– DI DAVIDE GORGA
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“Nulla dà maggior potere sugli uomini che la menzogna. Perché gli uomini, figliolo, vivono di idee. E quelle si possono guidare come si vuole. Questo potere è l’unico che conti veramente.”

 

(«La storia infinita» – cap. IX)

 

Momo_Figuur_HannoverAutore dalla portata vasta, profonda ed acuta, in grado di misurarsi con i più grandi dilemmi esistenziali in forma di romanzo senza perdere nulla in coerenza e chiarezza, Michael Ende (Garmisch–Partenkirchen, 1929 — Stoccarda, 1995) è uno scrittore complesso, che, collocandosi a pieno titolo nel genere fantasy, si distingue per la vitalità intrinseca dei propri lavori, da un lato attenti all’evoluzione intima e psicologica dei personaggi, dall’altro strutturati su una visione filosofica precisa e coerente che si dipana in sottotraccia e che interroga costantemente il lettore affinché possa a sua volta immergersi in essa.

Lo stile, magistrale, piano, pregevole, icastico, attrae e coinvolge, vivendo d’atmosfere sempre più intense.

Nel suo romanzo più noto, «La storia infinita», l’impianto è tipicamente e dichiaratamente tolkieniano: la facoltà creatrice degli uomini, in grado di vivificare il mondo dello spirito, renderlo fecondo, ricco e vitale, è il cuore pulsante dell’opera; d’altro canto, questo stesso modo, per quanto subordinato alla Realtà Primaria, ha una sua sussistenza in certa misura autonoma e costituisce, a sua volta, la linfa vitale dell’esistenza degli uomini. Le avventure di Bastiano, ragazzino introverso, emarginato nonostante (o, forse, proprio perché) in contatto con l’essenza invisibile, spirituale, metafisica del mondo, inizia con l’impossessarsi di un libro, assecondando la sua passione più grande, quella per le Storie – di elfi, uomini o d’avventure – esattamente come alcuni si abbandonano alla passione dell’alcool o del gioco. Eppure, scrive Ende, quella di Bastiano è una passione molto particolare e qualitativamente differente. Appartatosi in uno spazio ed in un tempo che iniziano ad allontanarlo dal consueto scorrere della vita come fosse rinchiuso in una sfera di cristallo, nella soffitta della scuola – la parte più alta dell’edificio, simbolicamente, la facoltà più elevata dello spirito – inizia a seguire le vicende del regno di Fantàsia, sull’orlo della distruzione a causa del dilagare del Nulla, indefinibile, invisibile, terrificante eppure dotato di un perverso fascino, al punto da esercitare un’irresistibile attrazione verso gli incauti che troppo gli si avvicinino, e dell’eroe destinato a salvarlo, Atreiu, un bambino con cui si identifica progressivamente e che sembra incarnare tutte le virtù ed i pregi che Bastiano vorrebbe possedere. Ed è in questa dimensione sospesa che i due mondi, quello quotidiano e quello apparentemente fantastico, iniziano a sovrapporsi, dapprima solo tramite indizi inquietanti, quindi con l’irruzione nella realtà dei protagonisti del libro che, quasi a forza, trascinano il protagonista nel loro mondo.

Solo lui, infatti, è ancora in grado di entrare in contatto con la Realtà Secondaria; solo lui potrà rinnovare il regno di Fantàsia, il luogo della fantasia e dello spirito, delle creazioni dell’animo umano, offrendo simbolicamente un nuovo nome all’Infanta Imperatrice, cuore pulsante del mondo intimo, circondata da simboli lunari e femminili.

Se da un lato, per Bastiano, è un sogno che si avvera, dall’altro è solo l’inizio delle prove che dovrà superare a sua volta. Acquisirà ciò che aveva sempre desiderato, divenendo bello, forte, ammirato, coraggioso, ed al contempo dimenticherà d’essere stato poco attraente, debole, emarginato, pavido; incontrerà Atreiu e scoprirà il valore dell’amicizia, la più alta forma di affetto. E tuttavia, poco per volta, si sentirà svuotato, come chi cerchi un tesoro prezioso senza riuscire a capire cosa possa colmare il vuoto sempre più grande nel proprio animo, sino a tradire l’amicizia, i propri valori, accecato dal miraggio del potere. E solo in quel momento sarà a sua volta salvato dall’amico. Comprenderà che tutto il potere, la forza, la bellezza, non sono che un surrogato dell’unico desiderio realmente autentico: quello di amare.

