– DI MARCO PASSERO
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I dati di Telefono Rosa sono quanto mai allarmanti: 129 casi di femminicidio registrati nel 2013. E a questo numero vanno aggiunti innumerevoli episodi di violenza non denunciata ma tenuta dentro, nell’attesa che un fondotinta faccia la sua parte e che quel livido schiarisca con il tempo.

 

La violenza sulle donne è una vera e propria emergenza sociale, una piaga non più sopportabile in società democratiche che nel XXI secolo si definiscono avanzate ma che sotto certi aspetti (fin troppi) potremmo etichettare solamente come “presunte tali”. Questa violenza perpetrata contro l’universo femminile, e basata dunque sul genere, è considerata in tutto e per tutto una violazione di diritti umani. È da un tempo relativamente breve che la questione è diventata oggetto di un dibattito pubblico; ci si è resi conto che è necessario un intervento dall’alto, con politiche per contrastare il fenomeno, per sensibilizzare, per evitare che abusi e malversazioni restino soffocati tra le mura domestiche.

 

In Italia e nel mondo esistono diversi centri antiviolenza, e sono molteplici le organizzazioni che operano nel sociale per garantire sostegno a queste donne, per non lasciarle sole nella disperazione, a causa della quale molti di questi episodi sono il tragico preludio a suicidi annunciati ma quasi mai evitati in tempo. Da qualche giorno in tv e sul web circola un video dal titolo “Provaci con me”, girato dalle atlete della nazionale femminile di pugilato. L’idea è quella di veicolare e diffondere un messaggio di speranza, stimolare la voglia di rimettersi in piedi, e trasformare rabbia e umiliazione in coraggio e denuncia.

 

La violenza di genere è un problema degli uomini, spesso scontenti, insoddisfatti, e pronti a scaricare la loro frustrazione nel modo più semplice e sbagliato. La donna è natura, purezza, è la magia della maternità, e invece in quegli attimi l’agire dell’uomo è così inqualificabile da rendere difficile qualsiasi perdono.

 

Intanto, mentre le pagine dei quotidiani piangono sangue, versato per colpa di un uomo che non si arrende alla fine di un rapporto o che vive nella presunta e fantomatica superiorità maschile, vanno registrati alcuni interventi assolutamente positivi per intraprendere la strada giusta e affrontare la questione più da vicino. Venerdì 27 giugno, a Genova, è stata siglata un’intesa tra Regione Liguria, Prefettura e Questura di Genova, Procura della Repubblica, forze armate locali e alcune ASL del luogo: “Un percorso rosa per accompagnare e supportare le donne vittime di violenza (…) e sostenerle nel momento della denuncia”[1]. A Londra si è tenuto invece un summit, organizzato dal ministro degli esteri britannico William Hague, per affrontare un altro tema scottante, quello della violenza sulle donne come strumento di guerra (si pensi alle oltre 500 000 donne violentate durante il conflitto in Ruanda). L’attrice Angelina Jolie, presente alla conferenza come rappresentante delle Nazioni Unite, ha voluto ribadire come interventi concreti siano davvero necessari, poiché il dispiacersi per questi terribili episodi non basta più.

 

Di fronte a un problema così scottante e grave si avverte dunque l’esigenza di una netta inversione di tendenza: bisogna affrontare un tabù e cercare una soluzione a un dramma che conta centinaia di migliaia di vittime nel mondo. Queste donne devono essere sostenute con coraggio nell’atto della denuncia e nella strada per riaffermare la propria identità e dignità. Per quanto riguarda questi “uomini”, invece, un primo passo avanti sarebbe quello di comprendere che non è la violenza a renderli tali, che i problemi non si risolvono mascherando dietro la veemenza la propria debolezza di non riuscire a migliorarsi, e che quello straordinario universo che è la realtà femminile non andrebbe festeggiato soltanto una volta l’anno.

 

[1] www.cittàdigenova.com