– DI AGNESE CAVALLO
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Italia: corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile e politica; pratica endemica degli scambi di favori; sfruttamento di risorse pubbliche a vantaggio di interessi privati; diffusa mafiosità dei comportamenti e una sorprendente maggioranza di italiani che approva questa impresa. Come siamo giunti nella misera situazione in cui ci troviamo? È una domanda di tipo filosofico-esistenziale, la cui risposta richiederebbe un’analisi fin troppo dettagliata per essere breve. Si può provare a guardare il problema da un punto di vista etico e morale, come fece Berlinguer, che capì prima di tutti quanto la politica stesse cambiando. La politica ha, infatti, fatto fuori qualsiasi comportamento etico che andasse contro gli interessi di partito. Il male esiste, si sa, e va costantemente combattuto. Certo, il compromesso è lecito, ma anche in questo caso ci sono compromessi buoni e compromessi cattivi. Soprattutto in politica poi, luogo di dubbia moralità da sempre. Favoritismi, corruzione e degenerazione nascono con la politica. Ma puntare il dito direttamente verso i politici o politicanti vari non sarebbe corretto. In fondo, coloro che sono al Parlamento non sono che il nostro specchio. Quanti, in cambio di quel piccolo favore, hanno dato il proprio voto? Insomma il marcio parte da noi, e finché non cambia la dialettica morale con noi stessi, non cambierà il modo di far politica. Gli italiani sono abituati ad avere da sempre un certo scetticismo morale, siamo continuamente diffidenti verso tutto ciò che è in rapporto alla verità. Il dovere, quello morale, ci mette in difficoltà. Il buono, la persona perbene, spaventa, non ci rassicura più, perché non ci riconosciamo. Meglio il malfattore che si nasconde dietro al perbenismo, così possiamo sentirci legittimati, nel nostro piccolo, a sbagliare. Qualcuno l’ha definita “la libertà dei servi”, cioè un regime in cui ciascuno vorrebbe essere libero riducendo, però, la libertà al mero desiderio di partecipazione al privilegio del potere. Quindi, la politica non più come garante di diritti e civiltà, bensì potere da raggiungere. Allora, per fermare questo gioco pericoloso, bisognerebbe restituire dignità e serietà alla politica. Il moralismo in ambito politico non può esistere. Moralismo è l’accezione negativa del formalista, di chi tiene alle regole più che alla sostanza. Ma oggi che razza di estensione ha preso questa parola? Ha praticamente divorato la parola morale. questione moraleEcco, si riduce la morale alla mafia. Cinquant’anni fa c’erano partigiani e intellettuali a scrivere la Costituzione. C’era il Presidente Einaudi che offriva metà pera al suo convitato Flaiano, per rispetto e morigeratezza nei confronti di un’Italia che viveva un momento economico buio. Eppure non fu chiamato moralista. Un altro esempio di chi ha saputo rispondere con semplicità e limpidezza a questa missione fu Ambrosoli, avvocato chiamato per rivedere i conti della Banca Privata Italiana di Sindona  per appurare se ci fosse stata un’azione fraudolenta a discapito dei risparmiatori. C’era il governo Andreotti. Ebbe pressioni spaventose, ritrovandosi contro i finanzieri e i politici che erano attorno a Sindona. Ambrosoli era un personaggio scomodo. Sapeva di essere in pericolo, ma alla domanda “cosa devo fare?”, seppe dare l’unica risposta possibile, dai toni quasi evangelici: “ciò che è giusto”. Giusto significava accettare il compito, andare fin in fondo per smascherare i colpevoli di quella frode e fare il proprio dovere, prendendosi tutte le responsabilità del caso. Per questo venne assassinato. Prima di morire, lasciò una lettera-testamento alla moglie in cui scrisse: “Anna carissima, è indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo questo incarico, lo sapevo prima di accettare, quindi non mi lamento perché, per me, è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il mio Paese.”. Ecco gli uomini che fanno grande l’Italia, ecco i cosiddetti ʻmoralistiʼ, quelli che non agiscono per convenienza personale ma per il bene comune, per un’ideale. E oggi quali esempi abbiamo? Per quanto tempo ancora potremmo appellarci a uomini come Ambrosoli, Berlinguer, Falcone? Diventeranno lontani, come lontani sono i migliaia di giovani che lasciano l’Italia perché non vi si riconoscono più. Buttiamo pure fuori dal Parlamento questi politici corrotti, ma prima di farlo facciamo bene attenzione a chi li sostituirà e, soprattutto, prima di credere che al loro posto saremmo incorruttibili, dovremmo esserlo per davvero nella vita di tutti i giorni.