– DI ALESSANDRA MINCONE
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È difficile spiegare quanto sia bello vivere in un posto come il mio. Per un buon aspirante giornalista: ogni giorno si cerca di scrutare le notizie che si “sanno poco”, perché la sua vita concilia con l’intento di svelarle all’umanità ogni segreto. E quando trova le notizie cerca di adornarle bene, quasi a ricamare una realtà per farla appena riaffiorare, anche se la storia è vecchia, anche se i protagonisti sono quelli di sempre.

Quando mi sveglio la mattina insieme alla voglia di caffè, mi alimento del forsennato desiderio di evacuare dai miei sogni e cospirare la realtà che si cela nelle stanze vaticane più segrete, nelle sedi di amministrazione regionali o tra i giardini senza fiori di penitenziari adibiti a spazi non legali, ma… per mia grande fortuna, quando arriva sera e sono stanca, e i servizi di La7 hanno annientato come droga i miei riflessi, riguardo i momenti in un flashback e poi sento una bomba. In tempo reale, in un paese provinciale, io sento esplodere una bomba; a Sant’Antimo, paese anticamente legato alla tradizione della gara dei botti artificiali, sentire una bomba non desta molta paura. Tra il calore che precede il cielo estivo della notte che s’è fatta ormai mattina, neanche i fumi grigi e pallidi  spaventano la folla: qui si vive circondati dai roghi come opzione aggiuntiva al dono della vita. E non si sa se questi provengano da Giugliano, Casandrino, Sant’Arpino o da qualche piccola terracciola del nostro antico comune contadino, dalle palazzine, o sia semplicemente il frutto dei nostri sensi alterati: ma i veleni  sono sotterrati così bene da costruire belle ville in schiera in queste zone.

10410410_10204039354375044_1503653977750322828_nNon vorrei confondervi la mente con troppe news, anche perché a Sant’Antimo si nota particolarmente il processo di disumanizzazione della gente. Quel che conta, è che Sant’Antimo è sede di un centro diagnostico e specialistico chiamato Igea, e quando sabato, alle ore 1.15, qualcuno ha voluto farlo esplodere come si suol dire “per dispetto”, ha provocato 100.000 euro di danni alla struttura. Così, mentre l’impero-Cesaro si vede (o si mostra) crollare, tra sequestri di beni evasi al fisco e complessi nazionali diventare parzialmente inagibili, le persone, comuni cittadini passivi alla vita di piazza, si sentono scuotere dal trambusto dei grandi uomini politici, che si fanno le guerre come i vecchi clan della camorra.

Qui a Sant’Antimo la criminalità non è diversa dallo Stato: abbiamo solo imparato a conviverci come se fosse una pratica logica. Qui l’assurdo diventa il civilismo; la normalità è sopraffatta dal rigore del favore, il diritto di considerarsi è banalità scontata. Qui l’eccellente distopia orwelliana si è realizzata manifestando i meccanismi atipici delle future generazioni, senza consentire a dei protagonisti romanzati una via d’uscita che sia diversa dal vaporizzarsi in questa realtà d’inquietanti risvolti normalissimi. Qui sognare-credere-sperare vuol dire gettarsi nel baratro del fallimento; cercare un umile lavoro pesante d’onestà vuol dire sfidare le regole di una costituzione fondata sul lucro dell’anima.

A Sant’Antimo, mi sveglio ogni mattina tra la puzza di fogne e vedo passeggiare i topi per strada sentendomi nel quadro manzoniano dove la peste dominava la salute. Cerco il mio caffè senza stupirmi troppo dei giornali e da buon aspirante giornalista, per mia fortuna, in qualsiasi situazione quotidiana,  questo paese  mi offre sempre un’opportunità: quella di denunciare. È difficile descrivere quanto è bello vivere in un posto come il mio: mi ci vorrebbe un libro. E ringrazio gli dei se mi consentono di scrivere in una redazione che non ha lo scrupolo di dettarmi un tema: ringrazio solo il mio Comune per com’è fatto, mi regala sempre notizie bomba sotto casa su cui poter poeticizzare.