– DI MARCO PASSERO
passero.marco@yahoo.it

 

China Town. Non parliamo di uno di quei particolari quartieri, sparsi un po’ ovunque in giro per il mondo, dove è insediata una comunità cinese, ma dell’invenzione di una delle personalità più geniali e fuori dalle righe nel panorama della musica e del cantautorato italiani, Michele Salvemini, in arte Caparezza.

 

Nel suo ultimo album, Museica (che ha debuttato alla prima posizione della classifica italiana degli album, FIMI), l’artista di Molfetta ha dedicato una traccia all’arte della scrittura. Museica è un “album-museo”, quasi un’audioguida: ognuno dei brani ha, infatti, riferimenti più o meno velati a opere, artisti e movimenti che in ogni epoca hanno contraddistinto la storia dell’arte, dal dadaismo alla prospettiva di Giotto, da casi di opere incompiute fino ad Amedeo Modigliani, citando la famosa beffa delle tre “teste di Modì”.

 

L’opera che ha ispirato China Town è il “Quadrato nero” di Kazimir Severinovič Malevič, realizzata nel 1915. La traccia è stata definita dallo stesso autore la sua “prima ballata”: una vera e propria dichiarazione d’amore verso la scrittura e, appunto, verso la china e l’inchiostro. La “città della china” è il “Il prodigio che dà voce a chi non parla, a chi balbetta”, il luogo ideale dove rifugiarsi, dove è possibile dare vita e forma ai pensieri più reconditi e alle fantasie più segrete, dare sostanza alle proprie idee. In un attimo si è capaci di “volare alto”, di viaggiare “dagli Appennini alle Ande”. Il tutto grazie all’inchiostro, quell’amico fidato, compagno di tante fughe ed evasioni, forse l’unico che “sa quante frasi nascondono i silenzi”; molto più di una semplice e materiale sostanza chimica, dunque, cui l’autore dedica una sentita ed emozionante apologia.

 

La scrittura, ancor di più quella manuale, con carta e penna, è la fissazione di un significato in forma durevole. Ciò che scrivi resta, e la penna può essere “più potente della spada” (Edward Bulwer-Lytton), basti pensare a opere che sono diventate strumenti di denuncia, spesso attraverso la strada del vagheggiamento utopico, o magari raccontando finalmente una verità troppo spesso mal celata dietro costruzioni contraddittorie. Si scrive per passione, o anche, come raccontato dall’indimenticato De Andrè, “per sentirsi protetti da una storia o per paura di perdere un ricordo” (…).

 

Non c’è dubbio che nell’epoca della tecnologia avanzata che permea il nostro quotidiano, dove è possibile scrivere in formato digitale praticamente su qualsiasi dispositivo, con un semplice touch, è fondamentale difendere strenuamente la bellezza di un’arte e di una tecnica tanto antiche quanto anacronistiche. Caparezza ci riesce perfettamente con il suo inno.