– DI MARIA CAPONE
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10447310_10203182673760407_661572548_nRaccontare la violenza non è facile. Dietro ogni storia ci sono persone, per la maggior parte donne, che hanno subito atti  assurdi e spesso difficili da capire con la nostra limitata razionalità di esseri umani. Sono storie che iniziano tutte allo stesso modo, si parte inevitabilmente  dalla violenza psicologica, quella che annienta l’autostima, che fa crescere i sensi di colpa e la vergogna, per arrivare poi a quella fisica. A dar voce a chi non l’ha più è Selene Pascasi che grazie alla sua straordinaria sensibilità, ha molto da offrire di sé come avvocato, giornalista, scrittrice e poetessa. Socio Ordinario Icaa (International Crime Analysis Association), Socio Promotore del Centro Studi Diritto di Famiglia e dei Minori, Socio Aiga, Socio Fondatore della Camera Minorile Distrettuale d’Abruzzo e Presidente Territoriale AMI (Associazione Matrimonialisti Italiani). Iscritta nell’elenco dei Curatori del Minore, degli Avvocati abilitati alla Difesa del Minore e dei Genitori del Minore, dei Legali abilitati alla Difesa d’Uffizio e nelle liste degli abilitati ad accedere al Patrocinio Statale (materia civile, penale e volontaria giurisdizione). Dal 2007 è firma de Il Sole 24 Ore. Coautrice di un lavoro scientifico per l’Accademia Americana di Scienze forensi (Atlanta 2012. Lusa V. – Pascasi S. – Borrini M.), e di La Persona Oggetto di Reato (Lusa V. – Pascasi S., Giappichelli, 2011). Vincitrice di numerosi concorsi letterari  pubblica nel 2013,“Con tre quarti di cuore” Edizioni Galassia Arte, una raccolta di 47 liriche che vogliono essere denuncia di ingiustizie e contemporaneamente  lotta senza arresa.

Nella terza di copertina, l’autrice descrive così il faticoso parto dei suoi componimenti;   “Le mie poesie, parto inatteso di emozioni, mi sono scivolate via dall’anima nei momenti più bizzarri, svegliandomi di notte, interrompendo un sogno. Le ho sentite bussare nel cuore, come vento. Le ho protette nel mio ventre, nutrendole d’infinite sensazioni. In quei segni, ho rovesciato istanti impercettibili, lacrime, sorrisi. Con quelle parole incontenibi­li ho litigato, le ho odiate. Poi le ho comprese, amate. Sono nate così le mie poesie, da uno scontro tra lune opposte e parallele, tessute sulla pelle”

 

La sua personale esperienza lavorativa mi porta a chiederle:  quanto può essere difficile vivere una sana esperienza di coppia e di famiglia?

Può essere impossibile, o può essere la cosa più naturale del mondo. Vede, io credo che tutto dipenda da un solo fattore: l’armonia intrinseca tra due anime. Mi spiego meglio. Vivere un rapporto di coppia in maniera sana, dovrebbe essere conseguenza naturale dell’incrociarsi di due personalità distinte che si trovano a percorrere un tratto della loro vita – o persino tutta la loro vita – mano nella mano, ovviamente in senso figurato, ma che sentono di essersi scelte per davvero. Ecco, quello che
manca alle coppie e alle famiglie che vedo “sciogliersi” come cera di fronte ai miei occhi, di avvocato e di donna, è quella complicità, quell’intuire le esigenze dell’altro, quel comprendersi dentro, quel “sentirsi” che dovrebbe invece guidare ogni percorso affettivo. A mancare è questo. A mancare è il dialogo del cuore, non il dialogo delle parole. Talora, da legale, mi si prospettano casi che definirei “crisi annunciate”. Annunciate perché nel costruire una relazione ci si proietta verso dimensioni esclusivamente individualistiche. Sia chiaro, non che non sia importante salvaguardare la propria identità, i propri spazi ed interessi, ma a volte ci si dimentica che l’amore e la nascita di una famiglia richiedono piccoli compromessi, tasselli di un gioco meraviglioso in cui donare un po’ di sé all’altro non deve leggersi come rinuncia o sacrificio – che a lungo andare porterebbe alla rottura – ma come un prezioso scambio esistenziale, seme di un amore vero, profondo e sereno. E se a vacillare sono le radici stesse di un rapporto, come potrà sopravvivere agli scossoni del quotidiano?