Ritornato nel mondo quotidiano, non sarà più lo stesso: in grado di vedere l’invisibile, di udire la musica sottile del mondo, di comprendere i miracoli d’ogni giorno, sperimenterà dentro di sé il cambiamento che renderà ormai tangibile e feconda l’aspirazione spirituale insita in ogni essere umano.

Salutato come un bildungsroman, il romanzo ne oltrepassa i limiti. Se vi è la crescita e la maturazione di Bastiano, parallelamente troviamo rappresentata in maniera non troppo velata la condizione dell’uomo moderno, alienato e nichilista, perfettamente in grado di distruggersi nella più ferma convinzione di doversi sbarazzare del suo nucleo più autentico.

 

“Tutti i figli dell’uomo che sono venuti fra noi hanno appreso qualcosa che solo qui potevano apprendere e che li ha fatti tornare nel loro mondo profondamente mutati. Erano diventati dei veggenti, perché ci avevano visto nella nostra vera natura. Per questo potevano ora anche guardare il loro stesso mondo e il loro prossimo con occhi diversi. Là dove prima non vedevano che banali cose quotidiane, scoprivano d’improvviso miracoli e misteri.” – spiega l’Infanta Imperatrice.

 

(«La storia infinita» – cap. XI)

 

L’avidità, il potere, la disperazione, o, meglio, la visione della disperazione là dove vi sarebbe motivo di speranza, trasformano la spiritualità in menzogna, l’aspirazione ideale in disperazione ed in materialismo ateo e nichilista. E questo, a sua volta, non fa che produrre allucinanti visioni alterate e distorte della spiritualità stessa. Esiste un unico punto di equilibrio che ripristina il corretto rapporto fra i mondi ed all’interno dell’animo umano: è il simbolo – cristico – delle Acque della Vita, di cui è scritto che chi ne beve non avrà più sete (Giovanni, 4, 5–24). È l’amore, lo slancio più profondo, appagato nel donarsi – calice e graal di vita e gioia:

 

“Bevve, bevve fino a che la sua sete si fu placata. E la gioia lo colmò tutto, dalla testa fino alla punta dei piedi, gioia di vivere e gioia di essere se stesso. Era rinato. (…) Perché adesso sapeva: c’erano nel mondo mille e mille forme di gioia, ma, in fondo, tutte si racchiudevano in una sola: quella di poter amare. E gioia e amore erano la stessa cosa.”

 

(«La storia infinita» – cap. XXVI)

 

I continui rimandi e paradossi che solo un salto intuitivo può superare incastonati nel romanzo costituiscono una fonte inesauribile di ricerca interiore e, al contempo, di verve narrativa, per esaminare i quali non sarebbe sufficiente un intero volume, tale la ricchezza dei contenuti simbolici.

 

Già in precedenza, Ende aveva pubblicato un romanzo in cui affrontava con freschezza il problema del tempo, sia come prezioso, misterioso dono di cui l’uomo moderno non è più in grado di apprezzare la bellezza, sia come cardine della struttura dell’universo stesso, con una soluzione originale, per quanto mediata dal simbolismo del romanzo e dalle esigenze narrative, della natura del tempo in quanto concetto filosofico, al contempo esterno e interno all’essere umano. E tuttavia, ciò che più spicca, vivace e calda, è la capacità di alcune persone speciali di ritrarsi, lasciando al loro posto un’atmosfera accogliente e amichevole, un dono che solo chi è in armonia con l’universo stesso possiede.

 

“Improvvisarono una festa, gioviale e gioiosa come soltanto gli amici di Momo sapevano fare, una festa che durò fino a che in cielo brillarono le stelle. E quando, dopo che la gioia, gli abbracci, le strette di mano, le risate e le grida d’allegrezza si acquietarono, tutti sedettero sulle gradinate erbose.

Si fece un gran silenzio.

Momo si mise al centro della piccola arena, pensò alle Orefiori e alla musica delle stelle.

E poi cantò con voce limpida e pura.”

 

(«Momo» – “Una fine che dà inizio a cose nuove”)