– A CURA DELLA DOTT.SSA ANTONIA PALMA
per il portale psicodialogando

 

“Essere autistici non significa non essere umani, ma essere diversi. Quello che è normale per altre persone non è normale per me e quello che ritengo normale non lo è per gli altri. In un certo senso sono mal “equipaggiato” per sopravvivere in questo mondo, come un extraterrestre che si sia perso senza un manuale per sapere come orientarsi. Ma la mia personalità è rimasta intatta. La mia individualità non è danneggiata. Ritrovo un grande valore e significato nella vita e non ho desiderio di essere guarito da me stesso. Concedetemi la dignità di ritrovare me stesso nei modi che desidero; riconoscete che siamo diversi l’uno dall’altro, che il mio modo di essere non è soltanto una versione guasta del vostro. Interrogatevi sulle vostre convinzioni, definite le vostre posizioni. Lavorate con me per costruire ponti tra noi” (Jim Sinclair, 1998).

Questo è il pensiero di una persona affetta da sindrome autistica. Ed è da qui che voglio partire.

A prima vista sembrano creature chiuse nel loro universo segreto, impenetrabili, distanti, a momenti insensibili a diversi tipi di stimoli, le persone autistiche vivono come se il mondo esterno, gli altri, non esistessero. Non giocano, se non in modo meccanico, stereotipato, ripetitivo; non parlano, se non per pronunciare versi o frasi incomprensibili; non guardano negli occhi ed evitano lo sguardo mantenendo una traiettoria visiva obliqua, periferica, che si perde in un punto lontano; non esprimono le emozioni, se non scoppi di rabbia quando qualcosa può turbare l’ordine invisibile del loro universo modificandone i rituali.

Un universo apparentemente pietrificato, pervaso da un misterioso processo di glaciazione degli affetti e del pensiero, che riserva però straordinarie sorprese non appena si riesce a penetrare la “barriera autistica”. Per accedere in questo mondo tanto complesso è necessario attribuire un significato ad ogni gesto, ad ogni azione che l’autistico utilizza per esprimere il suo essere, un sé diverso, ma non alieno!

Nel corso degli anni sono state proposte diverse ipotesi per spiegare l’autismo e sono stati presentati svariati trattamenti per adattare l’esistenza dei soggetti autistici in un mondo nel quale primeggia la relazione interpersonale.

Vorrei chiarire l’idea che l’autismo sia un disturbo infantile: spesso si sente parlare di bambino autistico, più raro di adulti autistici. In realtà le cose stanno in modo diverso. La sindrome autistica è un disturbo dello sviluppo e non dell’infanzia: si iniziano a notare i primi segni e sintomi fin dai primi anni di vita e i sintomi sono in continua mutazione. Essendo un disturbo che colpisce l’intero sviluppo mentale, i sintomi appaiono nelle diverse fasi di età; alcune caratteristiche si manifestano solo successivamente, altre già intorno ai 4 anni, altre si evolveranno nel tempo. Si può pensare che l’autismo influisce sullo sviluppo e, a sua volta, lo sviluppo influisce sull’autismo.

La sindrome autistica si manifesta in diverse intensità e sfumature, ma in generale, le difficoltà che le persone autistiche riscontrano, secondo i criteri del DSM, sono: presenza di un disturbo qualitativo dell’interazione sociale reciproca rispetto allo stato di sviluppo; fra i sintomi comportamentali troviamo scarso uso di sguardi e di gesti. Presenza di un disturbo qualitativo della comunicazione verbale e non verbale rispetto allo stadio di sviluppo; i sintomi comportamentali comprendono il ritardo nell’acquisizione del linguaggio o l’assenza di linguaggio, assenza di gioco di simulazione spontaneo; anche se il linguaggio si sviluppa, la comunicazione è carente. Presentano inoltre un repertorio ristretto di attività ed interessi rispetto allo stadio di sviluppo; fra i sintomi comportamentali vi sono stereotipie motorie come grattarsi, agitare le mani, schioccare le dita e dondolarsi (ciò sembra essere dovuto ad un ritardo o disturbo dello sviluppo cerebrale); nei bambini più grandi che non presentano handicap mentali si possono osservare routine e rituali elaborati come ad esempio l’insistenza sulla ripetitività e le tendenze ossessive.

Attualmente si ritiene che all’interno della sindrome autistica si differenziano diversi spettri, che si muovono lungo un continuum che va da lieve a grave. Nel disturbo dello spettro autistico si può distinguere l’autismo e la sindrome di Asperger, quest’ultima definita autismo ad alto funzionamento. Il riconoscimento della sindrome di Asperger in questi ultimi anni è stato uno dei cambiamenti maggiori della pratica diagnostica. La differenza sostanziale è che i soggetti con sindrome di Asperger non mostrano ritardo nel linguaggio letterale né ritardo nello sviluppo intellettuale.

La disabilità mentale autistica non scompare e nonostante le possibilità di adattamento a tale condizione, la vita del singolo rimarrà segnata da questo grave “svantaggio sociale”. È necessario tener conto sia di fattori genetici che ambientali; esiste un’interazione tra questi fattori, un’influenza reciproca. A ciò si aggiunge un fattore psicologico, legato al contesto familiare, alle relazioni, che ne migliora l’adattamento del soggetto stesso, se positivo e collaborativo in relazione ad un sostegno psico-sociale.

L’eterogeneità e la complessità con cui si manifesta tale disturbo implica l’applicazione di diversi trattamenti e programmi individualizzati che tengano conto delle potenzialità del singolo senza dimenticarsi delle peculiarità del disturbo. L’intervento può essere significativo tenendo conto dell’intero sistema e dei contesti di inserimento, utilizzando un approccio integrato di sostegno psicologico, scolastico e sociale, coinvolgendo attivamente il singolo, la famiglia, la scuola, le strutture riabilitative, educative e sociali.