Patire e perdonare la mancanza di rispetto è un rischio. Quale consiglio si sente di dare a chi con la propria realtà, per quanto dura e difficile, deve imparare a conviverci?

Consiglio di difendere sempre la propria dignità. Non credo che nella vita esistano circostanze che non possiamo mutare o dalle quali non possiamo fuggire. Sono convinta che qualsiasi situazione, anche la più difficile, possa costituire la nostra prigione e la nostra salvezza. Se ci si ama davvero, se ci si rispetta, prima di rispettare l’altro, allora se ne esce, si afferra la chiave della libertà e si torna a respirare di nuovo. Perché convivere con una realtà che ci lacera? Perché e per chi? Per amore, forse? No, non ne vedo di amore. Per amore dei figli, forse? No, non li amiamo se li costringiamo ad annusare ogni giorno una realtà fatta di sopportazione, di sguardi timorosi, di parole trattenute fra le labbra. Perdonare la mancanza di rispetto, questo può essere anche ammissibile. Conviverci no. Non dobbiamo permetterlo. Lo dobbiamo alla nostra vita.

Si parla di parità, eppure, nella maggior parte delle famiglie italiane l’uomo domina e la donna subisce. È un dato di fatto angosciante ma veritiero.  Vergogna, paura, silenzio, accondiscendenza e una sottovalutazione di sé può demolire il confronto con l’altro?

Assolutamente sì. Credo che la soggezione psicologica sia la forma più subdola e lesiva di qualsiasi violenza, anche di quella che ti procura dolore fisico. Purtroppo viviamo ancora in una società in cui l’uomo predomina, solo economicamente o anche caratterialmente. E predomina sulla donna prescelta ad arte, carente di autostima o priva di un tessuto familiare valido, atto a sostenerla, supportarla e consigliarla. Non è un caso che le vicende di stalking vedano protagonisti due soggetti più o meno calcati sullo stesso stampo: un dominatore (che porta a casa soldi e una parvenza di sicurezza) e una dominata (parte debole, sotto più profili). Ed è un fenomeno preoccupante, non solo dal punto di vista statistico, ma anche per l’incisività che può avere sul partner. Penso a tutte le donne nei cui occhi ho letto il terrore, la paura di parlare, di esporsi, di consentire ad un estraneo l’ingresso in quella realtà familiare umiliante, tessuta su silenzi ed omissioni. E invece la chiave della soluzione è proprio lì, nel trovare il coraggio di denunciare, di uscire da quel tunnel in cui ogni dolore viene vissuto quasi come una “punizione” meritata, come un qualcosa che si accetta perché non si merita altro. Tutto ciò è assurdo ma, mi creda, in tali malati contesti, anche l’assurdo si veste di “normalità”.

In ogni rapporto d’amore penso sia necessario mantenere un adeguato livello di rispetto reciproco, sotto il quale non scendere mai, anche in caso di difficoltà. I rapporti di coppia veri sono quelli che assomigliano a… (lascio che sia lei a terminare questa frase).

… sono quelli che somigliano ad un mattino. Ad un mattino limpido, nella cui luce troviamo conferme, ma anche trasformazioni che sanno ancora sorprenderci. Un vero rapporto di coppia è sintonia, naturalezza, libertà. Non libertà nell’accezione negativa del termine (come apertura al tradimento) ma libertà di esprimersi, di essere sé stessi. E se scendere sotto un minimo livello di rispetto reciproco è vitale, credo anche che la minaccia più seria per una relazione sia la falsità che non si vorrebbe riservare all’altro, ma cui è proprio l’altro a costringerci. Mi riferisco a quel lacerante dover tacere su questioni, accadimenti o eventi in sé non disonesti, né impuri, né scorretti che, però, il partner – per mancanza di fiducia, insicurezza o scarsa stima dell’altro – potrebbe interpretare negativamente, tanto da indurlo ad accendere discussioni e creare disarmonie. E se fa male doversi spiegare, dover giustificare ogni passo e ogni gesto, fa ancora più male dover tacere, quando si vorrebbe essere liberi di mostrare la propria essenza a 360 gradi. Ecco perché, a mio parere, il rapporto di coppia ideale è quello in cui, nel rispetto reciproco, si respira spontaneità di pensiero e di azione.

