– DI DAVIDE GORGA
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“Ciò che colpisce nel costume del Medioevo è il colore; il mondo medioevale è un mondo colorato, e lo spettacolo della strada doveva essere allora un incanto per gli occhi: ornamento di facciate dipinte ed insegne rutilanti, il movimento di questi personaggi tutti vestiti di colori vivaci, uomini e donne, sui quali risalta la toga nera dei chierici, il saio bruno dei frati mendicanti e la bianchezza splendente di una cuffia o di un copricapo a cono; nel modo moderno non si può in alcun modo immaginare simile festa di colore (…) Non si tratta soltanto di abbigliamento da cerimonia; semplici contadini si vestono in tinte vivaci, rosso, ocra, blu. Il Medioevo sembra aver avuto orrore delle tinte scure, e tutto quello che ci ha lasciato in eredità: affreschi, miniature, arazzi, vetrate, attesta questa ricchezza di colore, così caratteristica dell’epoca.”1

 

(«Luce del Medioevo»)

 

Era il 1945: il mondo – e l’Europa con lui – si era risvegliato dopo una guerra sanguinosa, che aveva ferito in profondità ogni paese, quasi ogni famiglia: le rovine di Hiroshima e Nagasaki sognavano ancora incubi e terrore; i campi di sterminio lasciavano trapelare solo morte, le ceneri di Dresda fumavano ancora. Régine Pernoud (Château-Chinon, 1909 – Parigi, 1998), storica, medievista, divulgatrice, pubblicava il suo primo lavoro il cui titolo stesso pareva provocatorio: «Luce del Medioevo». Il XX secolo aveva condotto l’umanità ad un baratro di morte, cupo, nero, spettrale, e minacciava di prepararne uno ancora più atroce alle soglie dell’era atomica. Quale luce poteva mai venire da quella manciata di “secoli oscuri”?

 

Il termine stesso, Medio Evo, indica un’“età di mezzo”, una parentesi aperta al tramonto delle grandi civiltà classiche nell’occidente europeo e chiusasi oltre mille anni dopo: dieci secoli di barbarie, superstizione, miserie.

Non è così! – afferma Pernoud e, nel primo volume come in quelli che seguiranno, pone mano ad un immenso lavoro che porterà lettori e storici ad affacciarsi su quello stesso panorama che l’aveva folgorata e affascinata.

 

“Nessuna ‘letteratura’, scarsissima considerazione per le opinioni formulate dai docenti, ma un’esigenza rigorosa di fronte ai testi antichi o ai monumenti d’epoca nel senso più ampio dell’espressione. Si veniva insomma portati ad essere dei tecnici della Storia”2. Il confronto diretto con il reperto storico: la cronaca, l’arte, così come gli atti giudiziari o contabili del tempo, dava modo di ricreare la vita medievale infinitamente più di quanto le solite letture di libri precompilati non potessero fare.

 

“Si è creduto per molto tempo che bastasse ricorrere, per spiegare la società medioevale, alla classica divisione in tre ordini: clero, nobiltà e terzo stato. Nulla è più lontano dalla realtà storica.”3

 

La società medioevale, intendendo con questo termine quella che si è sviluppata nell’Europa Occidentale, è viva, dinamica, in continua trasformazione. Osservando di passaggio che è l’unica società ad aver abolito la schiavitù, notiamo che l’intero popolo attinge ad una cellula originaria, la famiglia, in cui tanto il contadino quanto il nobile trovano la loro collocazione naturale; non si fanno censimenti per conoscere la popolazione d’individui, si contano i focolari. Ogni gestione, e, in certa misura, anche ogni potere, non è mai esclusivamente personale, ma collettivo. Così, i problemi di un villaggio diverranno quelli delle famiglie che lo abitano, quelli di un ducato saranno problemi cui dovrà occuparsi la Casa nobiliare che si è assunta l’onere di difenderlo.

Anche ai massimi livelli, il re non accentrerà in sé ogni potere ma avrà, al contrario, potere su una piccola cerchia di vassalli, e, aggiungiamo, spesso vassalli militarmente più potenti di lui. Una sua decisione dovrà transitare attraverso tutta la catena feudale prima di essere resa efficace.

