– DI ALESSANDRA MINCONE
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Quando si citano le caste, ci si trova solitamente di fronte ad una cultura apparentemente distante e addirittura antiquata, rispetto a quel mondo odierno, stereotipato da figure d’ordine come globalizzazione ed internet. Questi ‘fenomeni’ sono soliti ricreare un ideale di comunismo tra i popoli, in grado di rendere il soggetto uomo partecipe delle politiche sociali, dai mercati all’innovazione e dalle statistiche alle pubblicità.

Ma senza che troppi se ne accorgano, in realtà la società nel suo quotidiano si trasfigura in laceranti disuguaglianze non solo esclusivamente economiche, bensì di tradizioni culturali. Siamo di fronte ad una massa che ha ormai oltrepassato le barriere delle ‘razze’ ma non quelle della ‘stirpe’, ed oggigiorno è facile inciampare nei contrasti della gente e tra le sue molteplici sfumature di mentalità. Per i ragazzi di provincia, ad esempio, la mentalità è uno stile di vita, che seppur corrotto e privo di eticità, ne giustifica  l’irresponsabilità collusa fino a consentirne anche un certo grado di vanto, qualora la casta familiare fosse una delle più nobili.

 

Prendiamo in esempio il comune di Sant’Antimo della provincia di Napoli: alle elezioni europee, alcuni giovani scrutatori e segretari e presidenti dei seggi, simpatizzanti del partito Forza Italia, discutevano animatamente sulle cene brasiliane da effettuare con i 100 euro di retribuzione statale; sulle comunali, tecniche di controllo per i voti comprati (come l’impronta del dito sul timbro elettorale) oppure dei prossimi ‘incontri elettorali’ per alcuni dei quali in veste di Presidente e non più semplice scrutatore. Tra i normali votanti, allo stesso tempo, riaffiorava il fallimento dei padri di famiglia che, in cassa integrazione da anni, celavano il ricordo di coloro che per la crisi, sui binari di un treno, hanno dato fine alla propria vita.

 

Gli atteggiamenti dei soggetti presi in esempio, sono quelli degli antichi uomini comuni, suddivisi dalla storia in ricchi e poveri, nobili e contadini, borghesi e capitalisti. E forse, la società globalizzata di oggi, non è altro che la vecchia questione dialettica citata da Marx ed Engels nel loro Manifesto, secondo cui la borghesia altro non è se non il proseguimento degli uomini del medioevo, che hanno sostituito i termini per identificarsi ma senza mutarne il carattere. E se ai tempi dei due filosofi, ci si trovava alle sponde di due guerre mondiali pronte a generare le questioni di Comunismo politico, economico e sociale in contrasto col Nazionalismo sfrenato che protegge i patrioti e fa schiavi gli immigrati, adesso, in data 27 Maggio 2014, non siamo di fronte ad ideologie popolari nel senso di integrità di massa, bensì di fronte alla questione delle mentalità.

Ci si chiede come mai, però, le parole chiave urlate dai politicanti dei nostri tempi, non siano valori antichi e tradizionali ma innovazione e, ahimè, globalizzazione.