– DI CLAUDIA POLO
claudia.polo@liberopensiero.eu

 

Sicuramente al giorno d’oggi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito parlare di fondi europei agli Stati membri ma, come spesso capita, si sente tanto parlare di qualcosa senza sapere realmente di cosa si tratti.
Mi spiego meglio: i fondi europei sono dei finanziamenti che l’Unione Europea dona per far sì che si  sovvenzionino diversi progetti e programmi.
Questi interessano un’ampia gamma di settori: dall’istruzione alla salute, dalla tutela dei consumatori alla protezione dell’ambiente, fino agli aiuti umanitari.
I fondi assegnati sono gestiti in maniera rigorosa per assicurare il loro corretto e trasparente utilizzo da parte degli Stati membri.
Analizzando tali finanziamenti si può così suddividerli sia per tipo che per diversi organi di amministrazione. I due principali sono: le sovvenzioni e gli appalti pubblici.
Le sovvenzioni sono quelle destinate a specifici progetti (a seguito di un bando pubblico noto come “invito a presentare proposte”), una parte dei finanziamenti proviene dall’UE, un’altra da fonti diverse. Mentre per quanto riguarda gli appalti pubblici, ci si riferisce a fondi per acquistare servizi, beni o opere che hanno l’obiettivo di assicurare il funzionamento delle istituzioni o dei programmi dell’UE.
Gli appalti sono aggiudicati mediante bandi di gara (appalti pubblici) e coprono aree diverse: studi, assistenza tecnica e formazione, consulenze, organizzazione di conferenze, acquisto di attrezzature informatiche, ecc.
Una volta stanziati i finanziamenti c’è bisogno qualcuno che si assuma la responsabilità politica per il corretto funzionamento dei finanziamenti UE e quest’ultima ricade sul collegio dei Commissari europei, tuttavia, dato che tali sovvenzioni sono coordinate fondamentalmente a livello nazionale, spetta ai governi dei vari Paesi effettuare controlli annuali.
A fronte di tali controlli, a fine 2009 (come riporta la Ragioneria Generale dello Stato nell’ultimo report del 2012 ndrsolo 5,9 miliardi di euro erano stati utilizzati, quindi, circa il 9% dell’intera somma donata dall’Unione(per l’Italia 59,4 miliardi di euro) destinati in gran parte alle regioni del meridione, per il periodo 2007-2013.
Un esempio pregnante di strumento finanziario è il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – FESR che mira a consolidare la coesione economica e sociale dell’Unione Europea correggendo gli squilibri fra le regioni.
L’Italia riceve dall’Europa due tipologie principali di stanziamento (si legge sul sito del Ministero per la Coesione Territoriale ndr).
I fondi Obiettivo Convergenza (fondi che dovrebbero essere utilizzati per confluire verso la ricchezza media dell’Europa) destinati alle cinque regioni economicamente più bisognose: Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia e Calabria; e i fondi Obiettivo Competitività regionale e occupazione, destinati allo sviluppo di tutte le regioni europee e che comprendono tutte le rimanenti regioni italiane.
Se i dati ci dicono che solo il 9% dei finanziamenti sono stati utilizzati ciò vuol dire che non è vero che i soldi per gli investimenti non ci sono.
Ci sono, ma per molti motivi noi non li spendiamo.

Perché, nonostante le sovvenzioni dall’Unione Europea, non riusciamo ad investire?
Secondo il Comitato delle Regioni, organo consultivo in ambito europeo alla cui vicepresidenza siede l’ex governatore del Piemonte, Mercedes Bresso, il principale scoglio è la burocrazia.
I fondi strutturali, richiedono innanzitutto una pianificazione “dal basso”, ciò vuol dire che c’è bisogno di coinvolgere tutti, non soltanto il governo nazionale ma qualsiasi ente, pubblico o privato, attori politico-amministrativi, dai comuni ai sindacati, alle associazioni e alle medie-piccole imprese.
Purtroppo, nelle regioni italiane non ci sono professionisti in grado di far marciare progetti con i soldi di Bruxelles, e non riuscire a usare quei soldi è una preoccupante cartina tornasole della nostra incapacità di fare sistema.
Ci si augura che questo aspetto migliori con i nuovi finanziamenti che coinvolgeranno dall’anno corrente sino al 2014.
Ma il problema fondamentale è che il grado di complicazione della burocrazia è, se possibile, addirittura peggiorato: nel 2014 dovrebbe iniziare la programmazione per usare i fondi europei nel periodo 2014-2020 e secondo il comitato delle Regioni, le regole per accedervi sono diventate ancora più complicate di quelle della programmazione 2007-2013.
La politica ha deciso, tra l’altro, di concentrare i soldi dati da Bruxelles, in alcuni grandi progetti, quelli da 50 milioni di euro in su.
Questa decisione è stata “giustificata” dicendo che in tal modo si eviterebbero di disperdere quei fondi in mille micro interventi che non riescono ad avviare nulla di economicamente apprezzabile.
Ma si sa che un appalto pubblico di 50 milioni è più difficile da far gestire alla burocrazia pubblica di quanto non facciano 50 progetti da 1 milione ciascuno, soprattutto quando le procedure amministrative sono così farraginose come da noi.
In più, come se non bastassero i problemi burocratici, c’è l’assurda norma del patto di stabilità interno: siccome agli enti locali è impedito di spendere anche i soldi che avrebbero a disposizione, non possono cofinanziare i progetti comunitari e quindi non possono chiedere i soldi.

E ora che cosa succede? Accade che per cercare di spendere il 55% circa dei fondi che non siamo riusciti a spendere in 7 anni, abbiamo ancora solo due anni a disposizione. Il rischio è che per spendere quella massa enorme di soldi, pari esattamente a 11 miliardi e 407 milioni che diventano il doppio considerando il cofinanziamento nazionale, la burocrazia centrale e quella delle Regioni, siano indotte ad approvare qualsiasi progetto che venga loro presentato– visto come ultima spiaggia – per evitare di vedersi togliere le risorse alle quali abbiamo diritto e vederle a favore degli altri Paesi, ovvero, quelli più virtuosi.