– DI DAVIDE GORGA
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Carlo d’Orléans nasce a Parigi nel 1394, dal duca Luigi d’Orléans e Valentina Visconti; a soli tredici anni rimane orfano di padre, assassinato nel corso del conflitto civile che divampa in Francia durante la guerra – che sarà poi detta “dei Cent’anni” – contro l’Inghilterra. L’anno seguente perde anche la madre, e si ritrova, solo, a capo del Ducato d’Orléans e di una delle due fazioni in lotta per il potere, quella degli Armagnacchi, posizione rinforzata dal suo matrimonio con Bonne d’Armagnac, contrapposta a quella dei Borgognoni, seguaci del duca di Borgogna.

Nel 1415 gli Inglesi sbarcano in forze e l’esercito francese è massacrato nella battaglia di Azincourt. Carlo è catturato. Separato dalla patria, dalla moglie, dalla famiglia, resterà prigioniero per ben venticinque anni.

In questo quarto di secolo, Carlo, duca e principe di sangue, cresciuto in una famiglia colta, in cui si leggono Dante e Aristotele, scrive oltre cento ballate, una novantina di canzoni e più di quattrocento rondò.

 

“Il tempo ha lasciato il suo manto

Di vento, di freddo e di pioggia,

E si è rivestito in ricami

Di sole lucente, chiaro e bello”

 

(“Le temps a laissié son manteau”)

 

La poetica di Carlo, pur ripiegandosi talvolta in sé stessa e nell’osservazione malinconica del tempo che trascorre, lento, inesorabile, con versi di una semplicità e di una musicalità raffinata, più spesso si muove sui toni della traslazione e della drammatizzazione. L’arte diviene il fulcro di un mondo interiore dominato da istanze contrastanti, spesso rappresentate, come nella «Vita Nuova», quali personaggi che intessono un dialogo con l’animo, costellazioni psichiche o vere allegorie. Le figurazioni ed il paesaggio si ampliano sino ad inglobare il mondo esteriore, concreto, in quello interiore – quasi cogliendone l’essenza purificata dagli aspetti accidentali e annullando lo spazio fisico.

Non a caso, le ambientazioni sono quelle familiari: Blois, la Loira; la città è abolita. La Natura è il libro in cui, secondo lo spirito del tempo ma, anche, per temperamento personale, è possibile leggere l’impronta dell’invisibile.

Intrecciandosi in complessi rimandi, solo apparentemente semplificati dalla struttura metrica e formale cui il poeta si attiene strettamente, ricordo, speranza, allegoria, sogno, simbolo, si fondono in costruzioni originali, spesso ricalcando temi noti e rivisitandoli con un’impronta unica.

 

“Avanzando da Orléans a Blois,

L’altro giorno lungo il fiume,

Incontravo, diverse volte,

Dei vascelli, mentre passavo,

Che solcavano la dritta via

E andavano con leggerezza

Avendo, come vedevo,

Un buon vento a favore.

 

Il cuore, il pensiero ed io

Li guardammo con gioia,

(…)

Le navi di cui parlavo

Salivano – ed io scendevo

Contro le onde del tormento;

Quando gli piacerà, Dio m’invii

Un buon vento a favore.”

 

(“En tirant d’Orléans à Blois”)

 

Da un’immagine familiare, un viaggio sulle acque della Loira, si passa a un dialogo interiore tra il cuore, la ragione e l’Io del poeta: il primo tenderebbe volentieri la vela del Conforto, se avesse il vento favorevole ma, sul battello del mondo, l’acqua della Fortuna è come immobile e, aggiunge, se non vi fossero i remi della Speranza “invano attenderei / Un buon vento a favore.”[1]

Il paradosso è esplicitato nella parte finale (“l’envoy”), per cui le imbarcazioni che risalgono controcorrente hanno un viaggio facile e sicuro, mentre quelle che la seguono sono ostacolate dalle onde, quasi che la Natura voglia ribellarsi: vi è un’identificazione totale fra il “tormento” e le acque, amate, della Loira. Solo il vento, da sempre simbolo dello Spirito, può rovesciare le sorti, garantire una navigazione sicura.

Non sappiamo la data di composizione di questa ballata ma è opportuno ricordare un episodio che si svolse proprio sulle acque della Loira, e di cui fu testimone il fratellastro di Carlo, il celebre Bastardo d’Orléans, incaricato della difesa di Orléans assediata. Incontrata Giovanna d’Arco sulla riva del fiume, giudicò impossibile traghettare i viveri ed i rifornimenti ch’ella recava con sé verso l’altra sponda e la città, perché i battelli avrebbero dovuto risalire la corrente del fiume con un vento assolutamente contrario.  La ragazza lo rimproverò vivacemente per la sua poca fede.  E “all’istante, il vento che era contrario, e decisamente sfavorevole alla salita dei battelli caricati di viveri per Orléans, cambiò e divenne favorevole; così le vele furono immediatamente tese”[2]. È quindi più che probabile che anche questo ricordo storico (e di giusta gratitudine) confluisca ed arricchisca il quadro complessivo di questa strana ballata. Del resto, Carlo non scrive né nomina mai Giovanna nelle sue opere, pur essendo in pressoché costante corrispondenza col fratello, il Bastardo, tanto da crearlo Conte di Dunois nel 1439. Non solo. Il duca offre in dono a Giovanna, per il tramite di Jacques Boucher, il tesoriere d’Orléans, una veste e una cappa da uomo color verde scuro[3]. Evidentemente il silenzio sulle gesta di Giovanna è voluto da Carlo, ben conoscendo il sentimento misto d’odio e timore che questa ispira ai suoi carcerieri; più difficile, tuttavia, decifrare il senso dello stesso silenzio una volta tornato in patria.

