– DI DAVIDE GORGA
stellenelblu74@hotmail.it

 

“Quello che vorrei io, quello che davvero cerco è inesprimibile: ho bisogno d’amore.”

 

È notte, nell’anima prima che per le strade; nella vita e nel profondo della mente: “La vita è orribile, è sempre stata orribile, sarà sempre orribile.” L’inferno in cui si muove Elizabeth Wurtzel (New York, 31 luglio 1967) non ha un nome preciso, è la consapevolezza acuta e precisa di tutta la sofferenza del mondo, della futilità e dell’inconsistenza della facciata di cartapesta che la cultura occidentale dipinge in colori vivaci per nascondere il vuoto – il nulla, l’inutilità dei disvalori di cui si nutre il leviatano della società odierna. «La felicità difficile»[1], memoria autobiografica di una depressione iniziata all’età di undici anni, è quanto di più politicamente scorretto si possa immaginare. Impietosa, la narrazione ripercorre con sincerità assoluta il progressivo abbandono, l’annientamento della personalità che procede per gradi o per crolli improvvisi, verso un baratro di disperazione e paura da cui sembra preclusa ogni via d’uscita.

Non esiste una causa precisa di questo malessere che, pur non essendo concreto, è ugualmente divorante: un cancro che pervade al contempo l’autrice e il mondo che la circonda. A cominciare dalla famiglia, che si sgretola come un castello di sabbia a seguito del divorzio dei genitori: “Può davvero funzionare un divorzio, quando c’è di mezzo un figlio? (…) una situazione di questo tipo potrà mai dirsi equilibrata?”

Ma non è semplicemente un dramma personale, investe il corpo sociale per intero:

 

“Certo, l’inganno e il tradimento in politica o in amore non sono certo una novità, ma una volta fare del male agli altri era considerato brutto. Ora invece è solo il modo in cui vanno le cose, un aspetto del processo di crescita. (…) Dopo un po’, alla lista di persone che fanno parte della tua vita ma non hanno un codice morale cui attenersi, puoi aggiungere gli amici, i conoscenti, i colleghi, praticamente tutti. E ben presto sembra irragionevole sentirsi irritati o scandalizzati da qualunque cosa, perché insomma, cosa ti aspettavi? In un mondo dove il nucleo sociale fondamentale – la famiglia – ha perso importanza, che significato ha tutto il resto?”

 

La bambina e poi ragazza sembra svuotarsi di pari passo con l’affievolirsi della dimensione affettiva del contesto, in cui i sentimenti divengono semplici sovrastrutture di un materialismo fine a sé stesso che non produce e non promette nulla se non l’effimera quanto inconsistente chimera di una realizzazione che prescinda dall’affetto, dall’amicizia, dal calore di una casa, di serate chiare e calde, di risa sincere – bandite per sempre dall’orizzonte sociale. Ed a quel punto, quando la solitudine è assoluta proprio in quanto istituzionalizzata, la ragazza inizia a sbiadire, ad avere la sensazione (e il desiderio) di divenire invisibile – “Al mattino avevo lo sguardo così smarrito e il contegno così smorto, che quelli che ho incontrato forse non mi hanno visto”[2], aveva scritto Rimbaud. La Wurtzel, tuttavia, non riesce a intraprendere un viaggio in una realtà che non comprende, ripiegandosi sempre più su sé stessa: al campeggio estivo, a scuola, all’università.

Il mondo sembra dipingersi di manichini che si muovono in un paesaggio sempre più spettrale. E la giovane Lizzie inizia ad estraniarsi dall’esistenza.

 

“Ma se è davvero questo il modo in cui vanno le cose, allora io mi rifiuto di vivere.”

 

Il ricorso dapprima a dosi massicce di farmaci, quindi alle droghe, è semplicemente la conseguenza del disgusto che s’impadronisce della sua anima dinanzi ad un mondo che non è né giusto né sbagliato: ha semplicemente dimenticato queste categorie – è divenuto un deserto in cui chi è assetato può solo omologarsi alla massa di automi che si alzano, vanno al lavoro, fingono buoni rapporti con tutti senza mai provare un affetto sincero.

Quasi inconsapevolmente, la Wurtzel insiste continuamente sulla famiglia, sul calore del focolare: anche quando sarà pesantemente dipendente dalle droghe, il suo rammarico più grande sarà quello di non essere potuta essere presente alla visita dei nonni.