 

Ecco l’innovazione tipica del Medioevo: il vincolo feudale. Sovrano e vassallo si giurano reciproca fedeltà impegnando con ciò “l’onore, la fede, la totalità della persona”. “Nessuna epoca è stata più pronta a trascurare le astrazioni, i principi, per valorizzare esclusivamente gli accordi da uomo a uomo; e nessuna, d’altra parte, ha fatto ricorso a sentimenti più alti come fondamento di tali accordi” 4.

Ne consegue che il vassallo, il signore feudale, ha dei compiti precisi da svolgere. Difendere il territorio ed i suoi abitanti, curare l’agricoltura e l’economia in genere, amministrare la giustizia. Eppure, dato il potere derivato di cui è investito, è egli stesso chiamato a rispondere delle sue azioni. Non è raro che un villaggio intenti una causa contro il proprio signore feudale per una questione di tasse; né è raro che nobili e prelati siano chiamati a deporre come testimoni in cause tra persone “del popolo”.

Il diritto, consuetudinario, richiede che la nobiltà sia d’esempio e, pertanto, le punizioni sono estremamente più pesanti per un nobile ritenuto colpevole che per un contadino.

Del resto, la nobiltà può essere acquistata da un borghese, un contadino può scegliere la vita ecclesiastica; le classi non sono ferree; chi rimane realmente al di fuori della società è solo chi, per scelta o vocazione, ha reciso i legami familiari: il menestrello, il cantastorie sono solo l’apice di quei mestieri errabondi che sfuggono all’organizzazione della vita sociale, peraltro cementandola ancor più.

 

Se si trovano un’infinità di condizioni personali, ognuna differente dall’altra, è comunque possibile distinguere gli uomini liberi, cittadini, borghesi, artigiani, contadini che possiedono il proprio fondo, ed i servi della gleba. La servitù è ben differente dalla schiavitù. Il servo non è una cosa, è una persona: “ha una famiglia, un’abitazione e un campo”5 e, una volta che ha corrisposto il lavoro dovuto al feudo, è libero esattamente quanto gli altri. La sola restrizione è che non può lasciare la terra che coltiva. Limitazione che comporta anche vantaggi: da un lato, se egli non può lasciare la terra, la terra neppure gli può essere tolta; non ha obblighi militari (che invece gravano sugli uomini liberi) e, se lo desidera, può compensare in denaro il feudatario e lasciare la sua condizione.

Dopo l’ordinanza del 1315 che libera tutti i servi della gleba dei possedimenti regi, comunque, i feudatari tendono a fare altrettanto e, in seguito, si troverà solo qualche isola di servitù.

 

Le città fioriscono ben presto, centri d’artigianato e, soprattutto, di commercio. Le strade sono pulite e lastricate (Parigi sin dall’XI sec.) e dotate di un sistema fognario; in ogni singola abitazione cittadina è presente almeno una ritirata (“privé”). Strano a dirsi, solo pochi secoli dopo, nella reggia di Versailles non sarà possibile trovarne neppure una!

 

L’alimentazione si arricchisce proprio grazie agli scambi cittadini, e il feudo, inizialmente autarchico, specializza le proprie colture. La carestia (intesa come assenza di cibo) è pressoché sconosciuta, benché qualche cattivo raccolto possa, ovviamente, prodursi. Solo l’infuriare della guerra e l’epidemia di peste del Trecento metteranno in ginocchio il sistema economico.

 

L’insegnamento, dal XII secolo, è impartito da una scuola privata o, più spesso, da una ecclesiastica (vescovile o monastica) ed è gratuito. Si formano le Università, e l’insieme del corpo docente e degli allievi crea un nucleo che ben presto si dissolve in rivoli: studenti e insegnanti viaggiano instancabilmente, per perfezionarsi, trovare una sistemazione migliore o, semplicemente, per diletto. Le dispute accademiche sono all’ordine del giorno, si discute su tutto, costantemente. Sebbene un proverbio del tempo asserisca che muore senza onore chi disprezza i libri, occorre notare che la mentalità medievale è quasi sempre collegiale ed orale.

