– DI GENNARO DEZIO
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Dopo anni di discussioni, anche accese all’interno del partito, tra ex popolari ed ex DS, la direzione nazionale del PD il 27 Febbraio, a larga maggioranza, ha deciso l’adesione al PSE. Lei è favorevole? Ritiene sia stata la scelta giusta?

Ho votato a favore di quella scelta in direzione nazionale. L’unica strada possibile per il PD è all’interno della famiglia del Partito Socialista Europeo. Noi abbiamo bisogno di partiti sempre più europei. È solo stando dentro le grandi famiglie politiche europee che possiamo avere più peso e possiamo affrontare e risolvere al meglio anche le grandi questioni nazionali e i problemi dei nostri cittadini. L’Italia potrà giocare un ruolo in Europa e porre con forza ed efficacia le proprie priorità nella risoluzione dei problemi, solo se chi la rappresenta saprà avere peso, forza ed autorevolezza nei partiti europei, senza rimanere confinati nelle mere logiche nazionali.

Ritiene che Renzi saprà interpretare la voglia di cambiamento degli italiani e portare a termine quel programma di riforme più volte sollecitato dal Capo dello Stato?

Serviva una scossa. Anche se la fine del governo Letta è stata troppo traumatica, io credo che Renzi abbia portato una ventata positiva e un clima di fiducia al Paese. Abbiamo un premier giovane, il più giovane tra i presidenti del Consiglio dell’Eurozona. L’Italia ha ripreso ad essere vista con curiosità e con grande interesse da tutti i partner europei. Il merito, senza dubbio, va condiviso con Letta e Monti, che hanno restituito dignità al Paese dopo il disastro berlusconiano, ma è soprattutto grazie alla forza innovativa del ciclone Renzi e alla sua energia positiva, che oggi l’Italia si affaccia in Europa con nuovo piglio propositivo, ancor più in vista della prossima presidenza di turno dell’Unione.

Ritiene possa essere pericoloso per la stabilità dell’Eurozona un exploit delle forze marcatamente antieuropee, che secondo i sondaggi aumenteranno in modo esponenziale i propri rappresentanti a Strasburgo? Ritiene possibile una collaborazione, a differenza, ad esempio, di quanto sta accadendo nel nostro Paese con il M5S?

All’interno del Parlamento europeo siamo abituati da anni ad avere a che fare con forze di estrazione politica differente e che a vario titolo si ispirano all’antieuropeismo. Non credo che una loro crescita, se si verificherà, potrà mettere in discussione la stabilità dell’unione. Il dialogo non è mai mancato e, sono certo, continuerà anche con i rappresentanti del M5S. A questo proposito, il mio augurio è che gli eletti, a differenza di quanto stanno facendo nel parlamento nazionale, non restino imbrigliati e prigionieri dei meccanismi imposti da Grillo e Casaleggio, ma intavolino un dialogo con le altre forze politiche; un dialogo anche aspro e serrato, ma che possa produrre dei risultati concreti. Alternative non ne esistono, d’altronde le forze antieuropeiste sono profondamente divise al proprio interno e difficilmente assimilabili, al punto che non aderiranno allo stesso gruppo e non siederanno accanto sugli scranni dell’emiciclo. Io penso che sarà a loro scegliere, se chiudersi in uno sterile isolazionismo che non produrrà effetti concreti o aprirsi al confronto, contribuendo a cambiare una Europa che, siamo noi i primi a dirlo, ancora non è in grado di esprimere appieno le proprie potenzialità.

Lei ha posto spesso l’attenzione sull’importanza di politiche di crescita e di utilizzazione dei Fondi Europei come prospettiva di sviluppo per il Mezzogiorno. Anche in considerazione di ciò, quanto si ritiene possa essere fatto a livello comunitario per il Sud Italia e la Campania in particolare?

Lo spreco delle risorse comunitarie nelle regioni del mezzogiorno d’Italia è sotto gli occhi di tutti. In tempi non sospetti abbiamo denunciato il rischio che, per la prima volta nella storia, saremmo stati costretti a restituire all’Europa le risorse non spese.

In una fase in cui quelle europee rappresentano le uniche risorse disponibili per costruire una strategia di crescita, la giunta regionale campana si è dimostrata colpevolmente incapace. Occorre un cambio di passo, che garantisca l’assorbimento delle risorse dell’attuale programmazione e che, soprattutto, sia capace di gettare basi solide e concrete per realizzare interventi incisivi e strutturali nella prossima. Per fare questo è fondamentale coinvolgere fin dalle prime fasi gli enti locali, a cominciare dai comuni e dai cittadini, i soli in grado di comprendere e trasmettere le reali esigenze del territorio, dando alla progettazione la necessaria aderenza con il contesto.

Le politiche europee vengono spesso considerate avulse dal contesto quotidiano e ininfluenti sulla politica nazionale. Eppure, un impegno come il Fiscal Compact potrebbe influire enormemente sulle scelte macroeconomiche che saranno compiute in Italia nei prossimi anni: come pensa di porsi nei confronti di tale patto, e crede che ci possano ragionevolmente essere dei margini di manovra per dare al Paese maggiore flessibilità di bilancio?

Io personalmente, assieme alla totalità del gruppo S&D, mi sono opposto a tutti quei provvedimenti – a cominciare dal cosiddetto six-pack – dai quali ha avuto origine il fiscal compact che essendo un accordo tra stati membri non è stato votato dal parlamento europeo. Mi sono opposto e ho votato contro perché non ne condividevo l’impianto socio-economico, in generale, e nello specifico perché, fermo restando il rispetto dei parametri macroeconomici, è necessario introdurre una flessibilità intelligente, che consenta, cioè, di discernere tra spese correnti e quegli investimenti strutturali, capaci di generare un circuito virtuoso, che vanno salvaguardati e tenuti fuori dal calcolo del deficit. È urgente l’introduzione di una golden rule per i fondi strutturali, che escluda il cofinanziamento nazionale dal calcolo dei vincoli per il patto di stabilità. In questo modo potrebbe essere la stessa commissione europea a certificare che i soldi siano stati effettivamente spesi per investimenti produttivi, capaci di generare ripresa economica e nuova occupazione.

Disoccupazione giovanile, scarsa propensione all’investimento in R&S, tagli continui all’Istruzione: da più parti ormai si sostiene che questo non sia più un “Paese per giovani”, e i nostri ragazzi sono costretti ad emigrare o a latitare nell’inattività. Pensa che la concertazione europea possa offrire nuovi spazi d’azione, quantomeno recuperando il terreno perduto in questi primi anni, o il problema è destinato a rimanere nei confini nazionali?

Ancora una volta, il problema può essere e deve affrontato e risolto con il sostegno dell’Europa e con il contributo essenziale delle risorse europee, che devono essere concentrate e finalizzate all’ingresso delle giovani generazioni nel mondo del lavoro. Personalmente ho proposto di destinare una quota del fondo sociale europeo per finanziare quello che ho chiamato il contratto unico incentivato. La mia proposta è chiara e netta: aboliamo la formazione professionale, foriera di sprechi e di situazioni opache, e costruiamo un contratto unico incentivato di tre anni per i neoassunti del Sud, più altri tre anni di incentivi per chi assume a tempo indeterminato, che abbatta il costo del lavoro del 50% e dia ad almeno 250mila ragazze e ragazzi un’opportunità di lavoro. Così facciamo ripartire la nostra economia e diamo quella scossa positiva alla nostra economia paralizzata e bloccata in questo momento.