– DI LUCA MULLANU
luca.mullanu@liberopensiero.eu

 

In un’intervista molto interessante rilasciata al Manifesto, il filosofo francese Etienne Balibar ha affermato che i parlamentari di tutti gli schieramenti, inclusi popolari e socialdemocratici, si pentiranno tardivamente di non essersi contrapposti allo snaturamento del processo di unità europea. Anzi, di aver contribuito alla crescita del mostro che oggi divora il continente, di aver appoggiato il fiscal compact, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, il two pack. Il quadro dell’Europa è impietoso, non solo il sostegno delle politiche di austerity tout-court ha portato lo sfaldamento delle economie nazionali a Sud del continente (i famosi pigs), bensì ha contribuito alla crisi profonda della democrazia. Con l’avvento delle dottrine neoliberiste, l’Europa ha cominciato un lungo declino.

È proprio Altiero Spinelli ad essere stato tradito, nell’idealità e nel suo progetto di Europa. Una premessa: è stato lui a porre l’accento sul potere delle élites, che costituiscono un “convitato di pietra”. Ci spiega Spinelli che i governi a tendenza liberale-conservatrice hanno dalla loro parte l’establishment amministrativo ed economico, invero i governi di tendenza innovatrice vanno in senso contrario alla tendenza dell’establishment ed infatti vengono man mano indeboliti, tanto da rassegnarsi alle volontà dei conservatori.

È una diagnosi veritiera quella di Spinelli. Può servire a comprendere maggiormente gli assi su cui poggia attualmente l’Ue: l’attuale costruzione europea non è il prodotto di un movimento di popoli che hanno desiderato unirsi con un patto sulla base di una storia, di valori comuni. La situazione è capovolta, i popoli si sono trovati ad essere anche sostanzialmente messi da parte dal processo della formazione dell’Ue. Perché non è avvenuta attraverso una struttura statale, ma bancaria e, quindi, proprio grazie a quell’establishment amministrativo ed economico che attualmente detiene il potere “decisionale” in Europa. Andando più a fondo, l’Unione è opera di una frazione del grande capitale europeo. Spiega Houben, storico tedesco: “Alla costruzione di uno Stato europeo si muove con sempre maggior decisione – a partire dalla metà degli anni ’80 – la Tavola Rotonda degli Industriali Europei (Ert), fondata da Volvo, Philips, Fiat. Essa raggruppava nel 2001 45 grandi imprese europee, che globalmente rappresentavano il 55% del giro d’affari delle grandi società industriali europee e il 48% dei salariati”.

La grande contraddizione della Ue è che si tratta di un’unione monetaria senza politica economica integrata. In ogni caso non potrebbe esistere, perché una politica economica comune è impossibile in assenza di una politica fiscale comune. E, si sa, in Europa le politiche fiscali presenti nei Paesi sono tutt’altro che simili.

Ad integrare questa contraddizione ci sono tre grandi problemi di fondo. Il primo è che il pilastro ideologico su cui si basa l’Ue è il dogma liberista, formula che ha causato la crisi e con il quale si vorrebbe risolverla. Il secondo, connesso, è un dogma monetarista, quindi una politica fondata esclusivamente sulla macroeconomia (banche centrali). Il terzo, è l’oligarchia, intesa come il processo di costruzione europea diretto dalle élites economiche, così come si è affermato nella premessa dell’editoriale.

Il futuro dell’Europa, quindi, pare essere molto incerto. La deflazione è ormai una realtà in diversi Paesi europei, l’attacco esclusivo al debito pubblico attraverso le politiche del taglio alla spesa pubblica pare debba continuare. Le politiche d’espansione economica devono far fronte al Fiscal Compact.

C’è dunque bisogno di una svolta radicale, mentre operare al di fuori dell’attuale sistema Europa, come in tanti propongono (tutti i partiti euroscettici, compresi gli italiani Lega Nord e M5S) è completamente sbagliato, oltre che inutile alla risoluzione dei problemi di fondo.

Perché la soluzione può essere trovata solo ed esclusivamente lottando su un terreno europeo, supportando un progetto alternativo nelle politiche economiche, sociali ed istituzionali europee che possa rendere realistica la trasformazione della Ue e non l’abbandono a se stessa. Da sola, l’Ue, continuerà a sostenere quei dogmi che hanno contribuito solo allo sfaldamento dell’idea di un’Europa unita, perché augurarsi un’autoriforma è fuori da ogni logica. Nessuno immagina una presa di consapevolezza da parte delle classi dirigenti di aver imboccato una strada sbagliata.  La strada, invece, giusta, assomiglia ad una vera e propria rivoluzione del concetto. Questo termine, carico di promesse e speranze, deve tornare ad essere centrale per una discussione sull’Europa e per contrapporsi al suo declino. Un’altra Europa è possibile, ma stavolta non è lei a chiedercelo, siamo noi ad imporglielo.