Jeanne au bûcher– DI DAVIDE ESPOSITO
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Proseguiamo nel nostro discorso riguardante le religioni e, in particolare, il Cristianesimo. Nello scorso numero avevamo visto il modo in cui la figura del Papa divenne il vertice della Chiesa cristiana. In questo e nel prossimo numero, invece, faremo zoom su due degli aspetti più criticati della Storia della Chiesa: l’Inquisizione e le Crociate.

 

Nel Medioevo l’influenza del Papa era così ampio e veniva esercitato in un ambito così esteso, l’intera Cristianità, che si potrebbe parlare di vero e proprio Impero Papale. Nella Cristianità la Chiesa ha piena indipendenza e può organizzarsi senza ostacoli. Riunisce le sue assemblee, emana le sue leggi, crea i suoi tribunali, pronuncia le sue censure senza ingerenze. Ha sue circoscrizioni, suoi uffici e benefici, accresce il suo patrimonio. Si costituisce un vero e proprio stato nello stato, che è il modo con cui il Papa governa il suo Impero. In questo apparente parallelismo di poteri, il Papa era però superiore all’imperatore per autorità, ricchezza, prestigio. Una sua bolla aveva più forza di un’ordinanza di un sovrano temporale, e una censura ne aveva di più di una condanna di una corte laica. Le terre ecclesiastiche avevano una maggiore estensione di quelle dei sovrani secolari. Lo splendore delle vesti e dei cortei accresceva il prestigio della Chiesa, proclamandone la superiorità sul mondo profano.

 

Il Papa, in quanto Vicario di Cristo e detentore del monopolio della fede, ha una posizione sulla terra unica; in virtù della sua missione spirituale, affidatagli direttamente da Dio, praticamente ogni cosa gli è concessa. In quanto capo della Cristianità, il suo potere si estende su tutte le terre cristiane, e chiunque ne è sottomesso, anche lo stesso Imperatore. Limiti al suo potere non ce ne sono.

 

Il Papato sviluppa mezzi per ottenere il controllo capillare delle terre cristiane, per razionalizzare l’amministrazione di funzioni sempre più ampie, per finanziarie la vita di questa imponente struttura della Chiesa, e anche per espandere questo stesso Impero. Fra le sue facoltà, rientra quella del disciplinamento interno. Il controllo della giustizia è un’arma potentissima utilizzata dalla Chiesa non soltanto per ottenere il controllo del popolo, ma anche per eliminare i nemici, politici e non. Con la scomunica e l’Inquisizione la Chiesa elimina i suoi rivali sia in ambito spirituale sia in ambito temporale; la loro influenza politica è quindi senza confini.

 

Soprattutto con la repressione delle eresie sul disciplinamento interno raggiunse livelli mai visti con la repressione delle eresie. Erano definiti eretici notori “quelli che predicano o professano pubblicamente idee contrarie alla fede cattolica e che difendono l’errore oppure quelli che sono stati convinti alla presenza dei loro prelati, sia che essi abbiano confessato, sia che siano stati oggetto di una sentenza di condanna“.

 

In quel periodo (parliamo di XII-XIII sec.) il fervore religioso del laicato e soprattutto la loro volontà di rinnovamento della chiesa era molto forte, come testimoniato dall’emergere di movimenti eretici come quello cataro e quello valdese, che incontrarono il forte contrasto del Papato.

 

L’estirpazione dell’eresia era centrale nel programma di riforma della Chiesa romana. Il Papa era il detentore del monopolio della fede, che costituiva uno dei perni del suo potere: solamente egli aveva diritto di parola nelle questioni di fede. Predicare senza l’assenso del Papato ma soprattutto predicare precetti contrari a ciò che veniva insegnato dalla Chiesa era pericolosissimo. Il Papato non doveva avere alcun rivale sotto questo punto di vista. Fu questa la causa degli inizi della legislazione anti-ereticale.

 

Le autorità secolari dovevano aiutare quelle ecclesiastiche nella lotta all’eresia. L’eretico veniva assimilato all’infedele: in modo analogo alla Crociata, la morte del Cristiano nella lotta contro l’eretico era considerata un martirio. Lucio III nel 1184 ottenne la collaborazione dell’imperatore Barbarossa promulgando la bolla Ad Abolendam nel sinodo di Verona. Per la prima volta nella storia un documento papale ordinava alle autorità civili di eseguire le decisioni ecclesiastiche e imperiali in merito alla lotta contro gli eretici. Tutti i gruppi eretici vengono scomunicati e al contempo la scomunica viene fissata come pena per tutti coloro che avrebbero predicato verità di fede senza l’autorizzazione della Chiesa romana. Anche nella legislazione temporale compaiono i crimini contro la fede o la morale. Nel 1197 venne introdotta in Aragona la pena di morte per il reato di eresia.

