– DI DAVIDE GORGA

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“Par nuit s’an vont grant aleure,

et ce lor fet grant soatume

que la nuit luisoit cler lalune.”

 

“Nella notte vanno, svelta andatura,

ed assolve ogni loro desiderio

che la notte splenda chiara la luna.”

 

(«Erec et Enide» – vv. 4932–4934[1])

 

L’originalità incantata di un’immagine convenzionale, la musicalità che traspare di verso in verso, cesellato e rifinito con la stessa attenzione che un ebanista porrebbe ai dettagli di un intarsio, sono solo esili indizi della maestria con cui Chrétien de Troyes (Troyes, 1135 – Gravensteen, 1190) costruì i suoi romanzi cortesi, di cui cinque sono giunti sino a noi: «Erec e Enide», «Ivano o il cavaliere del leone», «Cligès», «Lancillotto o il cavaliere della carretta», «Perceval o il racconto del Graal», benché gli ultimi due siano incompiuti. Lunghi poemi narrativi in Antico Francese, sono opere ispirate alla “materia di Bretagna”: quella di Artù e dei suoi cavalieri. La letteratura francese aveva già conosciuto l’epoca delle “canzoni di gesta” (come la «Canzone di Orlando»), che celebravano la virtù guerriera, la fedeltà al proprio signore, l’eroismo in guerra – e, in seguito, la finezza dei trovatori e dell’amor cortese, in cui le virtù feudali erano trasposte in ambito amoroso: un “fine amore” intessuto di fedeltà, raffinatezza, eleganza, prodezza, tra un amante ed una Dama; rapporto che non era mai finalizzato ad un’unione duratura ma che, anzi, doveva essere tenuto segreto ed in segreto coltivato, anche a costo di continue prove da superare: una tensione, questa, ancora maggiore nei trovieri di lingua d’oïl, tra i quali aveva militato, all’inizio della sua attività letteraria, lo stesso Chrétien, che, peraltro, si era avvicinato in seguito alla poesia in lingua d’oc.

 

L’irruzione in questo panorama delle leggende arturiane, essenzialmente per il tramite della «Historia regum Britanniæ» di Goffredo Monmouth e del «Roman de Brut» di Robert Wace, consentì un felice esperimento di sintesi tematica tra l’epopea guerresca ed amorosa propriamente francese ed il senso di una meraviglia continua, dell’avventura quale condizione imprescindibile della cavalleria, della natura quale cornice talvolta aspra, altre volte altamente simbolica; sino a forgiare, soprattutto in Chrétien, un autentico percorso di vita[2].

 

“Ou il se sont asis tuit troj

Erec la pucele ot lez soj

et li sires de lautre part

lifeus ml’t clers deuant ax art”

 

“Ed ora sono tutti e tre seduti

Erec e la pulzella da una parte,

e il signore della casa dall’altra;

il fuoco brilla chiaro fra di loro.”

 

(«Erec et Enide» – vv. 481–484)

 

Giunto alla corte di Enrico I di Champagne verso il 1162, il poeta mise mano ai romanzi cortesi, spiccando innanzitutto per il suo stile originale: cambiamenti di lessico, registro, timbro in una continuità narrativa che non s’interrompe mai, fluendo agilmente in un racconto che era destinato ad essere tanto letto quanto recitato ad alta voce. Se da questa duplice funzione derivano alcuni stilemi, ripetizioni o rammemoramenti, è notevole il continuo cambio di prospettiva, dal tragico all’ironico, dal coinvolgimento pregnante al distacco che permette anche una certa dose di umorismo, senza passaggi bruschi, in un contesto che consente, peraltro, di modulare il tempo tramite anticipazioni o digressioni, comprimendolo o dilatandolo a piacere. Un esempio è dato dall’episodio del Conte in «Erec e Enide»: dalla loggia del proprio palazzo, questi vede passare un suo scudiero in sella a un magnifico cavallo; gli domanda dove l’abbia preso e questi gli confida di averlo avuto in dono da Erec, descritto come l’uomo più bello che abbia mai visto. Il Conte, risentito, risponde “credo davvero non sia più bello di me!” Da qui entra in scena questo personaggio su cui Chrétien ironizza non poco. Arrogante, pieno di sé fino al ridicolo, schiavo delle sue passioni, s’infiamma per Enide e le propone seduta stante di uccidere Erec per poterla avere come amante. Solo l’astuzia della donna permetterà ai protagonisti di fuggire; inseguiti dal Conte e dai suoi uomini, Erec si scontrerà col nobile, ferendolo profondamente. Qui Chrétien, quasi impercettibilmente, torna ad un registro dapprima serio, nella descrizione della battaglia, quindi quasi solenne, quando il Conte (di cui, non a caso, non viene mai rivelato il nome, quasi non sia degno di essere ricordato), atterrato, riconosce il proprio errore e, ferito, ordina ai suoi cavalieri di non inseguire né portare rancore verso Erec, poiché è dalla parte del giusto.

