isola tropicale, compiendo in maniera sempre uguale lo stesso itinerario: stesso giorno, stessa ora, stessa camera d’albergo e stesso taxi. Nel corso dell’ultimo viaggio, però, vive un’intensa storia d’amore che la cambierà profondamente.

La decisione di pubblicare o no “En Agosto nos vemos”  come ultima opera di Gabo spetterà naturalmente ai suoi familiari. Intanto un estratto del capitolo iniziale è stato pubblicato sul giornale spagnolo La Vanguardia ed è possibile trovarlo online sul suo sito http://www.lavanguardia.com/cultura/20140420/54405144781/gabo-en-agosto-nos-vemos.html.

 

 

1 COMMENTO

  1. nike montante

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