– DI MARCO DI DOMENICO
marco.didomenico@liberopensiero.eu

 

Dopo 52 giorni di agonia, Ciro Esposito non ce l’ha fatta. Ieri, a Scampia, si è tenuto il funerale: silenzioso, pieno di umanità e fiero. Una fierezza non comune in un quartiere di Napoli sempre al centro della cronaca, tra omicidi, spaccio di droga e altri reati, in una parola, al centro della Gomorra, quella che tutta Italia conosce per il degrado sociale e culturale senza via di scampo.

 

Ma Ciro, per quel quartiere, è un simbolo, un eroe. Personalmente, non sono d’accordo nel considerare “eroe” qualcuno che vive la propria vita comune, ma Ciro rappresentava la dignità, spesso nascosta, del prototipo di eroe di Scampia: un ragazzo che andava a lavorare in un autolavaggio, un lavoro semplice e senza pretese, ma che gli ha consentito di non andare a finire tra le braccia mortali dei clan. Ecco la dimostrazione palese che anche in un contesto sociale molto problematico esiste sempre la libertà delle scelte: allora possiamo accettare che Scampia e, per esteso Napoli, assuma Ciro come eroe, tanto da proporre di ribattezzare il San Paolo con il suo nome.

 

Ciro aveva una grande passione: il calcio. Amava il suo Napoli, ma era una fede sana, sportiva ed è morto andando a vedere una partita, una finale, perché doveva essere una festa, ma non lo è stata. Quel 3 Maggio, le cose non sono andate come dovevano andare.

Napoli – Fiorentina non era in sé una partita a rischio: certo c’era e c’è un’antipatia tra le due tifoserie, specie perché gli ultras fiorentini, in campionato, non stati poi così diversi dai loro omonimi bolognesi e veronesi, cantando l’ormai famoso coro “Vesuvio lavali col fuoco”, ma nulla di tutto ciò era la causa di un imponente dispiegamento di forza pubblica. Il Ministero degli Interni, la Prefettura e la Questura di Roma erano preoccupati per la probabile infiltrazione di ultras romanisti, notoriamente in aperta contrapposizione a Napoli e ai napoletani, che avrebbero causato scontri con gli ultras partenopei o, peggio, avrebbero fatto in modo da aizzare una tifoseria contro l’altra provocando un qualche incidente.

 

Ebbene, fatta questa premessa, com’è possibile che i bus dei tifosi del Napoli siano stati fatti passare per via Tor di Quinto, dove c’erano degli ultras romanisti che erano pronti a provocare i tifosi napoletani? Ma non ci si è limitati alla provocazione, si è passati al contatto fisico, finché Daniele De Santis, noto come “Gastone” già in passato protagonista di altri assurdi episodi legati al tifo ultrà e legato anche ad ambienti di estrema destra, non ha estratto una pistola, sparando ad altezza d’uomo. Gastone non voleva colpire solo Ciro: aveva un caricatore pieno e la strage è stata solo sfiorata. Gli ultras romanisti sono poi fuggiti, venendo poi a contatto con altri tifosi napoletani accorsi in zona.

Tutto questo è stato ripreso da un elicottero della polizia ed è per questo lecito chiedersi: dov’era la celere? Dov’era l’imponente schieramento delle forze dell’ordine per evitare infiltrazioni dei tifosi romanisti?

Infatti, la magistratura, proprio ieri, ha fatto richiesta di acquisire i piani di sicurezza della Prefettura per capire se c’è stata una falla nell’apparato di sicurezza e scoprire, quindi, eventuali responsabilità.

