– DI LUCIANA TRANCHESE
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Trent’anni sono un tempo utile per mettere ordine tra le pagine di una storia recente che sembra essersi cristallizzata in una dimensione culturale distante secoli. Trent’anni sono anche un tempo utile per guardare con un certo grado di distacco, se non emozionale almeno critico, quei cambiamenti intensi che definiscono il progressivo passaggio da un’epoca all’altra. Ma un Paese che guardando al proprio passato smette di riconoscersi, rischia lentamente di lasciar sbiadire la memoria di se stesso. “La memoria è importante, va alimentata, è la nostra coscienza storica, il nostro patrimonio culturale, emotivo.  Mi ricordo un canto Navajo, indiano, che dice: Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi torna a volare nel vento”. Queste parole che, da appassionato cinefilo, Walter Veltroni ritaglia dal film biografico di Marcello Mastroianni, “Mi ricordo sì, mi ricordo”, rievocano il tema della memoria in occasione del suo debutto alla regia con il film documentario “Quando c’era Berlinguer”, incentrato sulla figura umana e politica dello storico segretario del Partito Comunista Italiano, a distanza di trent’anni dalla sua drammatica scomparsa. Raccontare Enrico Berlinguer a chi Berlinguer non l’ha vissuto perché ancora troppo giovane, è un problema che Veltroni avverte con sincera preoccupazione. Prendendo le mosse dalle risposte raggelanti di alcuni studenti intervistati, per i quali Berlinguer è poco più di un nome, forse da associare a un commissario, a un cantante oppure a uno scrittore mai studiato a scuola, si arriva alle testimonianze di chi, invece, con il segretario del PCI ha convissuto in un momento cruciale della storia di questo Paese. Tra questi sono presenti il Presidente Giorgio Napolitano, Aldo Tortorella, la figlia Bianca, Pietro Ingrao, Eugenio Scalfari, l’ex brigatista Alberto Franceschini, Emanuele Macaluso, il capo della sua scorta Alberto Menichelli. Il loro ricordo di Berlinguer, che si accompagna a emozionanti immagini di repertorio, fornisce tutti gli elementi necessari a ricostruirne il percorso politico. Dalle testimonianze emerge distintamente la figura di un uomo gentile nei modi, timido e riservato, descritto da molti come una persona dall’aria triste; giudizio, quest’ultimo, che lui stesso si preoccuperà di smentire in un’ intervista. Emerge con forza una passione politica onesta, fondata sulla “questione morale”; la questione politica prima ed essenziale, la sola da cui possa dipendere la governabilità di un Paese democratico e la fiducia del popolo nelle istituzioni. La storia di Berlinguer è la storia di un’Italia che lottava per i diritti civili, ma che rischiava di restare soggiogata dal clima terroristico di quegli anni; gli anni in cui si andava profilando Il tentativo del “compromesso storico” con la grande nemica DC, che però sfumò tragicamente a pochi passi dal compiersi. Tutte le testimonianze, al termine del documentario, sono concordi nell’affermare che la morte di Berlinguer fu il vero atto finale del PCI; una sensazione che si rese ben palpabile il 13 giugno del 1984, quando una Piazza S. Giovanni gremita di gente diede l’ultimo saluto al segretario. Dopo Berlinguer comincia un’altra storia. A volte è necessario costruire un ponte tra passato e presente che mantenga in contatto le due realtà. Il documentario di Veltroni, pur non essendo privo di difetti, ha comunque il merito di riuscire a creare un contatto diretto e solido con un pezzo di storia che rischia di essere smarrita. Allo stesso tempo getta un ponte tra una pesante eredità e il suo progressivo dissiparsi.