Raramente, del resto, il duca scrive di politica o di guerra, abbandonando il suo intimo e volgendosi al mondo così lontano.

 

“Come vedo gli Inglesi sbalorditi,

Gioisci, libero regno di Francia,

 

(…)

 

“Ha volto Dio il tuo lutto in sorpresa,

E ti ha reso Guienna e Normandia.”

 

(“Comment voy je les Anglais esbahys”)

 

La preminenza dell’elemento personale è tale che spesso si impone sulla realtà sino a ricomprenderla, in modo tanto fantastico o, altre volte, tanto delicato, avvolgente e musicale, che gli spiriti più pratici (o più estroversi, potremmo dire oggi) lo traguardano senza vederlo. Così, ad esempio, Robert Louis Stevenson, che nel suo breve saggio dedicato a Carlo d’Orléans si stupisce di quanto “lo sguardo che gettava sul mondo fosse puerile.”[4] Gli strali di sdegno e d’incredulità sono dedicati, in particolare, a questi versi:

 

“I furieri d’Estate sono venuti

Ad approntare la sua dimora,

Hanno fatto stendere i tappeti

Di fiori e di verde tessuti.

 

(…)

 

Cuori di noia da tempo tormentati,

Grazie a Dio, sono sani e incantati;

Vattene, allontànati,

Inverno, non resterai più;

I furieri d’Estate sono venuti.”

 

(“Les fourriers d’Été sont venus”)

 

Se la musicalità è praticamente intraducibile, è evidente che i “furieri” non sono tanto i domestici del nobile, quanto gli araldi che preparano e impongono la venuta dell’Estate, che incede sul mondo trasformandolo, plasmandolo, in una ulteriore personificazione della natura.

Osserva Stevenson, ancora, Carlo “non era re Artù” che, tornato in patria, potesse beneficarla. In realtà, liberato, finalmente, nel 1440, grazie agli sforzi incessanti del Bastardo d’Orléans, e ad una progressiva pacificazione tra Armagnacchi e Borgognoni, il duca è accolto da manifestazioni di gioia del popolo e delle città – ma non da sua moglie, morta cinque anni prima. Non sono gli anni a pesare sulle sue spalle quanto la stanchezza della prigionia e, soprattutto, della guerra, civile innanzitutto, sebbene anche la battaglia di Azincourt in cui era stato fatto prigioniero mostri un’atrocità particolare. Re Enrico V d’Inghilterra aveva ordinato, in quel giorno di venticinque anni prima, che tutti i prigionieri fossero uccisi, ricevendo il rifiuto di molti suoi cavalieri: gli arcieri si erano incaricati del compito.

Carlo, principe di sangue, era sfuggito alla mattanza, e benché i suoi alloggi non fossero certo oscure celle ma stanze sorvegliate in cui poter condurre un’esistenza dignitosa, era invecchiato, lontano dagli affetti. Non sarà più un protagonista di rilievo della politica attiva ma servirà al meglio la riconciliazione tra il re Carlo VII e il duca di Borgogna, suggellando la fine della guerra civile.

Si risposerà con Maria di Clèves, giovanissima, vivendo ritirato nelle sue tenute e in particolare nel castello di Blois (lasciandolo solo nel 1447 per entrare ad Asti, contea ereditata dalla madre Valentina Visconti, accolto trionfalmente dalla popolazione). In questo castello sulla Loira riunirà attorno a sé i migliori poeti del tempo, costituirà una biblioteca considerevole, dedicandosi all’arte e alla poesia. In un concorso poetico indetto su un tema alquanto particolare, “Muoio di sete affianco alla sorgente” (“Je meurs de soif en couste la fontaine”) e di cui ci sono pervenute diverse poesie improntate alla contraddizione, troviamo, oltre a quella del duca, anche una interpretazione di François Villon, ospite del  castello per qualche tempo.

Il duca Carlo d’Orléans morirà ad Amboise nel 1465.

 

Ammirato da Paul Verlaine, capace di allegorie intense e musicalità sottili, dal raro nitore lessicale e formale, Carlo d’Orléans è un poeta sfaccettato ed originale. Tra i protagonisti di un’epoca tormentata, ha dedicato alla poesia la sua vita, meritando un posto tra i grandi, inarrivabili personaggi che hanno incrociato la sua storia.

 

[1] Cfr. Alberto Varvaro, “Tra François Villon e Charles d’Orléans. La lirica francese alla metà del Quattrocento” – Appunti del corso tenuto nel I semestre dell’a.a. 2004-2005 – Università di Napoli Federico II – Facoltà di Lettere e Filosofia – Laurea specialistica in Filologia moderna.

[2] Deposizione di Jean d’Orléans, Conte di Dunois, al Processo in nullità della condanna di Giovanna d’Arco – 1456 (Cfr. SteJeannedArc.net – http://www.stejeannedarc.net/rehabilitation/dep_dunois.php)

[3] Régine Pernoud, Marie-Véronique Clin, «Giovanna d’Arco», Roma, Città Nuova Editrice, 1987, pagg. 219,220.

[4] Robert Louis Stevenson, «Charles d’Orléans», trad. Jacques Drillon, Éditions Gallimard, 1992 – de «Familiar Studies of Men and Books» – p. 74.