– Di Mario Candela

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Proviamo ad uscire dal cortile europeo osservando cosa accade in un altro continente, quello asiatico, concentrandoci sul Giappone. Possiamo definire il Giappone come un Paese che ha perduto due decenni di crescita economica e che riesce ancora una volta a catturare l’attenzione del resto del mondo.

In questo ventennio si sono palesate tutte le criticità della società giapponese, situazione non mitigata dai 17 governi succedutisi dal 1994 ad oggi.706x410q70michaelrands-abenomics-subbedM L’attuale Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe (nella foto, ndr), non è nuovo alla politica, avendo ricoperto la medesima carica e la Presidenza del Partito Liberal Democratico. A questo punto ci si potrebbe aspettare un programma prudente, teso al mantenimento dello status quo, invece la vera notizia sta nel fatto che vi sia stata la stesura di un programma di riforme particolarmente aggressivo, tale da divenire un “caso da studiare” su scala planetaria (per coloro che potrebbero storcere il naso, “case study”).

L’introduzione del pacchetto delle politiche conosciute come Abenomics, una crasi tra Abe ed Economics, ha visto influenzare i mercati finanziari interessati, i prezzi delle azioni, scambiate sulla borsa di Tokyo, aumentare massicciamente, i tassi di cambio deprezzarsi notevolmente e i rendimenti obbligazionari aumentare bruscamente.

Le tre proposte dell’Abenomics prevedono una politica monetaria espansiva, una politica fiscale espansiva e una riforma strutturale. Le prime due formano parte di una politica di stabilizzazione del ciclo economico e si basano sulla visione keynesiana che l’intervento del governo debba mirare ad aumentare domanda aggregata quando l’economia si trova sotto il potenziale di utilizzo delle risorse produttive (OUTPUT GAP, n.d.r.).

Non c’è nulla di nuovo, in teoria, in queste due prescrizioni. La terza proposta (come il Thatcherismo o la Reaganomics in passato) si concentra sul lato dell’offerta, rendendo la deregolamentazione, o semplificazione, dell’economia uno strumento per aumentare l’efficienza economica. Anche questa, come le precedenti, non è un’idea nuova. La necessità di una riforma strutturale è stata sostenuta in Giappone e a livello internazionale per lungo tempo. Il “Rapporto Maekawa”(studio con riferimenti al rapporto Maekawa) pubblicato nel 1986, ha individuato una serie di questioni relative alle riforme strutturali considerate dal programma economico del governo giapponese; tali riforme, finora, non sono state affrontate in misura significativa.

L’eccitazione globale generata dall’Abenomics è causata, in gran parte, dall’impatto della politica monetaria espansiva sui mercati finanziari; in particolare, la nuova politica della Bank of Japan (Banca Centrale giapponese, n.d.r.) di svalutazione valutaria ed emissione monetaria (Quantitative Easing, QE) ha scosso il mercato finanziario globale.

La Banca Centrale ha raddoppiato la base monetaria e le consistenze dei titoli di Stato giapponesi, inoltre l’aggressivo allentamento quantitativo sembra essere stato percepito come un impegno per un’accomodante politica monetaria perdurante nei prossimi anni. Poiché il tasso di cambio nominale è determinato dalla aspettative circa l’orientamento di politica monetaria, e non meramente dalla base monetaria, il “quantitative easing” ha causato un significativo deprezzamento dello yen.

Il forte deprezzamento dello yen ha contribuito ad accrescere la competitività dell’economia nipponica, stagnante da metà anni ’90, e ad incrementare il Pil, come avvenuto nel primo trimestre del 2014, in concomitanza di un aumento dell’Iva dal 5% all’8%.

Sul piano nazionale, vi sono criticità sull’effetto che tale politica monetaria espansiva possa creare riguardo l’enorme debito pubblico del Giappone, rischi scontati dall’andamento instabile del mercato obbligazionario interno. Sul piano internazionale, il deprezzamento del tasso di cambio aumenta la produzione interna, e ci sono effetti tangibili in termini di produzione. Tuttavia, una maggiore uscita da un cambio caduta tariffa non migliorerà automaticamente il benessere sociale. Negli ultimi dieci anni, il tasso di crescita del PIL del Giappone è sceso ad appena lo 0,8% l’anno, da circa l’1,0% tra il 1991 e i primi anni duemila, tassi ben lontani da quelli registrati in cicli economici migliori.

Dati e percentuali non riescono a rendere palese la sensazione di stasi, di un Paese sospeso nel tempo, vissuta dalla società giapponese. La “scossa” del cambiamento, almeno nelle intenzioni, potrebbe venire dagli stimoli all’economia fino a propagarsi a tutti gli strati della popolazione; ovviamente, qualche soldo in più o qualche preoccupazione economica in meno non basteranno nel risollevare lo spirito di una nazione, servirebbe ben altro.

Gli effetti di tali politiche economiche andranno valutati con attenzione e, qualora dovessero produrre risultati positivi, si potrebbe ipotizzarne un’applicazione similare in un’Europa più attenta nel rispettare parametri che non a favorire il benessere dei propri cittadini.

L’ultima parola arriverà dai giapponesi, occorre augurarsi che il Paese del Sol Levante tornerà ad essere terra di opportunità e si potrà parlare, ancora, di “Big in Japan”.