-DI LUCA MULLANU

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Antonio Di Luca, operaio della fabbrica Fiat di Pomigliano, dal settembre del 2008, come molti altri lavoratori si trova in cassa integrazione guadagni, ed è impegnato da molti anni nella lotta sindacale e politica per la difesa e il rilancio dello stabilimento di Pomigliano d’Arco e di molti altri siti produttivi. Sindacalista Fiom, nel 2009 è stato eletto negli 1236365_10200894716073573_704564822_norganismi dirigenti della Fiom CGIL provinciale di Napoli. Oggi è candidato con la lista “l’Altra Europa con Tsipras” che sostiene il leader greco che si oppone fermamente alle politiche di austerità. Di Luca ai nostri microfoni dichiara: “Vogliamo contrastare l’Europa delle banche, per noi vengono prima le persone e i loro diritti”. Ferma opposizione al PSE: “Non ci sono punti di convergenza, Schulz ha fatto un governo con la Merkel, principale responsabile delle politiche di austerità contro i popoli del sud Europa”

 

Antonio Di Luca, quali sono le principali posizioni politiche di questa lista?

Chiariamo subito che la nostra è una lista di sinistra, alternativa, che contrasta le politiche di austerità. Detto questo, noi portiamo avanti l’idea di un’altra Europa, costruita intorno ai diritti, che tenga conto dei popoli, che sia più democratica e che cambi direzione dal punto di vista economico. Gli altri candidati alla presidenza della commissione europea, come Juncker, ma lo stesso Schultz, sebbene possano far finta di lavorare su due programmi diversi, in realtà non lo fanno. Schulz è quello delle larghe intese con la Merkel ed è, molto probabilmente, quello che farà le larghe intese con il PPE. Hanno condizionato le politiche dei Piigs, con l’imposizione del Fiscal Compact e Two Pack e distrutto i paesi del sud Europa. Si guardi alle condizioni della Grecia e del Portogallo dopo la cura shock della Troika: povertà ovunque. Noi siamo l’alternativa, le nostre battaglie sono principalmente sul lavoro, diritto e dignità connessi attraverso il piano PEO, che è un Piano Europeo per l’occupazione decennale da 100 miliardi l’anno per recuperare dai 5 ai 6 milioni di disoccupati. La lista Tsipras si muove insieme per indicare un altro orizzonte, contrastando le politiche del taglio della spesa pubblica in nome di un’ossessione come il debito.

Si fa confusione, perché capita di sentire in giro che la lista Tsipras sia una lista euroscettica, ma ci tenete a specificare che non è così anzi, tutt’altro, volete più Europa, per quale motivo? Qual è l’alternativa ad un’Europa fondata sul liberismo, mercatismo, oligarchia?

L’alternativa è semplice, noi attualmente siamo la terza forza in Europa, le prime due vogliono le stesse politiche fatte negli anni scorsi, le politiche di austerità. Ci sono loro e poi gli euroscettici, noi non contestiamo la moneta in quanto tale, noi contrastiamo le politiche monetarie messe in atto, l’assenza di una politica fiscale comune e l’assenza di politiche sociali. Noi vogliamo non rispettare il fiscal compact e vogliamo una grande conferenza del debito in Europa in linea con quella del ’53. Siamo per un’Europa federata, ma soprattutto per aiutare i processi di democrazia fondando l’Europa dei popoli, non delle banche. Intendiamo mandare via la Troika rafforzando il ruolo del Parlamento europeo. Vogliamo rimettere al centro la dignità delle persone.

Etienne Balibar sul Manifesto diceva che i socialdemocratici europei si sarebbero pentiti di aver appoggiato quelle scelte economiche fatte in Europa, Two pack e Fiscal Compact. Credi che con Martin Schulz, nel caso di una forte presenza del gruppo Gue in Parlamento, si possano trovare punti di convergenza oppure è totale l’opposizione?

No, è totale, è palese la differenza tra i popolari, i socialisti e noi: loro mettono al centro le merci, la finanza, noi vogliamo mettere al centro la dignità delle persone. Nella lista Tsipras si parla di ambiente, trasporto, lavoro, noi rappresentiamo non una visione a compartimenti stagni, ma un unico orizzonte di senso che raggruppa un’altra idea di Europa, che parte dall’esigibilità dei diritti, dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, dal mio punto di vista anche dalla carta dei diritti umani, della carta di Nizza. Il mio sogno è uno statuto dei lavatori europei che eviti il dumping sociale, che dia dignità alla persona fuori e dentro i processi produttivi, determini un diritto della cittadinanza oltre al diritto al lavoro, perché oggi siamo dinanzi a qualcosa di osceno. Manca poco alle elezioni e tutti parleranno di lavoro, ma quale lavoro? Che si intende per lavoro? Quale tipologia? Perché qui le parole sono importanti, però loro non le declinano e come dice il grande Don Ciotti: “le parole oggi sono stanche”.

