– DI DAVIDE GORGA

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“Sabbia di vecchie ossa — i flutti rantolano

Rintocchi a morto: sfinendo rumore su rumore…

— Palude pallida, in cui la luna inghiotte

Grossi vermi, per passare la notte.”

 

(“Paesaggio malvagio”)

 

La poesia di Tristan Corbière (Morlaix, 1845 — 1875) stupisce innanzitutto per la caleidoscopica varietà lessicale, che conosce mille radici – gergo, dialetto, termini desueti, rari, volgari, medievali – per piegarle a un ritmo e un verso spezzati, insistenti, popolari o giocosi; spesso irregolari, più raramente incantati. Corbière (il cui vero nome era Édouard Joachim) lo sa e nella poesia che, appena dopo la dedica, apre «Gli amori gialli», unica opera pubblicata, dichiara il proprio ruolo in una serie di repliche, giocose, ironiche, spesso divertite dai giochi di parole: “L’Arte non mi conosce. Io non conosco l’Arte.”

Di certo, l’autore è estraneo all’arte ed alla poesia con la maiuscola, ai raffinati giochi dei versificatori affermati, ai capiscuola, pur conoscendo e, a suo modo, ammirando l’opera di Hugo. Frequenta poco Parigi ed i suoi ambienti e li descrive con cinismo e provocazione, senza giudizio ma con occhio distaccato, sarcastico:

 

“Bastardo di Creola e di Bretone,

Venne fin là — formicaio,

Bazar in cui tutto è pietra,

Dove il sole manca di tono.”

 

(“Parigi”)

 

È questa la poetica in cui si riconosce, irridente, ma mai dissacrante, cui è permesso dire con innocenza che “il Re è nudo”, lui, perenne bambino–giullare che ha cantato da un lato il mondo borghese e per un certo verso lo ha deriso almeno quanto ha demistificato la poesia stessa, dall’altro innamorato della natura in tutti i suoi aspetti, spirituali, concreti, a volte volutamente volgari, del mare e delle coste bretoni cui si sentirà legato in spirito oltre che per nascita. Il suo verso spezza tutti gli schemi, è ben lontano dalla cura formale di Baudelaire, musicale, certo, eppure forte e verace come una coppa di vino rosso, tanto da far sembrare, al paragone, lo stesso Verlaine un damerino. È un discorso autentico come legno grezzo, descritto non sulle note di una falsa modernità ma su quelle delle foreste, della gente comune, dei litorali senza fine e, soprattutto, del mare: trionfo della natura e legame con la verità tangibile e selvaggia, con i suoi marinai, mozzi, capitani; i suoi naufragi e le sue albe rudi, le mareggiate e le mille voci.

Non che a Corbière manchi la musicalità — ma l’uso è sempre moderato, accorto, dedicato unicamente alle estasi, peraltro, salvo rare eccezioni, sempre intinte nel quotidiano con un brusco cambiamento di tono.

 

“Fa buio, bambino, ladro di scintille!

Non più notti, non più giorni;

Dormi… attendendo venire quelle

Che dicevano: Mai! Che dicevano: Sempre!

 

Senti i loro passi? Non sono pesanti:

Oh, i piedi leggeri! — l’Amore è alato…

Fa buio, bambino, ladro di scintille!”

 

(“Rondel”)

 

In questo rondel, peraltro parzialmente irregolare per struttura, la delicatezza inusuale e la musicalità insistita e leggera aprono uno squarcio sull’arte di Corbière. Paul Verlaine, che lo incluse ne «I poeti maledetti» affianco a Rimbaud e Mallarmé, di lui scriveva: “Nessuno, tra i Grandi come lui, è impeccabile, a cominciare dallo stesso Omero (…) Gli autori impeccabili sono altri, sono questo e quello. Sono di legno, nient’altro che legno. Corbière, semplicemente, era di carne e ossa.” Ma il “legno” di Verlaine è simbolo d’immobilità, di materia morta; lo ritroviamo in Corbière come icona di vita, di autenticità.