Il re, prima di una decisione, tiene consiglio: si confronta con i suoi ministri, con chi è più esperto di lui. Le autorità cittadine non affiggono manifesti per far conoscere le loro decisioni: mandano i banditori a gridarle.

 

Del resto, le penne non stanno ferme e fior di poeti nascono, studiano, si confrontano alla pari, come nel celebre “Concorso di Blois” indetto dal duca Carlo d’Orléans, cui accorrono persone d’ogni ceto, nobili e briganti (come François Villon) senza distinzioni.

Nei giorni di mercato, poi, è naturale trovare un poeta che declami i suoi versi sulla pubblica piazza, così come, sulle strade e vicino le tappe più frequentate delle vie, è facile imbattersi in un menestrello.

È un ambiente vivo e vitale, ricco di scambi, movimento, cultura.

 

Anche la guerra, poco per volta, muta aspetto.

Nel X sec., su impulso dei vescovi, i signori feudali giurano “il rispetto della ‘Pace di Dio’”6 – che distingue nettamente la popolazione civile da quella combattente. Il giuramento impegna a non rivolgere le armi contro donne, bambini, contadini o sacerdoti. Questo primo, rudimentale diritto di guerra, del tutto ignoto ai Romani, sarà poi ripreso da Carlo V e Carlo VII di Francia, culminando nell’Ordinanza d’Orléans del 14397, che rende i capitani (anche mercenari) personalmente responsabili di ogni danno arrecato alla popolazione civile8.

 

Il personaggio più amato da Régine Pernoud fu senza dubbio Giovanna d’Arco, cui dedicò più volumi, “sempre con l’impressione di aver dimenticato qualcosa”, sino a decidere di dirigere, nel 1974, il «Centre Jeanne d’Arc» di Orléans.

La vicenda di Giovanna, così incredibile, così travisata, era, anche, simile a quella del Medioevo in generale. Restituirne la memoria storica coerente fu il suo anelito più elevato.

 

Del resto, altra sua cura fu di verificare da vicino la condizione femminile durante l’arco del Medioevo, una condizione che fu elevata, pur nella complementarietà in cui è inserita, ad una pari dignità con l’uomo.

 

Questa luce che proviene a piene mani da un Medioevo così distante attraversa di volta in volta vari personaggi, da Giovanna a Christine de Pizan, da Eleonora d’Aquitania a Martino di Tours, al Bastardo d’Orléans.

Di questa vitalità e di questi valori, Régine Pernoud non esitò a dichiararsi erede, per tutta la vita.

 

“Una volta, da bambina, partii con i miei per le vacanze. Forse era la prima volta: la mia famiglia, infatti, non era per nulla ricca. Era agosto e ci trovavamo nelle Alpi dell’Alta Provenza. Nel cielo sopra di noi, miriadi di stelle. Rimanemmo a guardare le stelle cadenti per delle ore. È stato in quel momento che la capacità di provare meraviglia si è destata dentro di me.

Dopo di allora, ho provato meraviglia di fronte ai libri, ai documenti e alle cose molto semplici e molto concrete. E in seguito ho incontrato molte persone che mi hanno suscitato meraviglia. La vita offre l’occasione di riscoprire il proprio cuore di bambino allorché si approfondiscono e si verificano le prime impressioni ricevute.

E queste si fanno più vere man mano che si procede… verso la luce.”

 

(Régine Pernoud, «Testimoni di luce»)

 

Note:

(1) Régine Pernoud, «Luce del Medioevo», Milano, Gribaudi, 2000.

(2) Premessa all’edizione del 1981, ibidem

(3) ibidem, L’organizzazione sociale

(4) ibidem, Il vincolo feudale

(5) ibidem, La vita rurale

(6) Régine Pernoud, «Testimoni di luce», Milano, Gribaudi, 1999 – p. 58

(7) Régine Pernoud, «Réhabilitation de Jeanne d’Arc, reconquête de la France», Monaco, Éditions du Rocher, 1995 – p.83

(8) Robert Garnier, «Dunois le bâtard d’Orléans», Parigi, Éditions F. Lanore, 1999. – pp. 225-226