– DI DAVIDE GORGA
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“L’anno millequattrocentoventinove

Ha ripreso a splendere il sole”

 

Con questi versi Christine de Pizan, storica, poetessa, filosofa, celebra il successo di Giovanna d’Arco a Orléans prima e sulla strada per Reims in seguito, là dove nel luglio dello stesso anno Carlo VII sarà consacrato Re di Francia. È un canto di gioia che, per antitesi successive (l’inverno mutato in primavera, il pianto in canto, il dolore in letizia), ruscella felicemente di verso in verso, dipingendo con tratti intrisi di potenza e solennità l’improvviso cambiamento della sorte, la vittoria oltre ogni umana speranza. Gli ottosillabi che compongono il Ditié incalzano durante tutti i 488 versi, cogliendo dapprima Christine, chiusa in’un’oscura abbazia, e rinnovata dalla notizia delle vittorie francesi guidate da Giovanna la Pulzella: dopo undici anni di rinuncia alla scrittura ed al mondo, riprende in mano la penna per quello che sarà il suo ultimo e più grande capolavoro. L’uno dopo l’altro, la poesia coinvolge Carlo VII, la stessa Giovanna, l’esercito francese, quello inglese, il popolo – in un procedere per cerchi concentrici che si allargano sempre più, simili ad onde in un lago – in un miracolo che vive nell’atto poetico e si diffonde, intenso. Un senso di sovrannaturale sconvolgimento dell’ordine delle cose, una benedizione quasi debordante ma, sempre, ricondotta entro quei termini metrici che Christine conosce da una vita, pervade il poema dedicato a Giovanna: in nove giorni, dieci notti, aveva fatto togliere l’assedio a Orléans, che durava da mesi; l’otto maggio la città era libera. Nel luglio successivo, attraversando territori ostili, l’armata reale era giunta sino a Reims per la cerimonia della consacrazione, evocata da Christine con immagini concrete, quali gli speroni d’oro indossati dal re: in pochi mesi la Pulzella aveva ribaltato le sorti di una guerra che appariva ogni giorno di più segnata dalla sconfitta.

 

“(…) Mai parlare

Udimmo di sì gran meraviglia!”

 

Se vogliamo cogliere veramente lo spirito di Christine dobbiamo iniziare così, dal suo ultimo poema – dalla fine.

 

Il 1429 vedeva il territorio francese diviso in tre parti: l’una in mano ai Borgognoni, seguaci del Duca di Borgogna e, ormai (dopo la guerra civile contro gli Armagnaccchi), alleati degli Inglesi; la seconda direttamente in mano a questi ultimi, fautori della “duplice monarchia”, per cui conducevano una guerra di conquista di quel che rimaneva del suolo di Francia; infine la terza, ancora in mano francese, protetta dai feudatari fedeli al re. Orléans, crocevia sulle sponde della Loira, assediata dagli Inglesi dall’ottobre precedente, difesa dal Bastardo d’Orléans, aveva un’importanza strategica sia per il controllo del fiume sia quale accesso alle regioni meridionali. Dopo mesi di assedio, in pochi giorni Giovanna aveva portato la liberazione e, di lì a poco, cavalcando insieme al Bastardo presso la corte, ottenuto che fosse approntata un’avanzata in pieno territorio nemico, sino a Reims, nella cui cattedrale si svolgeva, per tradizione, la consacrazione e l’incoronazione del sovrano. Il 17 luglio, Carlo di Valois, inginocchiatosi, si sarebbe rialzato Carlo VII di Francia “il Vittorioso”. Un principe ripudiato dagli intrighi di corte (e da un padre folle) era stato posto sul trono da una ragazzina.

Alain Chartier, pochi anni prima, aveva composto un’opera, in versi e in prosa, «La Speranza», dedicandola appunto a Carlo. Ora, Christine, che per suo conto aveva scritto di pace, buongoverno, giustizia, lealtà, dignità del sesso femminile, fede, vede realizzarsi ciò che sognava da una vita intera.  Protagonista del «Ditié à la Pucelle»[1] è una donna che, come l’autrice, non ha esitato un attimo a fare ciò che sembrava prerogativa maschile, prendendo armi e stendardo così come Christine aveva impugnato la penna; una ragazzina che tornava dai campi di battaglia sporca di fango, stanca, ferita e sanguinante, eppure ogni volta ritrovava la forza di ritornare tra i soldati[2].

