– DI LUCA MULLANU
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Storicamente il denaro ha sempre assunto significati diversi per ogni epoca vissuta. Se pensiamo al Rinascimento, ad esempio, mentre il Medioevo cominciava a scricchiolare, la ricerca del denaro era mossa soprattutto dalla sete di fama. Nel capitalismo calvinista poi, la ricchezza serviva ad investire nelle industrie di famiglia, mentre per i singoli il capitale serviva a mettere in sicurezza il futuro dei propri cari.

8622626-display-of-stock-market-quotesNel mondo globalizzato di oggi, il denaro si è trasformato in finanza ed è diventato un mezzo per accumulare e moltiplicare il capitale. Nel concreto, la finanza è denaro volatile, non collegato all’economia reale perché sottrae denaro ai cicli produttivi per produrne altro. Insomma, è allo stesso tempo mezzo – come scrive Gustavo Zagrebelsky nel suo ultimo lavoro Contro la dittatura del presente. Perché è necessario un discorso sui fini” – e fine. Se in principio il denaro serviva a sostenere le industrie per accrescere la produzione e il consumo, oggi serve solo ad espandere se stesso attraverso la speculazione finanziaria. L’industria che produceva beni e servizi destinati al consumo, si trasforma, oggi, in capitalismo finanziario.

Di conseguenza, nel momento in cui il mercato globalizzato entra a far parte delle nostre vite con tanta prepotenza, il suo linguaggio influenza fortemente anche lo Stato. Questa influenza pericolosa prende forma e concretezza quando si sente parlare del pericolo di fallimento dello Stato, ogni giurista salterebbe dalla propria sedia. Se lo Stato, come si afferma, è un ente necessario, come potrebbe fallire? Non trattandosi di una società commerciale che accumula capitale, investe, produce, non potrebbe fallire.

Pertanto il frame liberista entra a gamba tesa: la terminologia commerciale è diventata di uso comune, tanto da poter mettere in discussione il fallimento dello Stato stesso. La sovranità perde di significato a favore di un linguaggio che assume, oggi, il sintomo della realtà che ci circonda. E tale realtà è che il discorso sul debito pubblico diventa dirimente per poter capire il mutamento dello Stato: se fino a ieri era considerato un ente necessario, oggi accade che tanto più il debito grava su di esso, tanto più si espone al dominio della finanza.

E questo è un fatto molto importante, perché lo Stato ha bisogno proprio della finanza per potersi rifinanziare. Sebbene a livello teorico tutto ciò potrebbe sembrare logico – neanche troppo – in un mercato globale, bisogna capire che la questione assume sempre più i contorni di un vero e proprio ricatto da parte delle autorità economiche nei confronti degli Stati indebitati; quali sono gli impegni che lo Stato dovrà portare avanti affinché gli investitori siano interessati a sottoscrivere i titoli? Anzi, quali saranno le condizioni che la finanza imporrà perché quel debito sovrano sia appetibile sul mercato? Per potersi rifinanziare lo Stato deve impegnarsi a fare le “riforme” che le autorità economiche riterranno valide. Quali sono? Quelle portate avanti dal Governo Monti, sostenuto dal centrodestra e dal centrosinistra, tra le tante, quella più importante: la costituzionalizzazione dell’obbligo del pareggio di bilancio che costringe lo Stato a politiche di rigore finanziario e aumento della pressione fiscale.

Queste politiche sono imposte a causa della pressione della finanza sulla politica e sui partiti. Le coalizioni non sono più il risultato di un confronto programmatico di scelte selettive, quindi politiche in senso stretto e rappresentanti una parte di società. Esse diventano, di fatto, intese trasversali con presenze di elementi “tecnici”, i quali sono bene accetti dagli ambienti bancari.

E quindi perseguono due parole che, sebbene a prima vista sembrino bonarie, nascondono storture democratiche molto grosse: stabilità e governabilità. La prima è un’esigenza chiara per i mercati finanziari, una necessità che porta all’inamovibilità di un ceto dirigente che perpetua se stesso, ma nel caso in cui dovesse conoscere cambiamenti, i nuovi soggetti dovranno essere sostituiti secondo un processo di mera cooptazione. E qui il gioco al massacro della fiducia dei mercati nei confronti dei governi, con la conseguente azione delle agenzie di rating che minacciano la “stabilità” “se non si portano a casa le riforme”. La governabilità, invece, porta alla netta differenziazione tra l’azione parlamentare e quella governativa, imponendo la divisione tra le due cose, la scelta è quella del predominio della tecnicità dei governi, delle larghe intese, della perdita del significato della rappresentanza parlamentare. E’ lo stesso Mario Monti ad istituzionalizzare il concetto: “I governi non devono farsi condizionare dai rispettivi parlamenti […] dove allignano sentimenti anti europeisti” E poi: “Ogni governo ha anche il dovere di educare le Camere”, ma ancora più grave questa dichiarazione: “Il miglior Governo? Quello senza voti. I voti non giovano. Mi fa riflettere che quel governo che ha fatto riforme sempre rinviate è stato un governo nel quale nessuno aveva preso voti”.

Parlare di tutto ciò, oggi, significa effettuare una grande riflessione sugli ultimi anni di crisi economica, se questi mutamenti genetici continueranno ad affermarsi, portando avanti una costituente in un orizzonte in cui la rappresentanza non serve più a nulla, in cui le coalizioni sono rappresentative di interessi trasversali e non popolari, ha ancora senso parlare di democrazia? E, a questo punto, le riforme costituzionali che intende portare avanti Matteo Renzi sono figlie delle categorie stabilità e governabilità? Sì, lo sono. La democrazia senza sostanza politica è solo un simulacro ingannatore. Liberarsi dal feticcio della finanza è una necessità primaria.

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