Ecco, proprio sul lavoro, in Europa, la spinta neoliberista propone sempre più un lavoro flessibile che poi, declinato dai governi, diventa automaticamente precarietà e porta alla disoccupazione, in Italia c’è il Dl Poletti, quali sono secondo voi i problemi maggiori?

E’ osceno. Questo decreto sancisce il divorzio tra il significato profondo della parola sinistra e il PD. E’ certo un agglomerato pieno di contraddizioni, ma è un agglomerato, ormai, liberista. Il Dl Poletti è la fine di un percorso avviato con il pacchetto Treu, legge 30, legge Biagi e collegato lavoro, siamo di fronte ad un 68 inverso, il capitale ha raggiunto il suo sogno: sradicare i diritti conquistati e rivoltarli. Qui si potenzia la flessibilità che non aiuta l’occupazione, perché l’ultimo decreto precarizza di più; il contratto determinato cannibalizzerà l’indeterminato sotto ogni punto di vista, c’è la finta riduzione da 8 a 5 volte nel confermare l’accordo nei 36 mesi; questo nasconde qualcosa di più subdolo: nessuna certezza nell’essere confermati, ma anzi, mano libera all’impresa nel mandare avanti questi contratti dando la possibilità di portarli anche oltre la soglia del 20% con un’irrisoria multa. Questo decreto trasuda fascismo. Il futuro previsto dal governo è, nella realtà, precarietà sistemica per intere generazioni, nessuno più dei nostri giovani potrà prevedere un matrimonio o un futuro. Questo impianto è una grande bugia. E noi dobbiamo denunciarlo.

In Italia c’è questo atteggiamento secondo cui il lavoro si crea con nuove regole

Sì, esatto. Ed è economicamente sbagliato perché, invece, siamo di fronte all’assenza totale di politiche industriali, noi abbiamo perso chimica, tessile, siderurgica, automotiv, lo dico da sindacalista, in Campania ci sono oltre 600 vertenze, non siamo capaci di gestire un’azienda che vuole assumere o riconvertire, noi stiamo gestendo chiusure, ridimensionamenti, cassa integrazione, contratti di solidarietà e mobilità. Secondo loro rispondere con le regole che precarizzano ancora di più è la soluzione. Ma io non credo. Noi siamo di fronte ad una grande bugia. Vogliono inibire il conflitto, dobbiamo riaprire la discussione sulle politiche industriali e difendere i beni comuni, dobbiamo discutere della riconversione ecologica delle aziende. E’ quello il futuro, non c’è scampo. Noi non possiamo essere minoritari nei processi produttivi, noi dobbiamo riportare il conflitto nelle fabbriche perché bisogna trasformare la società. Inibirlo significa avere mano libera su tutto, ma in quel caso stravince il capitale. E noi perdiamo. Uno dei nostri punti fondamentali è proprio quella della riconversione ecologica, il programma PEO prevede investimenti pubblici e privati che aiutino il risanamento idrogeologico, riconversione di quelle aziende che non producono e non competono sul mercato a causa della mancata ricerca.

In che senso?

Noi abbiamo scelto di competere verso il basso. È un’anomalia del tutto italiana: più competiamo verso il basso, più serve un’organizzazione del lavoro pervasiva, è una scelta politica, questa, ma non si capisce che una competizione a perdere porta solo ad un disastro economico perché nel mondo ci sarà sempre un posto in cui il costo del lavoro sarà irrisorio. La competitività verso il basso genera mostri come l’esasperazione dei ritmi nei luoghi di lavoro, la riduzione dei costi selvaggia, la mancanza di formazione, la precarietà e la esternalizzazione di mansioni a basso costo. Noi abbiamo grandi risorse, agroalimentare e manifatturiero. Noi dobbiamo investire nella ricerca, competere lì, verso l’alto.