Una figura, quindi, che sembra forse uscita da una sua opera, «La Città delle Dame» – ma che, in ogni caso, rappresenta il suo ideale di donna e, più in generale, di essere umano:

 

“E tu, Pulzella benedetta,

Non dovrai essere obliata,

Tu che Dio ha tanto onorata,

Tu, che hai sciolta la corda

Che teneva la Francia in catene.

Ti si potrà a sufficienza lodare

Quando, a questa terra umiliata

Dalla guerra, hai donato la pace?”

 

(«Ditié de Jeanne d’Arc»)

 

Christine nasce nel 1365 a Venezia, da Tommaso, originario di Pizzano, e da una figlia di Tommaso Mondini di cui ignoriamo il nome. Nel 1369 la famiglia si trasferisce a Parigi, alla corte del re Carlo V il Saggio, presso cui Tommaso è medico, astrologo e consigliere. Cristina inizia a essere chiamata Christine e ad amare la Francia e quell’infanzia felice. A quindici anni si sposa con un gentiluomo di corte, di ventiquattro anni, Étienne Castel. È un matrimonio più che felice e più volte al centro di composizioni poetiche da parte di Christine.

Tuttavia, nel settembre del 1380 muore Carlo V; il padre, Tommaso, nel 1387; infine, ed improvvisamente, muore anche il marito di Christine, Étienne, di malattia, durante un viaggio, lontano da casa e dalla moglie; trauma che segnerà per sempre l’esistenza della poetessa.

Durante gli anni della formazione aveva studiato con profitto le lettere, ammirando soprattutto Dante, di cui poteva leggere l’opera direttamente in lingua originale. Questo bagaglio culturale è messo a frutto al momento opportuno: Christine decide di divenire scrittrice di professione. Compone inizialmente poesie: le «Cento ballate», le «Ballate di strana composizione» (capolavori di tecnica), oltre a una settantina di rondò e circa centocinquanta altre poesie. I temi lirici sono trattati in modo convenzionale ma ciò che li rende unici è il tono intimo, personale, che molti mostrano, nel trattare il dolore della vedovanza, dell’assenza; nel ricordo di tempi d’amore felici.

Del 1402 Christine raccoglie in volume le lettere scambiate tra lei ed altri autori circa il dibattito sul «Romanzo della Rosa», opera alquanto singolare, iniziata da Guillaume de Lorris quale allegoria dell’apprendistato dell’amor cortese e proseguita, diversi anni dopo, da Jean de Meung, che ne snatura il significato, ampliandola, peraltro, con lunghe digressioni filosofiche e politiche. L’amore, secondo Jean de Meung, è puro istinto: l’affetto, la lealtà, la cortesia nel suo insieme sono convenzioni sociali. Christine, che ha conosciuto l’amore ed ogni giorno lo rimpiange, si scaglia veemente contro questa teoria che non solo svilisce l’amore ma, di fatto, anche la donna stessa, riducendolo ad un oggetto per il piacere dell’uomo. Le «Epistole del dibattito sul Romanzo della Rosa» compongono per noi un affresco composito del panorama intellettuale dell’epoca e sono preziose per valutare la concezione della donna nel tempo e nel luogo in cui sono scritte.  Inoltre, Christine, per suo conto, non esita a contrapporre al testo la «Commedia» di Dante: non solo illustra la morale e la teologia molto meglio ma “con una scrittura cento volte superiore”.

Christine cerca protezione a corte e la trova nei Duchi d’Orléans e di Borgogna. Dedicata a loro (ed al re Carlo VI) è la «Epistola d’Othéa a Ettore».

Nel 1404 compone e pubblica il «Libro dei fatti e dei buoni costumi del saggio re Carlo V», opera storica che procede per episodi esemplari della vita del sovrano, dai quali si passa come in secondo piano ad esaminare la biografia vera e propria. Ciò che più interessa a Christine è dipingere il “sovrano ideale”, almeno nella misura in cui Carlo V lo consenta.  Del resto, l’autrice ha conosciuto di persona il re, divenuto un punto di riferimento costante nella sua infanzia a corte. Nell’opera entrano in gioco inevitabilmente ricordi personali che sono, tuttavia, ancora più interessanti, poiché gettano luce sul volto familiare e intimo del sovrano.

