– DI NICOLA PUCA
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L’uomo nasce curioso ed è un dato di fatto. A chi non piace raccontare o sentirsi raccontare storie? Dalle favolette di Esopo che le madri leggono ai propri figli, ai grossi aneddoti alla “quando ero giovane io…” dei nostri nonni, alle buffe esperienze di un amico raccontate tra una birra e l’altra. D’altronde, se il futuro non offre certezze e parlarne presuppone l’uso del condizionale,  e il presente è in continuo mutamento, le uniche sicurezze arrivano dal passato. E non solo dal più recente e personale, ma anche dal più datato e demodé. Oramai andato.
L’importanza della conoscenza del passato non è marginale e bisognerebbe ricordarlo a chi oggi, invece, non ne afferra il vero valore. Nei tempi addietro nascevano l’arte, il pensiero, la letteratura.  Un patrimonio di conoscenze che oggi va sotto il nome di cultura umanista, un bagaglio di cui un cittadino del mondo, prima ancora di essere un cittadino italiano, non può fare a meno.
“Per la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi” – da Repubblica, ndr- “tutto il patrimonio culturale del nostro Paese non significa più nulla. E’ un universo in bianco e nero, malinconico, pensante e dunque pesante, polveroso come una parrucca. E non serve che gli adulti lo lucidino per farlo apparire più vivo: se brilla lo fa come una bara”. Non basta però il solo parere isolato di un professore, anche se rispecchia notevolmente l’atteggiamento di tanti suoi colleghi, per inquadrare il continuo disagio dei docenti di fronte ai loro alunni persi, spaesati e disinteressati quando si tira in ballo un autore. E che sia Dante, Petrarca, Manzoni, Foscolo o Calvino, gli studenti sembrano ripudiarli istintivamente, come se bastasse leggerne il nome su di un libro di scuola per non apprezzarli.
Anche chi la cultura umanista la studia nei licei non sembra riporvi la fiducia e l’importanza necessaria, anzi la considera isolata nel percorso di studi di preparazione al lavoro. Il tallone di Achille del moderno giovane è proprio questo: vivere il presente, preoccuparsi per il futuro e dimenticarsi del passato. E’ certo, il mondo cambia, va per la globalizzazione, la telematizzazione, l’informatica, le app per smartphone. Nessuno reputerebbe utile la letteratura italiana, o quella latina, dal momento che non rispecchiano al giorno d’oggi i requisiti migliori se si vuole aspirare ad un veloce, immediato e stabile – si dice – posto di lavoro. O meglio, ciò è quanto i media e i luoghi comuni vogliono far credere, gonfiando le parole e le notizie stesse.
In realtà, nulla è mai stato sicuro, nemmeno quando gli studenti si diplomavano o laureavano cinquant’anni fa. Gli unici fattori, o forse semplicemente i più importanti, capaci di influire davvero sul futuro di ognuno di noi ci riguardano personalmente. Il carattere, il carisma, la personalità. Insomma, non qualità innate, ma acquisibili solo attraverso una grande conoscenza. E’ sul pensiero di altri, infatti, che si costruisce il proprio.
E’ probabile che forse diventare dentista piuttosto che professore di filosofia apra maggiori possibilità di comprarsi una barca, ma è pur vero che ad un dentista, come ad un ingegnere, e ad un architetto la cultura non può mancare.  D’altronde i pensieri vengono espressi con le parole, in un mondo in cui, ancora oggi, governano i sapienti. Chi fa dell’uso corretto delle parole uno strumento di manipolazione, vuoi le pubblicità, vuoi certa classe dirigente.
I giovani non hanno ancora compreso l’importanza della letteratura, della filosofia, e credono nell’efficacia, nella velocità e nella prontezza dei videogames o delle app. Il linguaggio informatico è universale ed è naturalmente facile da comprendere. Numeri, grafici, icone, caratteri stilizzati, neologismi. Lo sviluppo della tecnologia offre grandi scorciatoie, anche quando non ve n’è la necessità. Ed è in situazioni del genere che se ne fa abuso. La tecnologia rischia di sostituirsi inequivocabilmente all’intelletto, sterilizzandone le risorse, rendendolo quasi noioso, poco poetico, macchinoso e, di conseguenza, meno umano. Dire ai giovani di leggere di più, di leggere meglio significa cadere nel pregiudizio di tanti, perché in verità lo fanno già. Sì, ripudiano la lettura dei classici come fossero velenosi – paradossalmente vanno di moda solo le citazioni condivise sui social, più lapidarie e meno impegnative – ma contemporaneamente accolgono con gran piacere i fumetti, le pagine di wikipedia, le discussioni nei forum. Eppure è strano come le menti giovani di oggi riescano a comprendere i più articolati teoremi matematici – roba ostrogota ai più – dimostrazioni, rompicapi, e arranchino invece di fronte alla parafrasi di un sonetto.
In fin dei conti, i giovani non sono ignoranti di natura, ma scelgono di esserlo, nonostante la scuola metta loro a disposizione i mezzi per non esserlo. Nella fattispecie quelli italiani, che non mettono ancora a fuoco quanta ricchezza vanti il nostro Paese, e allo stesso tempo quanta ne sprechi. C’è da interrogarsi, su dove sia possibile intervenire, dove si possa fondere l’universo della scienza con l’universo delle lettere, poiché possono coesistere, unirsi. E’ in rispetto di tale unione, nella speranza della realizzazione di una mentalità ben bilanciata e non solo propensa ad uno o all’altro campo del sapere, che è realmente fattibile pensare ad un più roseo futuro. D’altra parte, nel corso della storia in molti hanno insegnato come il ragionamento matematico intacchi irreparabilmente la logica dei discorsi, e viceversa. Come la scienza e le arti debbano coniugarsi, nello sviluppo delle prime e nella continua salvaguardia delle seconde.
“Chi controlla il passato controlla il futuro.” (George Orwell)

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