-Di Marco Passero

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Non è stato semplicemente un attore, regista e sceneggiatore italiano, è stato molto di più. Massimo Troisi è un pezzo di storia, e ha un posto fisso nel cuore di chiunque abbia avuto la fortuna di ammirare anche un solo istante della sua genialità e del suo talento.

Nato nel 1953 a San Giorgio a Cremano, Troisi iniziò la sua carriera con il gruppo teatrale “La Smorfia”, nella seconda metà degli anni settanta, insieme a Lello Arena, amico di infanzia, e a Enzo Decaro. Il nome del gruppo non era casuale, ma “un riferimento, tipicamente napoletano, a un certo modo di risolvere i propri guai: giocando a lotto, e sperando in un terno secco”. Si dedicò ben presto alla carriera di attore, e tra i suoi capolavori ricordiamo, in ordine cronologico, “Ricomincio da Tre”, che segnò il suo debutto come attore, regista e sceneggiatore, e che gli permise di conquistare numerosi premi, “No grazie il caffè mi rende nervoso”, “Non ci resta che piangere”, ambientato nel 1492 e che lo vede protagonista di innumerevoli gag al fianco di Roberto Benigni, e “Pensavo fosse amore… invece era un calesse”, sua ultima regia, nel 1991.

Scomparve prematuramente il 4 giugno 1994, a quarantuno anni, per un attacco cardiaco. Proprio all’inizio del 1994 apprese di doversi sottoporre con urgenza a un improcrastinabile intervento chirurgico al cuore ma, seppur visibilmente provato, decise di rimandarlo per completare le riprese de “Il postino”, che sarebbe poi stato il suo ultimo film. “Questo film lo voglio fare con il mio cuore”, disse, dedicandosi anima e corpo, e con enorme fatica, alla pellicola che narra dell’amicizia tra un umile portalettere e il poeta cileno Pablo Neruda (interpretato da Philippe Noiret), e morendo dodici ore dopo aver terminato le riprese.

Battute e sketch ormai storici lo hanno reso indimenticabile, si pensi a “San Gennaro” e “Natività” nel trio “La Smorfia”, o a diverse scene dei suoi film, dal “problema del contadino” all’esilarante tentativo di insegnare il popolare gioco di carte della scopa a Leonardo Da Vinci. Mostrò la sua sensibilità e la propensione all’arte in tutte le sue forme anche collaborando con il musicista Pino Daniele, al quale era legato da un rapporto di amicizia quasi fraterna. “’O ssaje comme fa ‘o core”, scritta da lui e arrangiata dal cantautore, è un pezzo di bravura, un concentrato di poesia da ascoltare e riascoltare, abbandonandosi all’amore e al senso di malinconia che la pervadono.

Il 4 giugno sarà il ventennale della sua morte: per l’occasione, verrà riproposto sul grande schermo, per una notte, al multisala Metropolitan di via Chiaia a Napoli, il film cult “Non ci resta che piangere”, uscito per la prima volta trent’anni fa, nel 1984, accolto tiepidamente dalla critica e successivamente, come spesso accade, enormemente rivalutato.

Attraverso la sua spontaneità che si traduceva in una mimica, in una gestualità quasi parossistica, ma perfettamente emblematica del suo modo di fare e della sua voglia di non staccarsi neanche per un momento dalle sue origini, Troisi è stato in grado di farsi apprezzare e addirittura amare da più generazioni, da coloro che ne hanno vissuto il genio e ne sentono più che mai la mancanza, fino ai più giovani, che oggi possono riscoprirne con piacere la grandezza e l’estro artistico, anche nel suo rappresentare le più comuni scene del quotidiano.

Non si può non ricordare, infine, l’omaggio di Roberto Benigni, che volle regalarci una poesia, commovente e struggente, per ricordare come si conviene chi, ed è una certezza, non verrà mai dimenticato:

Non so cosa teneva “dint’a capa”,
intelligente, generoso, scaltro,
per lui non vale il detto che è del Papa,
morto un Troisi non se ne fa un altro.
Morto Troisi muore la segreta
arte di quella dolce tarantella,
ciò che Moravia disse del Poeta
io lo ridico per un Pulcinella.
La gioia di bagnarsi in quel diluvio
di “jamm, o’ saccio, ‘naggia, oilloc, azz!”
era come parlare col Vesuvio, era come ascoltare del buon Jazz.
“Non si capisce”, urlavano sicuri,
“questo Troisi se ne resti al Sud!”
Adesso lo capiscono i canguri,
gli Indiani e i miliardari di Hollywood!
Con lui ho capito tutta la bellezza
di Napoli, la gente, il suo destino,
e non m’ha mai parlato della pizza,
e non m’ha mai suonato il mandolino.
O Massimino io ti tengo in serbo
fra ciò che il mondo dona di più caro,
ha fatto più miracoli il tuo verbo
di quello dell’amato San Gennaro.