– DI SARA RAMONA PELLEGRINI
sara.pellegrini@liberopensiero.eu

 

Dalla notte dei tempi la suddetta questione ha rappresentato il centro di interesse per studiosi di ogni genere. Filosofi, scienziati, politici e chi più ne ha più ne metta si sono cimentati nel definire cosa è bene e cosa è male, il bello e il buono, il giusto e lo sbagliato. Intanto è opportuno soffermarsi sull’etimologia della parola. Deriva dal sostantivo greco ήθος (éthos) e sta ad indicare la consuetudine, il comportamento reiterato determinato dalla natura umana. Da esso ha avuto origine il diritto, inteso come insieme di norme derivate dal cristallizzarsi di abitudini e azioni. Ma per ognuno di noi cosa accade? Come impariamo a valutare cosa va fatto e cosa no?

Facciamo una veloce regressione che ci aiuti a capire meglio. Durante i primi anni di vita ci relazioniamo con le figure parentali e sono proprio quest’ultime a creare in noi una protomorale sul quale si costituiranno quelle successive. Dapprima impariamo a compiere determinati gesti rispetto ad altri, in quanto leciti rispetto a quelli che suscettibili di un eventuale rimprovero o di una punizione. Si tratta di una forma eteronoma, legata al consenso o al dissenso esterno e non ad una libera scelta. Successivamente saremo sottoposti all’influenza  di esperienze compiute fuori dal contesto familiare e da altre agenzie educative e formative. Secondo la psicoanalisi, quell’impronta arcaica legata ai primi anni di vita continuerà a persistere in noi inconsapevolmente, dando origine al Super-Io (sedimento delle prime relazioni familiari). Ritornando alle origini del termine, nella sua accezione latina la parola moràlia si identifica con etica; con essa ci si riferisce a tutto ciò a cui l’essere umano dovrebbe ambire per giungere alla più completa e alta realizzazione. Da ciò nasce l’idea di morale, intesa come insieme di pratiche a cui l’uomo dovrebbe conformarsi per completare se stesso, la cui attuazione prescinde dunque dal giudizio altrui. Tenendo però conto del fatto che siamo ‘animali sociali’ (definizione aristotelica), è facilmente intuibile che per essere felici abbiamo bisogno degli altri. E se provassimo per un attimo ad analizzare la realtà con un certo realismo? In quest’ottica la politica e le istituzioni ad essa collegata, e che dipendono dal suo operare, rappresentano o quantomeno ‘dovrebbero’ rappresentare la massima espressione dell’agire umano. Una lunga tradizione storiografica ci ricorda  infatti che essa ha avuto origine dall’abitudine delle persone di costituirsi in agglomerati organizzati, dando vita alle prime città. Se è vero quanto affermato da Hobbes, ovvero che l’uomo non può essere lasciato al soddisfacimento dei suoi istinti primari, in quanto ciò genererebbe una lotta spietata tra simili, l’unica chance che ci resta è quella della cooperazione e della pacifica convivenza. Solo attraverso queste ultime la razza umana può continuare ad evolversi senza autodistruggersi. Oggi la situazione è difficile ma non totalmente compromessa. Tutti sappiamo che il male peggiore è rappresentato dalla corruzione, il vero cancro che mina la democrazia e la rende impraticabile. Non abbiamo bisogno che qualcuno ci dica che è sbagliato, lo sentiamo dentro, anche se a volte non vogliamo ammetterlo. Assegnare ad una persona un incarico che non le compete, che non può onorare perchè non ha esperienza e/o le giuste conoscenze in materia, significa danneggiare tutti. Il settore in cui questo modo di agire è più deplorevole e devastante è, a mio parere, quello che riguarda la vita umana. Ma il discorso si estende a tutti i campi di influenza della società civile. Se riuscissimo a comprendere che la res publica è di tutti, che agire per il bene degli altri si riflette anche sulle nostre vite allora potrebbe esserci una svolta. Senza perderci in moralismi e populismi banali e scontati. Partecipare non è soltanto gridare nelle piazze, offendere, protestare ad oltanza senza ricercare alcun tipo di dialogo; vuol dire principalmente cercare di essere parte attiva a partire dalla propria comunità, dal luogo in cui si vive. In quest’ottica la parola morale non è più un costrutto, un’etichetta che ognuno può utilizzare come meglio crede, impegnandosi a definire cosa è bene e cosa è male per lui in quel preciso momento, per poi magari cambiare idea dopo qualche tempo. Diviene piuttosto una spinta presente in tutti noi, che ci spinge a relazionarci agli altri come faremmo con noi stessi, qualsiasi sia il nostro ruolo e la nostra posizione sociale. I recenti fatti di cronaca ci aiutano a comprendere quanto uno stato cleptocratico possa danneggiarci. Programmare appalti pubblici ad uso e consumo di ditte decise a priori, al contrario di quanto dovrebbe accadere, vuol dire creare un danno sì d’immagine, ma anche e soprattutto pratico. Truccare il collaudo di un automezzo, che finisce fuori strada e provoca la morte di decine di persone, è un atto stupido prima che gravissimo. In questa prospettiva il rapporto tra bene e male non è altro che uno scontro tra intelligenza, conoscenza, coscienza e la più bieca e cieca ignoranza.