– DI AGNESE CAVALLO
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Il titolo, preso in prestito dal film “Non ci resta che piangere”, calza a pennello in un’occasione come il ventennale dalla morte del caro Massimino. È con questo diminutivo che lo ricordano i colleghi e i suoi concittadini. Nonostante gli anni e la morte prematura, che lo colse nel fiore della sua carriera il 4 giugno del 1994, Troisi non era un semplice attore comico, era l’attore del sorriso. Arte raffinata questa. Suscitare un sorriso può essere molto più difficile che suscitare una grassa risata. La risata è più bassa, basta una battuta un po’ volgare o una scena ridicola ed eccola, potente e fragorosa. Ma il sorriso no. Esso nasce dalla capacità dell’artista di coniugare pensiero profondo e mestizia. E Massimo aveva una magia. Riusciva con quelle mezze parole, quelle frasi sconnesse, unite a gesti rubati a Pulcinella, a scaturire un sorriso che parlasse al cuore. “Il comico dei sentimenti”, così l’hanno definito. E non ce ne sono altri. Prima di lui Terenzio, commediografo latino del 185 a.C., dopo solo Troisi. Beh, non c’è che dire, ha fatto un gran bel lavoro questo napoletano, che a volte nemmeno sembrava di Napoli, eppure aveva in sé molte delle contraddizioni di questa città. Era superstizioso, ma non ci credeva; era allegro, ma aveva quel velo di malinconia. La sua comicità era originale, lontana dalla solita comicità barocca del Sud, fatta di macchiette ed eccessi. Troisi aveva una comicità fatta di piccoli gesti, ”muorz’ ‘e parol’”, che andava per difetto più che per eccesso. Eppure ha conquistato l’Italia, ha conquistato l’America. I suoi film sono piccoli capolavori e le sue ― poche ― interviste, dei veri gioielli di filosofia napoletana. C’è chi preferisce postare su Facebook, su Twitter  o altri spazi, un saluto a Steve Jobs, a una Marilyn Monroe (per carità, grandi personalità) per poi dimenticarsi di Massimo. Grave errore. Ancora troppe le persone che non hanno capito l’importanza dell’apporto artistico ed umano  di Massimo Troisi. Quando Napoli sforna  grandi talenti, si sa, non lo fa mai tiepidamente. I grandi dello spettacolo diventano tali perche mantengono costantemente  la loro napoletaneità, rendendola arte universale. Massimo è uno di questi. Se si pensa ai grandi artisti napoletani di fama internazionale, tutti hanno custodito gelosamente la loro napoletaneità: Eduardo, Totò, Sofia. È inutile menzionare i cognomi, i loro nomi sono eterni. Non c’è dizione che tenga, chi nasce a Napoli è Napoli. E Troisi è Napoli. Questa città non può che ringraziarlo, eppure non lo si fa abbastanza se  il “Premio Massimo Troisi” è confinato alla piccola città di San Giorgio a Cremano, sua città natale, mentre converrebbe creare mostre ed eventi nel capoluogo Campano. Ahinoi, oggi anche l’ evento sangiorgese è stato ridimensionato. Il “Premio”, che nasce nel 1994, subito dopo la sua morte, dura solo fino al 2011, causa crisi economica. Parlare di crisi conviene a tutti quando i conti non tornano. La verità è che per tanti anni  i biglietti del ”Premio”, anziché essere venduti, venivano regalati dalla giunta ai cittadini per accaparrarsi la futura clientela elettorale. Questo sperpero è costato caro, ed il “Premio” si è concluso nel 2011.  Dopo due anni di stop, in occasione del ventennale, San Giorgio non poteva non fare qualcosa ― altrimenti sai la figuraccia! ―,  e così ripartono una serie di mini-iniziative per omaggiare l’artista, che durano sì e no un paio di giorni. Ma c’è chi fa concorrenza, e la fa come si deve. È la città di Morcone, nel Sannio, ai confini col Molise, che ha organizzato l’evento Troisi Festival, fino al 30 agosto. Potreste dire, e che centra il Sannio con Troisi? Troisi è patrimonio dell’Umanità, e se la sua città non è capace di rendergli omaggio, ben venga Morcone. Il Comune di San Giorgio a Cremano, retto dal sindaco Mimmo Giorgiano (Pd), non fa altro che giustificarsi perché c’è crisi, e la prima cosa da fare è tagliare il superfluo, in primis la cultura. Così, anziché battere i pugni sul tavolo dell’assessore campano alla cultura, Pasquale Sommese, forte di una legge regionale ad hoc per il Premio, il sindaco lascia campo libero alla città beneventana. Morcone mette in piedi una bella manifestazione: mostre, libri, artisti di strada,  e persino una sezione – beffarda? – chiamata «Premio Troisi» e dedicata ai cabarettisti, cifra di quell’ ”Osservatorio della Comicità” sangiorgese finito alle ortiche. Morcone va ringraziato perché, quantomeno, prova a ricordare Troisi. C’è da dire che, un artista di questo calibro, non andrebbe confinato ad un paese così lontano dalla città natale dell’attore. Sarebbe stato meglio se il Comune di Napoli  avesse “ereditato” il Premio, in particolar modo in un’occasione come il ventennale della sua morte e dell’uscita del suo più grande film, Il Postino, per omaggiare la sua memoria. È figlio di Napoli, eppure è lasciato così, al primo che passa. Poteva essere un’occasione per coniugare arte e turismo, sponsorizzare l’arte della comicità napoletana e la sua universalità. Invece no. In questo modo Napoli fallisce nell’onorare il contributo che Massimo Troisi ha dato alla città di Napoli. Forse un giorno impareremo a dargli la giusta importanza, e allora non potremo che dirgli: “Scusaci il ritardo”.