La poesia può diventare un mezzo sociale di denuncia?

Certo, o almeno per me lo è. La mia poesia lo è. Nella mia silloge sono contenute 47 liriche, dedicate per Tre Quarti ai sentimenti e per Un Quarto alla lotta contro il malessere sociale.La poesia, a mio avviso, così come la scrittura in generale, è un mezzo di comunicazione importantissimo, virale. La scrittura contagia, forma, plasma, induce a riflettere. Leggere accende la mente, la contamina. Leggere – mi consenta il gioco di parole – apre nuove prospettive e prospetta nuove aperture. E sono convinta che un foglio ed una penna possano aver un ruolo determinante nella lotta all’anestesia di pensiero che affligge la società. È per questo che ho deciso di “usare” anche la poesia per accendere i riflettori sulle disfunzioni mentali del nostro tempo. Denuncio l’ingiustizia in La tua equità, affronto il tema dello stupro in Fiaba e Poesia. L’uomo sociale, invece, è un grido di allarme diretto a chi usa anteporre un giudizio ad un fatto, generando mostri ideologici in grado di distruggere equilibri. E sappiamo, come una condanna sociale del “diverso” – ritenuto tale, poi, su mero pregiudizio – apra ferite sull’anima che neanche la convalescenza di una vita saprà sanare. Del resto, se la poesia non è un monologo, ma un dialogo con il lettore, perché non ricorrere anche ai versi per veicolare un messaggio positivo e funzionale che permetta di mettere in pausa le ore e soffermarsi a riflettere sul futuro in maniera più prospettica?

“Con tre quarti di cuore” è il titolo della sua silloge, mi permetta di chiederle da dove scaturisce questo titolo e a chi riserva il rimanente quarto del suo cuore? 

Maria CaponeII titolo nasce per caso, in una sera qualsiasi, mentre – assorta a riflettere la magia della luna (elemento con cui ho un rapporto particolare, forse legato al fatto che Selene, in greco, vuol dire luna) – riflettevo su “quanto” cuore investo, e ho investito, nella vita. Ecco, io non sono brava a dosare i sentimenti, non sono capace di amare “a metà” per proteggermi dal rischio di soffrire. Se amo, non indosso paracaduti. Un modo di essere, il mio, che amplifica ogni sensazione, dalle delusioni alle gioie. Ed è proprio pensando ai pro e ai contro di un’esistenza vissuta così, senza riparo emotivo, che ho “partorito” un titolo alla mia silloge, che fosse il riflesso di un invito a miscelare sensi e razionalità, e ad intraprendere le scelte lasciandosi guidare, per Tre quarti, dal Cuore, e per Un Quarto, dalla coerenza.
…a chi riservo il mio rimanente quarto di cuore? A me stessa, a leggermi dentro, a rinnovarmi, a trovare ogni giorno il coraggio delle mie scelte e la forza di lasciare aperta la porta del cuore, nonostante le amarezze e le difficoltà. E lo riservo a chi, al di là di ogni logica e razionalità, sa amarmi, a chi riesce a comprendere le mie emozioni, a chi sa fidarsi di me, a chi conserva negli occhi la Selene più vera, quella che si commuove, quella anacronistica, quella che vive ancora di valori ormai derisi, quella che baratta il successo per un sentimento che sia per sempre.

Che cosa ci riserva Selene Pascasi nel suo prossimo futuro? Già pronta alla sua opera seconda?

Nel prossimo futuro c’è una nuova pubblicazione che raccoglierà parte della mia anima. Un viaggio tra i miei pensieri, le mie emozioni, che consegnerò al lettore senza compromessi né effetti speciali. Le mie parole, i miei segni neri su carta, come amo chiamarli, saranno “confezionati” in un libro, in presumibile uscita in autunno. Nel futuro meno prossimo, invece, c’è un romanzo. Il mio primo romanzo. La storia, non autobiografica, avrà per protagonista una donna che, per una serie di eventi casuali (o no?) riuscirà (forse?) vivendo più vite, a riconquistare la sua vera essenza e la sua reale identità.