– DI SARA RAMONA PELLEGRINI
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Alla fiera dei luoghi comuni ce n’è per tutti i gusti. C’è crisi, non circola denaro e, dulcis in fundo,  la chicca finale e strautilizzata: il Sud è ‘arretrato’. Ma sarà davvero così? Intanto, se ci soffermiamo sul senso letterale del termine, non possiamo confermare la tesi. Almeno da un punto di vista geografico, si trova soltanto più in basso. Poi, è necessario comprendere bene cosa si intenda di preciso per ‘sviluppo’. La parola ci rimanda ad un’idea di crescita, di esplicamento di potenzialità che sono già presenti, ma che necessitano di un’organizzazione e di una sistematizzazione al fine della loro realizzazione. È inevitabile pensare che una seria concertazione sulle risorse di cui il vecchio continente dispone  potrebbe cambiare le cose e rivoluzionarle. Ogni territorio ha le sue peculiarità e le sue caratteristiche distintive, ed è giusto provare a valorizzarle piuttosto che adeguarsi forzatamente a linee guida che possono valere per qualcun altro, ma non per lui. Probabilmente questa convinzione deriva proprio da un errore ideologico di fondo, oltre al fatto che buona parte delle risorse presenti nel mezzogiorno sfuggono alle indagini statistiche. E se la bella notizia fosse che i principali fattori di crescita fossero comuni non soltanto a questo territorio, ma anche all’intero Paese e a buona parte del continente? Sembrerebbe proprio di sì. Partiamo dai confronti. I Paesi in crescita (ad esempio quelli asiatici) hanno tra i loro cavalli di battaglia la manodopera a basso costo. Ma molto spesso finiscono per riproporre (o meglio imitare) le eccellenze europee. La logica ci suggerisce che insistere su queste, non abbattendo i costi a discapito delle risorse umane e della produzione, ma piuttosto insistendo su alcuni elementi essenziali, potrebbe essere la soluzione. Tra le parole chiave figurano alcune in particolare: tecnologie, comunicazione, esternalizzazione, istruzione, formazione. Questi concetti attraversano trasversalmente tutti i campi di interesse per quel che concerne il progresso sociale ed economico. Il punto principale è che non c’è sviluppo di nessun tipo senza un adeguato sistema formativo; semmai quest’ultimo dovrebbe soffermarsi sull’aspetto professionale, insistendo sul collegamento con realtà aziendali in cui il potenziale umano possa mettere in pratica quanto viene appreso a livello accademico (teorico) e viceversa, in un circolo virtuoso che si autoalimenta senza sosta. Sorprende (ma non troppo) sapere che le principali fautrici del progresso (al Sud come al Nord, in Italia come in Europa), sono proprio le piccolo-medie imprese, in particolare quelle che non sforano i 20 dipendenti. Il successo consiste proprio nell’informatizzazione, affiancando al lavoro manuale altamente specializzato le nuove tecnologie al fine di velocizzare la produzione. Ritornando al punto di partenza, occorre approfondire alcune questioni. Le regioni a sud d’Europa rappresentano un crocevia importantissimo che perimetra l’intero mediterraneo. Sfruttare questa caratteristica per creare un ponte con il nord Africa, che non si riduca ad un‘immigrazione incontrollata, potrebbe essere un’idea. Il turismo in tutte le sue declinazioni, inoltre, è il vero punto di forza: quello gastronomico, con una miriade di prodotti DOC di cui siamo gli unici esportatori; quello relativo alle opere che richiedono una seria attività di restauro. Insomma, un atteggiamento rassegnato sarebbe assolutamente inutile. Le risorse ci sono, i talenti anche.  Forse manca proprio l’entusiasmo giusto per utilizzarli. Il primo passo è proprio quello di documentarsi adeguatamente, facendo circolare informazioni corrette e veritiere. La cattiva informazione è un fertilizzante per pregiudizi, frasi fatte e bufale (non campane).