– A CURA DELLA DOTT.SSA CRISTINA FALCONETTI
per il portale Psicodialogando

 

Scriveva Pavese “un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”. Paradossalmente siamo circondati dall’amore in tutte le sue sfumature. Che sia una canzone, un libro, un film o una poesia, la parola amore viene celebrata spesso e ovunque. Eppure l’amore resta il grande mistero della vita dove la famosa scatola nera del cervello ne esce sconfitto per la difficile comprensione. I grandi cantautori, maestri, artisti hanno provato a descrivere l’amore, ognuno con i propri mezzi, ma darne un significato assoluto è come dipingere i famosi occhi nei ritratti di Modigliani, possibile solo dopo avere conosciuto l’anima della persona ritratta, quindi una mera chimera. La concezione dell’amore assume diverse valenze a seconda dell’età che si sta vivendo. In un’età prematura si tende alla sopravvalutazione dell’amore e  soprattutto della persona amata, dove la speranza prende il sopravvento sulla paura e sull’orgoglio. Camminando verso una vita adulta, gli occhi attraverso i quali si osserva l’amore sono occhi di chi porta con sé il passato e la sofferenza ad esso correlato, dove maggiori sono le aspettative e le esigenze. Ciascun individuo porta con sé la visione dell’amore  (con coraggio e desiderio annesso), ma la parte buia dell’amore è quella che ne limita se non ne vieta l’esistenza. Nascono i dubbi, nasce la paura d’amare, di ricevere e dare amore. In termini di psicologia ciò viene definito filofobia, ovvero la persistente e sproporzionata paura di amare e di innamorarsi conseguenza, per alcuni, di un’anoressia mentale, ossia latente desiderio sentimentale e sessuale. Il soggetto filofobico trova difficoltà a “stare in coppia” e vive intensa paura e timore manifestando una sintomatologia organica simile a veri e propri attacchi di panico come ad esempio tachicardia, sudorazione, dispnea, nausea, cambiamenti d’umore. Una volta superata la paura iniziale, la persona filofobica riesce a vivere la relazione con una marcata diminuzione della paura di essa. Vengono consapevolmente scelti gli amori impossibili, così da responsabilizzare la storia piuttosto che l’individuale paura. Si instaurano rapporti fallimentari in partenza quale profezia che si auto adempie. Spesso vengono messe in atto condotte di evitamento sulla erronea concezione che la fuga possa attenuare la sofferenza, svalutando a priori un’ipotetica o reale storia d’amore. Si potrebbe ipotizzare un’eziologia della patologia, correlata a dinamiche familiari personali. Molto spesso essere figli di genitori separati o divorziati potrebbe influenzare la capacità di innamorarsi. Essere osservatore di continui litigi intrafamiliari o tradimenti reciproci potrebbe influire. Un rapporto insito di conflitti con i genitori dai quali si ha ricevuto poco amore e/o attenzioni incide sulla libera apertura all’amore. Inoltre la tipologia di attaccamento verso la madre, se quindi di un legame sicuro o meno, ambivalente e evitante come descritti da Bowlby, potrebbe influire, soprattutto negli uomini. Se l’amore di una madre è ed è stato assente verrà meno la capacita di amarsi e lasciarsi liberamente amare. Si parla però di ipotesi, ovvero di una suscettibilità alla filofobia piuttosto che una certezza dello sviluppo. Ulteriori variabili possono essere influenti: il contesto sociale svolge un ruolo importante, il quale enfatizza una vita di apparenza piuttosto che di essenza, dove  si ostenta una maglietta firmata o un corpo perfettamente magro e i valori sull’amore restano a confondersi con un passato quasi arcaico dove esisteva ancora la ricerca dell’amore. La personalità dà una notevole e fondamentale impronta alla capacità di lasciarsi andare in una relazione.  Il passato potrebbe essere un peso aggravato da pene d’amore irrisolte, storie dolorose difficili da superare e dimenticare. Coloro che soffrono di filofobia vorrebbero vivere l’amore ma la paura di essere feriti e traditi ne limita la realizzazione. Sul piano comportamentale è possibile osservare gli atteggiamenti di colui che soffre di filofobia. Improvvisamente viene meno cercato il compagno-a, diminuendo uscite, chiamate e messaggi senza spiegazioni o chiarimenti che possano essere definiti “normali”. La persona potrebbe manifestarsi violenta se viene rintracciata a seguito di un volontario allontanamento. La filofobia è paragonabile ad un tunnel: appena si è dentro non si vede la luce ma questo non significa che essa non ci sia. La metafora sta ad indicare che la filofobia può avere zone d’ombra, ma anche di luce, quali speranze di risoluzione. Si potrebbe lavorare sul sintomo, su un blocco emotivo che  impedisce di innamorarsi e provare piacere a tutto ciò che ne rappresenta il contorno, sfera sessuale compresa. Un buon percorso terapeutico può aiutare a sciogliere i nodi causali, per una ricostruzione delle origini come nuova conoscenza e riflessione.