– DI CARMELA DAVIDE
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L’Italia che oggi guarda verso l’Europa conosce bene i proprio limiti, le proprie mancanze. Il nostro Paese è con un piede verso il progresso, ma con l’altro sedentariamente radicato nelle tradizioni: il più delle volte, non fa che voltarsi indietro e guardare malinconicamente verso ciò che era, piuttosto verso ciò che può diventare. L’Italia – e in grande misura l’intera Europa – deve oggi fronteggiare una sfida non semplice: quella di ritrovare la via della crescita. Spesso vi si trova occasione nei tanti finanziamenti dell’Unione Europea che, attraverso numerosi progetti, cerca di risanare le difficoltà comuni a tutti. Si evince in questo però che il nostro Paese, a differenza di altri – anche a causa delle sue debolezze strutturali – è uno dei ventotto Stati membri dell’Unione Europea tra i più colpiti dalla crisi. La segmentazione tra sesso, età e territorio è molto marcata e le opportunità di lavoro sono distribuite non equamente, con l’emarginazione di sezioni specifiche della popolazione attiva, in particolare donne e giovani, soprattutto quelli residenti nelle regioni meridionali. La crisi economico-finanziaria ha rivelato quanto sia frantumata la nostra architettura politica a livello europeo, incitando il più delle volte a risposte piuttosto conservatrici. Sono numerose le proposte che l’UE tende a diffondere, soprattutto bandi, progetti e finanziamenti per i giovani laureati che, non trovando lavoro nelle proprie città, tendono a esser più flessibili nel formarsi all’estero. È proprio l’adesione di numerosi connazionali a far emergere quello che è un grande problema interno: per pensare al futuro è importante pensare al presente e la nostra Italia investe ancora poco in ricerca. Questa, infatti, è tra le più basse delle grandi economie industriali. Un ritardo dovuto principalmente alla spesa del settore privato, pari a circa la metà di quella media europea. Alle minori risorse investite, di conseguenza, corrisponde un minor numero di ricercatori e un minor potenziale d’innovazione: portandoci così a essere penultimi, se non ultimi, per la percentuale di spesa pubblica in scuola, università, ricerca e cultura. Eppure è risaputo che in tutti i Paesi del mondo gli investimenti privati non devono mai sostituire quelli pubblici. A confermarlo è proprio il tasso di diseguaglianza sociale: purtroppo anche nel 2014, il futuro dipende dalla famiglia in cui si nasce, dal territorio in cui si vive, e dal tipo di scuola che si frequenta, con differenze drammatiche tra il Centro Nord e il Sud del Paese. A incidere sui bassi valori italiani è soprattutto il coinvolgimento delle donne all’interno di questo complesso mondo occupazionale. L’Unione Europea, infatti, si è posta e continua a porsi tuttora come obiettivo l’innalzamento dell’occupazione femminile al centro delle proprie politiche di sviluppo. Tuttavia la donna oggi è costretta a scegliere tra figli e carriera a causa della scarsa flessibilità degli orari di lavoro e dei servizi di custodia dei bambini. Inoltre, il fatto che anche il campo delle nuove tecnologie nel XXI secolo debba farci trovare in una pessima posizione a livello europeo è del tutto inconcepibile. Un grande ritardo italiano, infatti, risiede nel digital divide. Una carenza innescata soprattutto dallo Stato, che àncora la pubblica amministrazione al cartaceo, nonostante l’agenda digitale presentata dalla Commissione Europea. Questa è proprio una delle sette iniziative faro della strategia Europa 2020 che propone di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorire l’innovazione, la crescita economica e il progresso. È importante, in questo senso, anche creare un flusso informativo continuo e reciproco tra Italia e Europa, permettendo così di essere informati sulle innumerevoli possibilità offerte da quest’ultima. Ed è proprio l’incrociarsi di questa dialettica, incapacità di gestire i fondi e incapacità di diffusione delle informazioni, che crea intolleranza e sfiducia nei cittadini italiani, deviando quello che è un possibile senso di “europeismo”.  Spesso si chiede un’Europa a misura d’Italia ma bisognerebbe provare a realizzare un’Italia a misura d’Europa. La verità è che molto spesso i cambiamenti spaventano, e per poter revisionare l’idea dell’Europa bisognerebbe riformare quella dell’Italia, superando i limiti e comprendendo come in tanti altri Paesi le cose funzionino.