– DI ALESSANDRA MINCONE
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In data 4 Giugno, la libreria Quarto Stato di Aversa ha ospitato la docente e autrice del manuale didattico e criticamente analitico, circa i vari riscontri dell’educazione pubblica sugli effetti che produce nel sistema capitalistico odierno.

A partire dal suo libro “Che cosa significa insegnare?”, docenti e studenti hanno avuto spiraglio per confrontarsi: uniti su più fronti, hanno analizzato innanzitutto le cause che hanno trasformato  la cultura storica in educazione superficiale e nozionistica. In seguito, il dibattito ha sfociato nel ricreare un più filosofico senso d’insegnamento, etimologicamente stante a “imprimere un segno dentro”.

 

Riprendendo le teorie di Michel Foucault, E. De Conciliis traccia una lucida funzione che purtroppo è incorporata da molti insegnanti del pubblico Ministero, e che erroneamente coincide col mito del  sorvegliare e punire. Secondo l’autrice, mai un metodo fu più sbagliato per creare la soggettivazione degli allievi, nonostante questo standard rappresenti la perfetta creazione dell’uomo plasmato dai capitalisti, vestito di desiderio di rateizzare qualsiasi cosa purché ne faccia di lui un consumatore. Sfogliando le pagine del libro, è facile rendersi conto della subordinazione scolastica al regime politico italiano, dedito a basare gli incentivi sui profitti e non sui “meritevoli” (intesi come coloro appartenenti a classi di qualsiasi tipologia, lasciati al loro passivismo e privi dell’immagine di un riscatto sociale grazie alla cultura). Mentre la figura dell’insegnante in questa società prossima alla digitalizzazione effettiva di tutto, diviene sempre meno sensata, perdendo le caratteristiche di ordine morale che Quintiliano citava nella sua Istitutio Oratoria e, accompagnata all’insensatezza di trasmissione dei dati, la figura del maestro ne perde soprattutto il carattere politico in senso generale, e quindi nel senso più puro e parresiastico del termine.

 

Secondo l’autrice, l’insegnante che ha il potere-sapere assoggettante, dovrebbe fare nient’altro che interiorizzare le semplici nozioni per poi esprimerle attraverso la pratica della parresìa, ossia l’azione coraggiosa del filtrare la verità, rischiandone il conflitto per la sua scomodità e prestandone il corpo per la giusta causa; il risultato sarebbe l’aver suscitato lo stesso ragionamento riflessivo negli alunni: alunni visti non più dall’alto verso il basso, ma che insieme al Maestro, guardano l’orizzonte della cultura riacquistare l’antica e nobile dignità. Perché nel nuovo millennio, il sapere ha smarrito le fondamenta di passione da cui nasceva insieme al concetto di Classico, Rinascimentale o Romantico; e la parresìa sembra essere un concetto rimasto affine a pochi giornalisti che non ripudiano la realtà gettandovela nel gossip.

 

Intanto la visione reale della De Conciliis non è ottimista quanto la sua prospettiva utopistica. Leggendo il suo saggio, ci si pongono domande complesse quali “come insegnare a pensare?”, “si può insegnare a non obbedire?”; ma il finale, assurdo quanto macchinosamente realistico, lascia trapelare la sua tragicità affine all’ideale dell’insegnante che migra nella società dei nativi digitali: il nostro cervello aveva compiuto un processo strepitoso dovuto alla selezione naturale; noi abbiamo imparato a scrivere e leggere e così ad immagazzinare figure per adattarle ai concetti secondo le categorie kantiane; ma di fronte allo sviluppo veloce e pragmatico del web, questi progressi cerebrali sembrano assolversi a un passivismo generazionale di fondo, in cui l’interesse non viene più generato, il piacere della conoscenza non è più menzionato, e l’unico quesito che rimane in bilico è: che ne sarà della storia futura?