Del 1405 è uno dei suoi testi più noti: «La città delle Dame», scritto in risposta al «De mulieribus claris» di Boccaccio. Sotto la guida di Onestà, Giustizia e Ragione, Christine è invitata a costruire una città metaforica in cui possano risiedere le Dame, intese non tali per nobiltà di nascita bensì per nobiltà di spirito. I dialoghi prendono spunto dall’opinione di diversi autori, anche illustri, come Virgilio, che vedono nella donna il ricettacolo di ogni male e tentazione, confutandone il pensiero tramite esempi noti. Ecco dunque la città popolarsi di sante, eroine, guerriere, scienziate, regine e, in ultimo, accogliere la Vergine Maria, fonte mistica di ogni virtù e, in particolare, della fede.

 

“di tali saggi vegliardi, o di coloro che pur essendo giovani hanno già abitudini sagge, gravità e senno, come ce ne sono per grazia di Dio, alcuni danno consigli degni di gran lode, e ottengono grande reverenza per sé stessi, in qualunque condizione siano.” (…) “Perciò, colui che desidera essere virtuoso e buono non attende la vecchiaia per diventarlo, proprio come il vaso che mantiene sempre la fragranza che prende quando è nuovo.”

 

(«Libro della pace»)

 

Del 1412 è il «Libro della pace», dedicato al Delfino Luigi (fratello del futuro Carlo VII), in cui Christine ripone le speranze per una Francia risollevata dalle condizioni in cui versa a causa della continua guerra civile e del conflitto con l’Inghilterra. Prudenza, giustizia, magnanimità e forza sono le doti con cui un principe può mantenere il proprio Stato in una pace che è il bene supremo cui tendere, la precondizione ad ogni civile convivenza. Per Christine, il principe deve circondarsi di consiglieri saggi e leali, favorire la cultura e le arti, amare il popolo ed esserne amato (prima che temuto). Il libro, strutturato in tre parti, procede dapprima con una prosa copiosa, basata sull’ampio uso di subordinate e sull’accumulazione, incentrata sui concetti chiave cui sono dedicati periodi complessi e solenni. L’avanzare degli eventi, il precipitare della situazione politica, cambia anche il modo di comporre di Christine: passa a capitoli sempre più brevi e la prosa diviene più stringata, quasi essenziale. Avverte l’urgenza d’imprimere nella mente del giovane Delfino, già chiamato ad assumere la Reggenza durante gli accessi di follia del padre, la saggezza per governare, ma, soprattutto, per cercare una pace stabile con la Borgogna.

Inutilmente. Il Delfino Luigi morirà in circostanze non chiare nel 1415, subito dopo la battaglia di Azincourt.

 

Nel 1418 i Borgognoni prendono Parigi infiltrandosi dalla porta di Saint–Germain–des–Prés. Christine, vicina agli Orléans e, quindi, agli Armagnacchi, fugge e si chiude in un’abbazia (forse quella di Poissy). Lì la raggiungerà la notizia dell’impresa di Giovanna d’Arco e, per l’ultima volta, dopo undici anni di silenzio, ne canterà le gesta:

 

“Io, Cristina, che ho pianto

Undici anni chiusa in abbazia

 

(…)

 

Ecco, ora, inizio a ridere

 

A ridere di gioia

Per il tempo d’inverno

Che se ne va via”

 

(«Ditié de Jeanne d’Arc»)

 

Christine morirà negli ultimi giorni del 1429.

 

[1] Solo in seguito sarà chiamato «Ditié de Jehanne Darc» e, successivamente, traslitterato in Francese moderno «Ditié de Jeanne d’Arc».

[2] “Jeanne fut blessée d’une flèche ; celle-ci pénétra dans les chairs entre le cou et l’épaule d’un demi-pied.” – dalla deposizione di Jean d’Orléans, Conte di Dunois, al processo in nullità della condanna – 1456. Cfr. SteJeanneDarc.Net : http://www.stejeannedarc.net/rehabilitation/dep_dunois.php