 

“Una famiglia felice ha la possibilità di esprimersi, di agire, di sperare.”

 

La prosa incalzante, mai retorica eppure sempre precisa, senza alcun tipo di timore reverenziale verso l’establishment culturale, sferza con violenza il mondo moderno. Sebbene nato come personale resoconto di un viaggio nella depressione, in realtà «La felicità difficile» risuona come una campana a morto per la morale corrente, i facili entusiasmi progressisti, i proclami di dedivinizzazione del mondo. Ciò che resta, ci dice la Wurtzel, è solitudine, disperazione, degradazione. Una marea nera che sommerge tutto con la forza di una lenta, inesorabile, inondazione. Unica destinazione, la morte. Anche la vita, in breve, non diviene che apparenza: “Io sono già andata da un pezzo”.

 

Il mio problema non è il misero sollievo che le droghe possono offrirmi – analizza lucidamente l’autrice – è la mia maledetta vita, il mondo dannato che non finisce di disgustarsi, il culto della morte.

Alla fine, dopo aver provato ogni tipo di stordimento, giungerà sanguinante in ospedale, incinta senza neppure saperlo. Perderà il bambino. Al medico la definisce fortunata per non aver dovuto abortire: “Abortire?! Non potevo credere che la dottoressa desse per scontato che avrei abortito. (…) Ma come poteva una che aveva così poco amore nella sua vita uccidere l’amore che stava crescendo dentro di lei? Facevo prima ad uccidermi io.”

 

Ed infatti, di lì a breve, dopo un maldestro tentativo di suicidio, inizierà una cura con un farmaco innovativo per l’epoca: la fluoxetina (commercializzata col nome di Prozac) ma, soprattutto, prenderà coscienza che la sofferenza atroce che l’ha consumata per gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza ha radici profonde: l’assenza di umanità, di un “matrimonio durevole”, di una convivenza che non sia basata sull’egoismo e sulla solitudine ma sulla solidarietà, sull’altruismo, sulla familiarità.

 

Al rifiuto di vivere la consapevolezza pone un argine, una nuova sfida, quella di cambiare per poter trasformare a propri volta il proprio ambiente.

 

Eppure, il mondo avrà di nuovo il sopravvento. Giunta suo malgrado alla notorietà e al successo, la Wurtzel dovrà fare i conti con il prezzo che le sarà presentato – e ancora una volta non troverà una via d’uscita se non nella droga. Fallirà nel lavoro, nel sentimento, abortirà (questa volta intenzionalmente) e da questo trauma non sarà più la stessa. Né basterà la coscienza del malessere sempre più profondo dentro di lei, questa volta, a farla riemergere da acque sempre più profonde. In «Vertigine»[3] la felicità non è più difficile ma irraggiungibile. A meno di un miracolo.

 

“Così, continuo a supplicare Dio perché mi conceda lo stato di grazia. E Lo ringrazio. Lo ringrazio per non avermi abbandonata, anche se ci sono state moltissime occasioni in cui sarei stata pronta ad abbandonare me stessa. Lo ringrazio e Gli prometto di provarci.”

 

Attraverso la fede, il contatto con un sovrannaturale totalmente estraneo al suo percorso di vita che, ciononostante, si presenta inaspettato e redentore:

 

“Gran parte dei tossicodipendenti che si disintossicano vi diranno che hanno fatto tutto quello che dovevano, sono andati agli incontri, si sono presi cura di loro stessi, ma alla fine è stato un potere superiore a tirarli fuori dai guai. Alla fine, è stata la grazia.”

 

Con questo atto di affidamento si chiude il cammino difficile, tormentato, atroce, lungo una strada che ha attraversato tutta l’assurdità della società, tutta la solitudine, tutta la disperazione, quella autentica, fino alla riscoperta della sacralità del mondo e della vita – al di là di ogni speranza:

 

“Il cielo si apre, la gente splende, i marciapiedi sono lastricati d’oro, ed è impossibile odiare la vita o qualunque cosa la riguardi.” – conclude Elizabeth.

 

[1] Elizabeth Wurtzel, «La felicità difficile», Rizzoli, 1996

[2] Arthur Rimbaud, «Una stagione all’Inferno»

[3] Elizabeth Wurtzel, «Vertigine», Frassinelli, 2003