– DI DAVIDE ESPOSITO
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Dopo una piccola pausa riprende il nostro cammino che ripercorre le fasi salienti della storia delle principali religioni mondiali, con un focus sul Cristianesimo. Nell’ultima tappa avevamo visto come il mondo ecclesiastico e quello temporale siano stati intimamente legati sin dal IV sec. Questo numero spiegherà, invece, come “nasce” il Papa, ovvero come la carica di pontefice massimo, esistente da secoli, diventa il vertice della gerarchia cattolica. Da ora in poi la visione di fondo dei fatti non corrisponderà alla communis opinio d’ambiente accademico, ma da opinioni personali esposte nella tesi di laurea del sottoscritto.

 

Dopo una situazione di precario equilibrio nei rapporti fra potere secolare e temporale, la bilancia iniziò a pendere nettamente per il secondo, fino a quando il Papato, nell’XI secolo, decise di combattere, con tutte le sue armi a disposizione, i due principali mali da estirpare, ossia simonia e nicolaismo.

 

Con simonia si intende propriamente l’acquisto degli uffici ecclesiastici da parte di ricche famiglie aristocratiche, compravendita che riguardava anche beni materiali, ossia gli altari e le chiese con annessi i relativi proventi. In senso lato indica il contaminarsi della Chiesa a causa del rapporto con il potere temporale. In tale contesto occorre parlare della questione delle investiture vescovili. Vescovi e abati ricevevano responsabilità pubbliche trasferite dall’ordinamento pubblico regio. Il re era tradizionalmente interessato ad intervenire nell’investitura dei vescovi per cercare di controllare tutte le funzioni delle chiese e i loro possedimenti temporali, sia di provenienza regia sia di provenienza non regia.L’altra onta della Chiesa di quel periodo era rappresentata dal nicolaismo, ossia alla tendenza al concubinaggio da parte dei sacerdoti. Essa rappresentava non solo un’onta di carattere morale, ma anche un danno economico, a seguito della trasmissione del patrimonio ecclesiastico, o dello stesso ufficio paterno, ai figli dei preti sposati o concubinari.

 

Simonia e nicolaismo erano fenomeni normali nei secoli precedenti all’XI secolo: il cambiamento è dovuto ad un mutamento dell’opinione pubblica, che li identificò come problemi da risolvere. In quel secolo iniziò una politica papale antisimoniaca e antinicolaita, inizialmente appoggiata dall’imperatore e, successivamente, rivolta contro egli stesso, con l’auto-attribuzione, da parte del papa, del potere universale che cambiò il volto della Chiesa cristiana, per ragioni connesse alla riforma morale.

 

L’avvio della serie di processi di rafforzamento del potere papale ebbe una data precisa, il 1059, quando fu emanato il Decretum in Electione Papae, o In nomine domini. Papa Niccolò II riunì un concilio che stabilì la procedura standard dell’elezione papale. L’elezione del papa era affidata ai soli cardinali, rigettando qualsiasi interferenza del potere temporale. Nello stesso concilio dove aveva promulgato il decreto ordinò la scomunica per i preti concubinari, interdisse l’investitura laica e si scagliò contro la simonia. Da questo possiamo desumere che sin da Niccolò II c’è un collegamento strettissimo fra la riforma morale del clero e il rafforzamento del potere papale. Con il Decretum in electione papae il Papato viene liberato dalla tutela imperiale e la figura del Papa acquisisce maggiore autorità e indipendenza, considerate necessarie per avere maggiori spazi di manovra nella lotta contro i mali della chiesa.

 

Il passo successivo fu opera di Papa Gregorio VII. Papa Niccolò II non aveva attaccato l’Imperatore, cosa che invece fece colui che diede il nome alla riforma morale del periodo definita dagli storici, appunto, riforma gregoriana. Durante il papato di Gregorio VII la lotta contro le ingerenze dei poteri temporali raggiunse l’apice. Egli condannò, come i suoi predecessori, nicolaismo e simonia e nel 1075 interdisse ad ogni potere temporale la nomina dei vescovi. I principi laici, così, venivano privati dell’investitura dei vescovati, delle abbazie e delle chiese; il re non aveva alcuna influenza sull’elezione vescovile. Rinunciare al controllo delle elezioni vescovili significava per il re privarsi di uno dei cardini del suo potere.

 

La lotta fra Papato ed Impero ebbe la sua data di nascita nel 1075, anno a cui risale il Dictatus Papae. Le ventisette proposizioni raccolte nel registro di Gregorio VII sotto questo nome attribuivano al papa un potere assoluto, illimitato e universale. La teoria ivi espressa sarà poi completata dalle bolle successivamente promulgate da Gregorio VII. La proclamazione del potere universale papale era strettamente legata alla subordinazione dei suoi possibili concorrenti, innanzitutto i vescovi, ma la sua superiorità non si limita solo all’ambito ecclesiastico. Il Papa, in quanto unico detentore di un potere universale, era conseguentemente superiore ad ogni sovrano, compreso l’imperatore. Si attribuì la facoltà di deporre gli imperatori e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà fatto a sovrani da lui ritenuti indegni. Le conseguenze pratiche di queste dichiarazioni saranno visibili già durante il suo Pontificato, con lo scontro con Enrico IV, e comprendevano sanzioni di ordine temporale, oltre che spirituale. Secondo il Dictatus Papae le potenze laiche dipendevano, allo stesso modo di quelle ecclesiastiche, dal Papato, che esercita su di loro un potere illimitato.

 

Analizzando il documento non sono riscontrabili idee nuove, in quanto erano tutti principi che già circolavano in ambiente riformatore. Il Dictatus Papae rappresentava comunque una grande novità, ossia l’aver racchiuso principi riguardanti sfere diverse in un disegno unitario che teorizzava un forte accentramento ecclesiastico e la superiorità del potere spirituale su quello temporale utilizzando formule già esistenti ma fino ad allora prive di risvolti pratici. Il potere di legare e di sciogliere era già stato attribuito al papa; ma solo dal Dictatus Papae in poi la teoria si tramuta in azione.

 

Qual è lo scopo perseguito da Gregorio VII nel redigere il Dictatus Papae? Era guidato da ambizioni temporali? No. Il centro della sua azione, così come quella di Niccolò II, è la riforma morale. Gregorio VII si rende conto che per rendere pienamente efficace il suo programma ha bisogno di dotarsi di un potere coercitivo teoricamente illimitato. Proclamarsi superiore a qualsiasi altra autorità allora esistente conferiva a qualsiasi azione papale, fra cui la riforma, un’efficacia senza pari. Le ragioni della nascita del Dictatus Papae sono, a mio avviso, tutte morali.

 

Ovviamente l’Imperatore non poteva accettare tutto ciò e per tale ragione iniziò quella che è nota a tutti col nome di Lotta delle investiture. Non intendo ripercorrerla in questa sede e preferisco solo accennare al fatto che tale lotta fu, alla fine, vinta dal Papato. Il Dictatus Papae è solo il punto di partenza da cui scaturirono molti aspetti cupi del Cristianesimo, fra cui Inquisizione e Crociate, tutte strettamente legate… Alla riforma morale. Com’è possibile? Lo scoprirete nei prossimi numeri.

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