– DI MARCO PASSERO

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bergamo_nuovo_gesto_di_razzismo_lanciata_banana_contro_constant-0-0-401679Certi episodi non restano inosservati. Se poi accadono all’interno di stadi che fanno da teatro allo sport più popolare al mondo, allora la risonanza a livello internazionale è assicurata. Si tratta troppo spesso di fatti incresciosi, che riguardano il “tifo” violento e – fa un certo effetto parlarne ancora nel XXI secolo – razzismo.

 

L’ultima vicenda, in ordine di tempo, ha riguardato Kevin Constant, durante il match Atalanta-Milan. Dagli spalti dello stadio “Atleti Azzurri d’Italia” è stata lanciata una banana agli indirizzi del giocatore, di origini guineane. La società bergamasca, attraverso un comunicato ufficiale apparso sul sito della società, ha voluto condannare con decisione l’accaduto, presentando le scuse ufficiali e auspicando l’individuazione del colpevole dell’ignobile gesto, per poi punirlo con un Daspo a vita (Divieto di Accedere alle manifestazioni sportive).

Ma non è la prima volta che nel calcio giocatori di colore sono oggetto di ingiurie e offese che vanno ben oltre il mondo del pallone. Circa due settimane fa, in Spagna, un tifoso del Villareal si era reso protagonista dello stesso gesto, lanciando anch’egli una banana, verso Daniel Alves. Il brasiliano, di tutta risposta, raccoglie e mangia il frutto, e da lì parte una campagna di solidarietà capace di coinvolgere in un istante altri giocatori, personaggi e figure di spicco in tutto il mondo, con i social presi d’assalto dall’hashtag “Somos todos macacos”. Il tifoso colpevole è stato prima arrestato, poi ha perso il lavoro e adesso rischia una condanna a tre anni di carcere.

In altre circostanze, invece, la reazione dei giocatori discriminati è stata molto più dura. Basti pensare a Pro Patria-Milan, un test risultato ben poco “amichevole”, neanche mezz’ora e la partita si interrompe bruscamente. Il segnale forte arriva da Boateng, bersagliato ininterrottamente dagli ululati razzisti dello stadio di Busto Arsizio: il giocatore scaglia il pallone verso gli ultras, si toglie la maglia e abbandona il campo indignato, mentre i compagni di squadra lo seguono senza pensarci su, e la sfida poco dopo è annullata. O ancora Roberto Carlos, che raccoglie l’ennesima banana, rilanciandola verso la tribuna e abbandonando il campo prima del fischio finale in segno di protesta.

Contro Samuel Eto’o, all’epoca della sua militanza nel Barcellona, qualcuno imitò addirittura il verso della scimmia, e cominciò a lanciargli noccioline ogni volta che il camerunense toccava palla. Profondamente offeso, il calciatore manifestò la volontà di abbandonare il campo a gara in corso, ma venne fermato dai suoi compagni di squadra, avversari e arbitro. Nel post-partita dichiarò: “Questo non ha nulla a che vedere con il calcio, mi attaccano solo per il colore della pelle.”

Ognuna di queste circostanze ha suscitato polemiche, dibattiti accesi e riflessioni. Secondo molti il problema è che quando parliamo di razzismo analizziamo una vera e propria piaga della società che va ben oltre gli stadi e le manifestazioni sportive; altri invece sottolineano che una risposta immediata dovrebbe arrivare dalle società e dagli organi sportivi. Il tutto è ancora più enfatizzato se si pensa che proprio lo sport dovrebbe essere un momento di coesione e, come afferma la stessa “Carta Olimpica”, esso “esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play”.

Intanto, mentre dalle istituzioni arrivano appelli alla tolleranza zero, c’è da riflettere anche sulla montagna di soldi che girano dietro il mondo del calcio, oltre 129 miliardi di euro all’anno secondo una ricerca, che rischiano di rappresentare un freno a qualsiasi tipo di iniziativa a riguardo, per evitare di “rovinare” in qualche modo uno dei maggiori business della società contemporanea.