 

“Madre tagliata a colpi d’ascia,

Cuore di quercia forte e buono;

Sotto l’oro della tue veste si cela

L’anima intagliata d’un puro Bretone!

 

(…)

 

Abbi pietà della ragazza madre,

del bambino al bordo della strada…

E se qualcuno li prende a sassate,

Che la pietra si tramuti in pane!”

 

(“La rapsodia straniera e Il perdono di Sant’Anna”)

 

Da un lato, l’anelito religioso sincero, dall’altro, la raffigurazione impietosa della folla che segue la processione, non realistica quanto, piuttosto, impressionista, o, meglio ancora, si potrebbe dire essenziale, o “assoluta”, tanto che la parte centrale, il “cantico spirituale” è definito “— cuore serafico e canto di sbronza —”. Le due prospettive coesistono coscientemente, si amalgamano, si mescolano, confondendosi in un crogiuolo e risorgendo come un unico irripetibile. Verlaine, che aveva percorso tanto la via degli slanci mistici quanto quella del richiamo sensibile, quotidiano, talvolta volgare, non era riuscito mai a giungere ad una sintesi, continuando a produrre sillogi poetiche che procedevano parallelamente, per usare le sue stesse parole (e come egli stesso riconoscerà nella seconda edizione dei «Poeti maledetti» del 1888, scrivendo di sé: “la sua opera si divide, a partire dal 1880, in due parti ben distinte”). Questa folgorazione, questa originalità nella semplicità, lo colpirono non poco: non a caso definì Corbière “finto scettico”, benché in lui la finzione sia, in realtà, più che altro, gioco di giullare.

E conformemente al suo spirito, di lui si racconta che si travestisse da mendicante, che solcasse l’amato mare sul battello di suo padre solo quando era agitato o in tempesta, che, alla presenza del Papa, durante il carnevale, facesse sfilare un maiale abbigliato da vescovo. È in questa libertà, in questo risus pascalis dal sapore sì bretone ma, soprattutto, medievale – poco riconosciuto e invece molto presente – che l’innocenza, il gioco della vita, è rivelato a sé stesso e agli altri.

 

“(…)Di ritorno all’infanzia,

Scaldandosi l’uno all’altra, attendevano il giorno

Insieme per la morte come per la nascita…”

 

(“Fratello e sorella gemelli”)

 

Questo “ritorno all’infanzia” non è che la visione chiara, strana, talvolta aspra di contrasti che il poeta ci offre.

 

Sconosciuto in vita, affetto da una grave forma di artrite, ignorato sino alla riscoperta (postuma) fatta da Paul Verlaine, figlio di un affermato romanziere, Edouard Corbière, questo poeta affascinato dall’incanto, dal mare, dal vento, dalla sua Bretagna, incrocio terribile di misticismo celato e quotidianità irrisa, maestro del linguaggio tanto da essere pressoché intraducibile (chi ha provato a renderlo nella nostra lingua, molto spesso, non ha potuto resistere alla tentazione di interpretarlo), morto a soli trent’anni, nel 1875 – e ben presto seguito nella morte dal padre, prostrato dalla perdita – definitosi “Miscuglio bastardo di tutto”, cantore unico, merita, ancor oggi, la nostra attenzione, per una poesia in cui la sincerità dell’adulto bambino si manifesta con prorompente vita e ardore.

2 COMMENTI

  1. Bellissimo questo articolo! Ho voglia di leggerne di più su questo poeta morto giovanissimo!

  2. Riporto qui la traduzione per esteso del “Rondel”.

    “Fa buio, bambino, ladro di scintille!
    Non più notti, non più giorni;
    Dormi… attendendo venire quelle
    Che dicevano: Mai! Che dicevano: Sempre!

    Senti i loro passi? Non sono pesanti:
    Oh, i piedi leggeri! — l’Amore è alato…
    Fa buio, bambino, ladro di scintille!

    Senti le loro voci? — Le tombe sorde.
    Dormi: pesa poco il fascio d’immortali;
    Non verranno i tuoi amici, gli orsi,
    A gettar pietre sulle tue damigelle.
    Fa buio, bambino, ladro di scintille!”

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