 

L’orientamento verso la violenza si impose sotto Innocenzo III. Innocenzo III considera eretici solo coloro che predicavano pubblicamente idee contrarie alla fede: l’eresia dev’essere perseguita se ha un carattere pubblico, Innocenzo III vuole colpire e prevenire il proselitismo, con cui l’errore si diffonde, mentre si deve agire diversamente con chi si dimostra eretico nel tribunale della penitenza.  Il documento chiave per comprendere la politica anti-ereticale di Innocenzo III è la decretale Vergentis in senium del 1199, risalente quindi ai primi anni di pontificato. Prima di tutto gli eretici sono puniti con l’esclusione dai pubblici uffici e dai governi della città e il divieto a prestare testimonianze, a dettare testamento e a ricevere una qualsivoglia eredità. Se l’eretico è un giudice, il suo giudizio perde di valore; se è un avvocato, non può difendere nessuno; se è un notaio, i suoi documenti non hanno alcuna efficacia; se è un chierico, è deposto da ogni ufficio e beneficio. Dopo la condanna, non si può trattare con gli eretici, pena l’anatema. Era prevista la confisca dei beni nei territori di giurisdizione papale, così come nei territori degli altri principi secolari; in caso di rifiuto di agire da parte dei principi, questi avrebbero subito pene ecclesiastiche. I beni non erano restituibili agli eredi. Riprendendo il diritto romano, gli eretici sono considerati colpevoli di lesa maestà.

 

Alcune bolle di Innocenzo III regolamentarono il processo inquisitoriale introducendo la procedura che sarà poi chiamata “per inquisitionem”: il vescovo poteva iniziare un procedimento, ordinando inchieste ed emanando sentenze senza che ci fosse un accusatore o un denunciatore. Ogni mezzo era considerato buono per poter stanare gli eretici, ogni testimone era ammesso e i loro nomi sarebbero rimasti anonimi. L’imputato non era assistito da nessun avvocato. La Chiesa romana doveva stabilire nell’intera Cristianità un modello unico di repressione delle eresie. L’uccisione era prevista, in questo momento, però, solamente per i recidivi e per coloro che non volevano abiurare, poiché l’obiettivo della Chiesa era reintegrare i colpevoli pentiti, puniti con pene minori.

 

La costituzione Excommunicamus et anathematisamus del 1231 di Gregorio IX sancisce la nascita ufficiale dell’Inquisizione medievale. Viene previsto l’abbandono al giudice secolare dell’eretico condannato dalla Chiesa romana per subire la pena dell’animadversio debita, ossia il rogo e viene vietata ai laici ogni discussione sulla fede cattolica, sia pubblica sia privata. Il tribunale vero e proprio nascerà due anni dopo, con una bolla del 13 aprile 1233 indirizzata ai vescovi francesi: al tribunale del vescovo, che conserva la sua competenza, si affianca un tribunale di giudici delegati permanenti, formato da domenicani, sotto il controllo diretto della Chiesa romana.

 

Grazie all’opera dell’Inquisizione il movimento ereticale si dissolse. La nascita dell’Inquisizione dimostra l’ampiezza del potere del Papato. C’è la nascita di un tribunale parallelo a quello civico, con la stessa forza coattiva di quest’ultimo, tollerato se non appoggiato dalle autorità temporali. La Chiesa romana è in grado di punire qualsiasi uomo di fede cristiana. La novità dell’Inquisizione medievale era rappresentata dalla razionalizzazione della lotta antieretica attraverso l’appoggio delle istituzioni temporali e la centralizzazione dalla struttura ecclesiastica, che consentiva un controllo maggiore sulla Cristianità e quindi rendeva più facile individuare e punire i dissidenti. La nuova concezione dell’unità cristiana, intesa come uniformità, come reductio ad unum, escludeva qualsiasi diversità, assimilata al male. La società cristiana doveva essere omogenea e guidata da un unico capo, il Papa. Non era ammessa alcuna voce di dissenso.

 

Nel prossimo numero passeremo dal disciplinamento interno all’espansione della Cristianità, ossia le Crociate.

 

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