Hai citato il risanamento idrogeologico, certo è un grave problema questo…

Esatto, sul dissesto idrogeologico, come pensiamo di stare in Europa se quando piove crolla tutto? Bisogna prevedere grossi investimenti e in Europa lavoreremo su questo punto. Le aziende, non è che non vengono in Italia perché non c’è flessibilità, la libertà di licenziare c’è sempre stata. Il problema è che c’è corruzione, mafia, intreccio politico-camorristico. Dobbiamo rivoltare tutto. Ti faccio un esempio, noi in Italia paghiamo delle multe perché i nostri autobus inquinano troppo, poi però chiudiamo l’unica fabbrica che produce autobus di qualità, ci sono talmente tante contraddizioni che potrei raccontartene davvero molte altre. Sono scelte politiche chiare, però dobbiamo capire che così affonda il Paese.

Hai parlato di aziende, non posso che chiederti della questione delocalizzazione, c’è bisogno di un ragionamento europeo?

Io sto lavorando insieme a tanti collaboratori e costituzionalisti ad uno statuto dei lavoratori europeo, insieme all’International Labour Organization e a IndustriAll Global Union, a Copenaghen partecipai con Maurizio Landini alla fusione di 50.000 aderenti per il rispetto della dignità del lavoro nei processi produttivi. Invece, purtroppo, qualche giorno fa sono morti 200 minatori in Turchia, il problema dei suicidi della Foxconn, il palazzo crollato in Bangladesh, per non citare i 180 morti sul lavoro in Italia da gennaio. Tutto questo parla chiaro: questo modello di sviluppo neoliberista è un errore oltre che un orrore. Noi dobbiamo difendere i lavoratori e l’ambiente, i sindacati sono importanti nei conflitti perché senza voce non possiamo difenderli. Noi dobbiamo immaginare cosa fare, cosa produrre, per quale mondo produrre, in quali condizioni materiali produrre, le parole vanno declinate, quale competizione? Verso l’alto o verso il basso? Verso l’alto servono sinergie tra le università, ricerca, cultura, bisogna rafforzare tutto il sistema produttivo, l’innovazione. Verso il basso è semplice, come puoi essere competitivo con il mio collega serbo? Non posso esserlo se il salario è basso, non possiamo abbassare i diritti nostri, ma elevare i loro. Perciò un testo europeo sui diritti che contrasti la delocalizzazione.

Testo unico sulla rappresentanza, la Fiom si è opposta.

Non condivido nulla di quel testo incredibile, un piano autoritario e corporativo, è pericolosissimo, è l’Italicum sindacale.

Situazione Fiat?

Il “nuovo” piano Fiat 2014-2018 è poco e nulla, dove sono gli investimenti? Lui fa e disfa, tutti gli vanno dietro tranne il comico Crozza. Io sono contento del nome della vostra testata (Libero Pensiero NdR), perché per smontare queste persone noi dobbiamo informarci e riflettere. In Fiat si lavora 3-4 giorni al mese in tutta Italia, tranne a Pomigliano, ma lì si lavora con 2800 persone e ne restano fuori ancora 3000, 1400 del plesso che non sono rientrate, 316 persone a Nola sono fermi in cassa integrazione che sta per scadere, Pcma con 700 persone ancora senza missione produttiva che magari fanno qualcosa con Ducato. A Melfi lavorano pochi giorni al mese, mi comunicano che il Suv che sostituisce la Punto non terrà dentro tutti i 5000 lavoratori. Termini Imerese è chiusa, Irisbus è chiusa, a Cnh Imola non c’è nulla. Quindi, su 80.000 lavoratori, lavorano poche migliaia pochi giorni al mese, questi sono i dati di un’azienda che ha spostato la propria sede in Olanda, la sua sede fiscale in Inghilterra ed il suo core business a Detroit. Così come potrei descrivere tante aziende, ad esempio Piombino, per non parlare degli indotti di moltissime aziende ormai in ginocchio. E questo chi fa politica, soprattutto a sinistra, dovrebbe averlo compreso da molto tempo, invece osservo che su questo la nostra riflessione non è sempre adeguata ad interrogare la dimensione globale dello scontro tra capitale e lavoro. In conclusione, credo che i diritti sociali e i diritti civili non debbano vivere in modo separato, anzi, credo che debbano diventare per tutti i cittadini europei un fondamentale strumento di difesa delle proprie condizioni materiali dinanzi ad ogni forma di sopruso e di ricatto nella sfera pubblica come in quella produttiva.