La trama del romanzo è, al contempo, lineare e plurisfaccettata: i due sposi si amano e dal primo istante inizia fra loro una simpatia e un’amicizia che non verrà mai meno; tuttavia, Erec, preso dall’amore per la moglie, abbandonerà l’arte delle armi e dei tornei e, per questo, sarà rimproverato dai suoi pari. Enide lo avvertirà della cattiva fama che si sta creando e i due partiranno incontro a una serie di avventure che restituiranno ad Erec gloria e onore: eppure, Enide non è da meno nel sopportare le fatiche, gli stenti, il dolore, le prove; più volte avviserà il marito del pericolo imminente nonostante questi glielo abbia vietato, lo salverà dagli intrighi del Conte, lo proteggerà, veglierà per lui. Il rapporto iniziale, simile a quello di due ragazzini, diviene infine quello di una coppia matura, cementato da una fiducia tale per cui ognuno affiderebbe non solo la propria vita ma anche la propria anima nelle mani dell’altra.

Infine, già sulla via del ritorno, Erec vorrà affrontare un’ultima sfida e si batterà contro Maboagrain, cavaliere costretto dalla parola data alla sua dama a rimanere confinato in un verziere sino a che non sarà sconfitto – rappresentazione dell’amore degradato, umiliante e privo di affetto sincero. La vittoria su Maboagrain non solo renderà il cavaliere libero ma lo restituirà al mondo, alla gioia.

In piena contraddizione con la morale del tempo, Chrétien celebrò l’amore coniugale come forma perfetta di libertà e felicità, in contrapposizione all’amore “cortese”.

Non a caso, il nome di Enide figura al pari di quello di Erec nel titolo del romanzo.

 

Un graal antre ses deux mains

une dameisele tenoit

et avoec les vaslez venoit,

bele et jointe et bien acesmee.

 

Una damigella reggeva un graal

tra le due mani, giungendo insieme

ai valletti; era bella e slanciata

e molto ben vestita e acconciata.

 

(«Perceval ou le conte du Graal»)

 

Dopo la morte di Enrico I, Chrétien giunse alla corte di Filippo d’Alsazia, conte di Fiandra, che gli commissionò il “racconto del Graal”.

Il giovane Perceval vive nella “Guasta Foresta”, ignaro pressoché di tutto: la madre, che ha perso già due figli e il marito divenuti cavalieri, intende proteggerlo dal mondo. Un giorno, tuttavia, il ragazzo incontra nella foresta dei cavalieri in armatura d’oro e d’azzurro e parte alla volta della corte di re Artù, tanto che la madre ne muore di dolore – è l’episodio che il Pascoli ha ricreato in «Breus»[3].

In un ambiente che sembra maggiormente ammantato di misteri e meraviglie rispetto ai precedenti romazi, Perceval riceverà una prima iniziazione cavalleresca che, poco per volta, affinerà; conoscerà l’amore dall’incontro, casto, con Biancofiore; infine, sarà pronto per l’elevazione spirituale e religiosa. In questo cammino di perfezionamento incontrerà il Re Pescatore, ferito e signore di una terra devastata, nel cui castello vedrà svolgersi la processione del Graal: una lancia sanguinante vermiglio, un graal talmente luminoso da oscurare la luce dei candelieri, un piatto d’argento sfilano portati da un valletto e due damigelle. Perceval non chiederà spiegazioni a riguardo per non essere importuno ma proprio da questo, apprenderà in seguito, deriverà una grande sventura: sarebbe bastato porre la domanda ed il re e la terra ne sarebbero stati risanati. L’indomani, in un paesaggio spettrale, dal castello per incanto disabitato, si metterà in viaggio alla ricerca del Graal.

 

Chrétien morì prima di poter terminare il romanzo, né i continuatori seppero offrire una spiegazione che, evidentemente, solo l’autore possedeva. Di certo, come osserva Yves Bonnefoy[4], Chrétien attingeva a una leggenda preesistente. Del resto, il romanzo procede linearmente verso un perfezionamento e una nobilitazione di Perceval, tramite esempi positivi, come Galvano, o negativi, quali l’Orgoglioso della Landa: una formazione che avviene per gradi e che s’inserisce perfettamente nella trama simbolica, riunendo elementi di leggende celtiche nella realtà cristiana.

Se gli autori successivi (come ne «La ricerca del Santo Graal») hanno esasperato la dimensione mistica del tema, non sembra tuttavia che fosse questa l’intenzione di Chrétien, che mirava ad educare per gradi Perceval sino a rappresentare un affresco di moralità ma che non lo rappresentò mai con i caratteri del santo o del prescelto che, in seguito, saranno di Galahad.

 

Considerato il più grande poeta medievale vissuto prima di Dante[5], ammirato per la perfezione dei suoi romanzi, Chrétien non riuscirà pienamente a trasmettere la propria tensione etica, né a scalfire quell’amor cortese che rigettava – ma lascerà un simbolo, il Graal, che sopravvivrà per secoli e che, a tutt’oggi, è ancora vivo e vitale.

 

 

[1] Testo: Université d’Ottawa – Faculté des Arts. (Cfr. http://www.lfa.uottawa.ca )

[2] Cfr. Gabriella Agrati, Maria Grazia Albini, “Introduzione” a «Erec e Enide», Mondadori, Milano, 1983.

[3] Cfr. http://www.club.it/autori/rivista/121-122/editoriale.html

[4] Cfr. «La ricerca del Santo Graal», Newton–Compton, Roma, 1996.

[5] Cfr. Agrati / Albini, op. cit.