 

In ospedale, Ciro ha riconosciuto Gastone ma ha anche affermato che ci fossero altri complici, non ancora individuati dalla polizia. Tutto ciò dimostra la totale inefficacia, inettitudine e irresponsabilità nell’organizzare grandi eventi quando si sospettano infiltrazioni eversive. In un paese normale, infatti, fatte queste considerazioni e preso atto del totale fallimento dell’apparato di sicurezza, dovrebbero cadere molte teste, tra cui: il Questore di Roma, il Prefetto e il Ministro degli interni. Chi non è capace di proteggere l’incolumità dei tifosi, nonostante nelle settimane precedenti al 3 Maggio si paventasse più e più volte il pericolo, deve fare un passo indietro e assumersi le proprie responsabilità.

 

E’ da anni, ormai, che il mondo del calcio italiano è malato: insulti razzisti su base territoriale, scontri tra tifoserie e grande potere ricattatorio degli ultras contro le società sportive. I vari provvedimenti: le squalifiche delle curve per i cori razzisti, il DASPO, la tessera del tifoso, l’introduzione della figura dello steward, il divieto di trasferta sono stati tutti palliativi che non hanno mai affrontato alla radice i problemi del calcio italiano.

 

Come soluzione viene sempre avanzato il modello inglese. Ma il modello inglese non si è costruito sul modello culturale e con le caramelle, ma con la dura repressione degli hooligans violenti (molto più violenti degli ultras italiani), con l’introduzione di severi controlli agli ingressi degli stadi (in Italia si entra con petardi, spranghe, tirapugni, passamontagna, coltelli, mentre in Inghilterra nemmeno con l’asta della bandiera) e soprattutto con l’autoesclusione dalla coppe internazionali delle squadre inglesi per due anni. Ecco una proposta interessante: i tifosi della Roma non sono nuovi a bravate, ricordiamo i 2 milioni di danni nel 2002 dopo la partita Napoli – Roma, quando piazzale Tecchio fu messa a ferro e fuoco e il Commissariato assediato o il derby Roma – Lazio, che non doveva giocarsi, perché la polizia aveva investito un bambino (bufala per non far disputare il derby).  Detto questo, invece della squalifica del campo o dell’ammenda, perché non escludere la Roma dalle coppe? Certo si penalizzerebbero i tanti tifosi onesti della Roma che devono subire le angherie e i ricatti degli ultras che di tifo non hanno nulla. Ma la verità è che non si prende una tale decisione perché chi verrebbe penalizzato è l’indotto del calcio: scommesse, diritti televisivi, stampa e vendite. Il calcio è diventato un business e la giustizia deve piegarsi al dio denaro.

 

Tutto il movimento sportivo italiano deve interrogarsi: quasi nessuna squadra ha inviato messaggi di cordoglio alla famiglia di Ciro Esposito, quasi nessuna ha preso posizione contro gli ultras che ricattano e tengono sotto scacco le società. Avanti così non si va: assumiamo che il nostro è paese razzista perché non è normale che molte tifoserie godano nel gridare “Vesuvio lavali col fuoco” e bisogna capire come arginare queste vergogne, non con provvedimenti spot, ma con provvedimenti ad hoc, sia repressivi che preventivi.

 

Ma la dignità della famiglia Esposito non ha pari: dopo la morte di Ciro, ha fatto appello affinchè non ci siano vendette. La violenza genera solo altra violenza e la famiglia di Ciro chiede a gran voce di avere giustizia e non vendetta. Chiunque si vendicherà in nome di Ciro, lo ucciderà un’altra volta.

 

Da oggi, le istituzioni politiche e sportive devono mettersi intorno ad un tavolo per curare la malattia del calcio italiano. E’ sorprendente, infine, il totale silenzio della politica: a parte il cordoglio di Napolitano e il lutto cittadino proclamato da Luigi de Magistris, dove sono le condoglianze della città di Roma? E dove sono le scuse del Ministro degli Interni?

 

Domande che non riceveranno mai risposte, perché in Italia ha vinto sempre lo scaricabarile, mentre Napoli piange il suo eroe, la sua vittima sacrificale, morto per un razzismo nei confronti dei napoletani che nel 2014 non ha ragione di esistere.