– DI MARCO PASSERO

passero.marco@yahoo.it

«Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori»: così recita l’iscrizione sul travertino che ricopre una delle facce del Palazzo della Civiltà Italiana, nel quartiere EUR di Roma. La citazione risale a diversi anni fa, e probabilmente andrebbe “aggiornata”.

 

Il glorioso passato italiano, infatti, non può negarlo nessuno, anzi è e deve essere un vanto. Parliamo di scoperte e invenzioni dovute alle menti nostrane che hanno letteralmente cambiato il mondo, come il telefono, inventato da Manzetti e Meucci, la pila elettrica di Volta, il sistema bancario sviluppato nel Nord Italia nel lontano Rinascimento, e addirittura, come pochi sanno, il computer di Piergiorgio Perotto, quando la Apple era ancora sull’albero.

 

La reale “grande bellezza” di un paese che ha goduto di personalità illustri in tutti campi e in tutte le discipline sondabili dalla conoscenza umana, dall’arte alla musica, dalla letteratura al cinema, grandi pensatori capaci di innovazioni e colpi di genio che restano incisi a fuoco nella storia dell’umanità.

Purtroppo, dicevamo, ne è passato di tempo, e forse è giunto il momento di guardare avanti, per non restare troppo a lungo ancorati al passato, e cercare, costruire, ideare qualcosa di cui parlare nuovamente con orgoglio, e sottolinearne con fierezza le origini nel “bel paese”.

 

Al giorno d’oggi però la realtà non sembra essere all’altezza di buoni propositi e slanci ottimistici, e il sentimento comune è addirittura la vergogna, mista a un senso di diffuso scoramento. Questo perché ormai ci si sta abituando a un paese in cui gli uomini che ricoprono le più alte cariche dello Stato sono pregiudicati, indagati, fino a divenire “delinquenti” abituali tra l’apparente indignazione della comunità; un paese caratterizzato da finto perbenismo, che ha invece ereditato fascismo e razzismo, dove il buon padre di famiglia si esalta per le gesta del giocatore di colore della sua squadra ma farebbe qualsiasi cosa per evitare l’onta di avere un “negro” accanto alla propria figlia.

 

Il paese delle raccomandazioni, per cui aspiri a occupare ruoli e poltrone se per te parla il cugino del padre del vicino di casa, il paese in cui si guarda ancora con diffidenza all’extracomunitario, con politici che preferiscono urlarsi le peggiori offese nei salotti della tv, tra populismo e incessante propaganda elettorale, mentre ci si uccide per una partita di calcio e mentre aumentano sempre più i casi di suicidio, in cui il movente è troppo spesso la difficoltà economica, che cresce fino a divenire letteralmente insopportabile.

 

È triste pensare che oggi quell’incisione citata in apertura andrebbe modificata, con sostantivi impietosi ma quanto mai vicini alla realtà. E lo è altrettanto sapere che, più di centocinquant’anni dopo l’unità nazionale, i colori del nostro vessillo hanno assunto “significati” inquietanti, dal verde speranza, forse ultimo baluardo, passando per il bianco, simbolo dell’innocenza, della purezza e del pudore ormai perduti, fino al rosso, e in questo caso non può mancare l’allusione a conti bancari languenti e al sangue dei fatti di cronaca nera che riempiono le pagine dei quotidiani.

1 COMMENTO

Comments are closed.