– DI MARCO DI DOMENICO
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Nel corso della storia, il controllo dell’istruzione è stato uno dei terreni di scontro nelle transizioni tra monarchia assoluta (teocratica o dispotica) e stato “moderno” europeo (modello ripreso anche in alcuni paesi islamici). Perché gli stati repubblicani e costituzionali avvertivano il bisogno del controllo e della fruizione dell’istruzione? Bisognava stabilire i programmi d’insegnamento, così da formare ex novo una classe dirigente, e si doveva arginare il controllo della religione in questo campo. Infatti, se il passaggio in Europa è stato sostanzialmente indolore (nonostante le aspre proteste della Chiesa Cattolica), nei paesi musulmani, ciò è avvenuto solo dopo rivoluzioni e controrivoluzioni. In società sempre più complesse, il livello di istruzione obbligatoria è andato in crescendo: prima elementare, poi media e, talvolta, superiore. Ciò perché i giovani, con le loro idee moderne, possono innovare e rinnovare le vecchie istituzioni: è un normale “ricambio generazionale”. L’istruzione pubblica e di massa è stata perseguita in quasi tutta l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, specie dopo il 1968: tutti i giovani che avevano l’intenzione di emanciparsi, potevano scalare le classi sociali solo completando il proprio percorso di studi: diplomandosi, laureandosi e facendo progetti di ricerca. I due aggettivi non sono a caso: “pubblica” indica che lo stato sostiene i soggetti più deboli assicurando borse di studio e/o redditi di formazione, “di massa” perché tutti devono essere messi in condizioni di realizzare i propri sogni studiando e conoscendo, evitando il giogo delle grandi narrazioni e dei dogmi.

Le specializzazioni e i progetti di ricerca di lauree sono state, spesso, volani di sviluppo economico: basti pensare al campo scientifico ed economico, ma non bisogna dimenticare i dibattiti accademici di legge, filosofia e delle altre discipline storico-umanistiche. Purtroppo, in fasi di recessioni, come quella attuale, la voce istruzione pubblica assurge più ad una spesa che ad un investimento. Alcuni governi preferiscono tagliare i fondi destinati a scuole ed università (il caso italiano negli ultimi vent’anni). Altri, invece, incoraggiano gli investimenti nella formazione proprio per incentivare la ripresa economica (la Germania post unificazione). Inoltre, oggi vige il mito della meritocrazia, ma non è chiaro cosa significhi e, soprattutto, non si capisce perché questo criterio venga usato per giustificare i test, mentre non viene applicato quando bisogna parificare le situazioni tra i vari studenti: non tutti possono permettersi le rette universitarie, i libri e le altre spese (specie i fuorisede). In effetti, agli studenti in difficoltà economiche dovrebbero essere corrisposte delle borse di studio, ma la situazione cambia da regione a regione, aumentando, così, il dislivello tra Nord e Sud. Sembra che il destino della formazione italiana sia segnato, ma c’è sempre qualche chance di cambiamento. Sono molti gli studenti che nelle proprie università si organizzano per produrre dibattito, ricerche, analisi e proposte da portare negli organi accademici. Sebbene ciò non si tramuti, come è accaduto in passato con l’Onda, in grandi momenti di piazza, sindacati e associazioni studentesche cercano di orientare il dibattito sulla formazione, anche se negli ultimi anni i governi sono stati poco sensibili all’ascolto. Il nuovo ministro Giannini, però, vista l’ampia contestazione mediatica degli studenti, ha ritirato i tagli da 45 milioni al Fondo Finanziario Ordinario. Inoltre, la Giannini ha aperto alcuni spiragli sul numero chiuso: modello francese e test al secondo anno; senza dubbio è un passo in avanti, ma si può osare di più. Ciò dimostra che gli studenti, in senso lato i giovani, possono essere portatori di istanze di cambiamento, per quanto difficile sia. Infatti, per riassumere in due righe il presente e il futuro dell’istruzione italiana, non si può non citare Enrico Berlinguer: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.