-DI LUCIANA TRANCHESE

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L’espressione “Lost in traslation”, che in molti ricorderanno per essere anche il titolo di un celebre film del 2003 di Sofia Coppola, significa letteralmente “perso nella traduzione” ed è solitamente riferita a quei modi di dire che una determinata lingua non è in grado di tradurre senza impedire che il pieno significato della parola, nell’idioma originario, vada perduto.
Si tratta, quindi, di locuzioni che nel passaggio da una lingua all’altra, mancano di vere e proprie parole equivalenti o dalle stesse sfumature semantiche.
L’intraducibilità di queste espressioni, tuttavia, preserva in qualche modo il fascino e la singolare poeticità di molte: si pensi alla parola gumusservi, che in turco indica con precisione il riflesso della luna piena sull’acqua; oppure alla parola saudade, il cui significato sembrerebbe affine all’italiana malinconia, lontananza, perdita, ma che nella cultura portoghese e poi brasiliana evoca in realtà uno stato d’animo nostalgico, unito a una mistica accettazione del passato e alla speranza nel futuro.
Goya, invece, in urdu, indica l’atto di immedesimarsi in una storia mentre qualcuno la sta raccontando.
Molto più familiare è forse esprit de l’escalier, espressione francese riferita alla situazione in cui una brillante risposta da usare come replica immediata a un insulto o a una provocazione arriva troppo tardi, quando non può più essere utilizzata.
Tartle, in scozzese, è quel momento di esitazione che si ha talvolta nel riconoscere qualcuno o qualcosa, come nel non ricordare il nome di una persona appena conosciuta.
Bilita Mpash, in bantu, indica i sogni meravigliosi, ma è stata anche definita come “uno stato di benessere leggendario, nel quale tutto è perdonato e poi dimenticato”.
Proprio partendo dalla constatazione che nelle traduzioni c’è sempre qualcosa che inevitabilmente si perde, la designer neozelandese Anjana Iyer sta realizzando una serie d’illustrazioni, intitolata “Found in traslation”, con la quale, dando un’impronta visiva originale alle parole apparentemente intraducibili in altre lingue, cerca di spiegarne il significato ultimo, colmando la distanza tra due universi linguistici.
Il suo lavoro si colloca all’interno di un più vasto progetto, chiamato “100 Days Project”, che invita altri artisti a dedicarsi a un esercizio creativo da ripetere per cento giorni in modo sempre diverso (http://100daysproject.co.nz/).
Risultato di una ricerca, oltre che grafica, anche linguistica e culturale, Anjana Iyer ha individuato e rappresentato espressioni dai significati sorprendenti e immaginifici, come waldeinsamkeit, che in tedesco esprime la particolare sensazione di trovarsi soli e smarriti in un bosco; komorebi, per i giapponesi l’effetto della luce del sole quando filtra attraverso le foglie degli alberi; gökotta, che in svedese indica lo svegliarsi all’alba per sentire il primo canto degli uccelli.
In Russia una persona che fa troppe domande è detta pochemuchka, mentre in lingua tshiluba, nell’Africa centrale, ilunga è una persona che la prima volta perdona tutto, la seconda volta è tollerante, ma alla terza non ha pietà.
Fernweh, in tedesco, è la nostalgia per i posti in cui non si è mai stati, ma iktsuarpok, in lingua inuit, è la frustrazione che si prova quando si aspetta qualcuno in ritardo.
Anjana Iyer ha inserito nel proprio elenco anche la parola italiana gattara, in realtà un termine con una connotazione più marcatamente regionale.
Vi lasciamo con le illustrazioni della bravissima artista neozelandese, il cui lavoro non è ancora terminato, ma che potrete seguire a questo indirizzo.